EMILE ZOLA.
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Lourdes. (da: LE TRE CITTÀ).
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Parte 2.
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Traduzione di: Giorgio Palma. (alias Emilia Luzzatto).
1904. Casa Editrice Nazionale ROUX & VIARENGO, ROMA-TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito www.liberliber.it.
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SECONDA GIORNATA.
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1.
L'orologio della stazione, di cui un riflettore rischiarava il quadrante, segnava le tre e venti. E sotto la tettoia che copriva lo scalo, lungo cento metri, delle ombre andavano e venivano, rassegnate all'attesa. Lontan lontano, nella campagna fosca, non si vedeva che il fuoco rosso di un segnale.
Due dei passeggiatori si fermarono. Il più alto dei due, un padre dell'ordine dell'Assunzione, il reverendo Fourcade, direttore del pellegrinaggio nazionale, era un uomo sulla sessantina, bellissimo sotto il bavero nero a lungo cappuccio. La sua testa stupenda, dagli occhi chiari ed imperiosi, era quella d'un generale, infiammato dalla volontà intelligente della conquista.
Ma reggendosi male in piedi, perchè preso all'improvviso da un accesso di gotta, si poggiava alle spalle del compagno, il dottor Bonamy, il medico addetto all'uffizio delle constatazioni dei miracoli, un omuncolo tarchiato, con faccia sbarbata e tozza ed occhi torbidi e spenti, tra lineamenti grossi e placidi.
Il padre Fourcade aveva appunto interpellato il capo stazione che usciva dall'uffizio correndo.
- Signor capo, è molto in ritardo il treno bianco?
- No, reverendo, dieci minuti al più. Sarà qui alla mezza. Ma quello che mi dà pensiero è il treno di Bayonne che dovrebbe essere passato.
E riprese la corsa per dare un ordine. Poi tornò, magro e nervoso, agitato di quella perenne inquietudine che lo teneva in piedi, per notti e giorni di seguito, all'epoca dei grandi pellegrinaggi. Quel giorno aspettava, oltre al servizio solito, diciotto treni, più di quindicimila viaggiatori.
Il treno grigio ed il treno azzurro, partiti prima degli altri da Parigi, erano già arrivati all'ora prefissa.
Ma il ritardo del treno bianco aggravava tutto, tanto più che il celerissimo di Bayonne, non era segnalato neppur lui e si capiva la continua sorveglianza necessaria, l'obbligo che incombeva a tutto il personale di stare all'erta ogni momento.
- Fra dieci minuti, adunque? ? ripetè il padre Fourcade.
- Sì, fra dieci minuti, seppure non saremo obbligati a chiudere la linea! ? gridò, passando il capo stazione che correva al telegrafo.
Il frate e il medico ripresero, lentamente, la loro passeggiata. Stupivano che non fosse mai accaduto nessun accidente serio, in una simile baraonda. Altre volte, in ispecie, regnava un disordine incredibile. Ed il padre si piacque a ricordare il primo pellegrinaggio che egli aveva organizzato e guidato nel 1875: il terribile, l'interminabile viaggio, senza guanciali, senza materasse, con degli ammalati mezzi morti, che non si sapeva in che modo rianimare; poi l'arrivo a Lourdes, l'uscita dai vagoni, alla rinfusa, senza il menomo materiale di trasporto pronto, nè lettighe, nè cinghie, nè carrozze. Oggi, c'era un'organizzazione completa: un ospedale aspettava gli ammalati, che non erano più ridotti a dormire sulla paglia, nelle rimesse.
Che scossa per quei miseri! Che forza di volontà nel credente che li conduceva al miracolo! Ed il padre sorrideva dolcemente pensando all'opera compiuta da lui.
Adesso interrogava il dottore, poggiandosi sempre alla sua spalla.
- Quanti pellegrini avete avuti l'anno scorso?
- Circa duecentomila. Questa media si mantiene... L'anno dell'Incoronazione della Vergine, la cifra è salita a cinquecentomila. Ma c'è voluta un'occasione eccezionale, uno sforzo immenso di propaganda... Naturalmente, non capitano facilmente delle folle simili...
Vi fu una pausa, poi il padre sussurrò:
- Certamente... L'opera è benedetta, prospera di giorno in giorno: abbiamo raccolto più di duecentomila franchi di elemosine per questo viaggio, e Dio sarà con noi: avrete domani delle numerose guarigioni da constatare, ne sono convinto,
Poi, interrompendosi:
- Il padre Dargelés non è venuto?
Il dottore Bonamy significò con un gesto che lo ignorava. Quel padre Dargelés redigeva il Giornale della Grotta. Apparteneva all'Ordine dei padri dell'Immacolata Concezione, i quali, stabiliti a Lourdes dal Vescovado, ne erano gli assoluti padroni. Ma, quando i padri dell'Assunzione conducevano da Parigi il pellegrinaggio nazionale, a cui si univano i fedeli delle città di Cambrai, Arras, Troyes, Chartres, Reims, Sins, Orleans, Blois, Poitiers, essi mettevano una specie di ostentazione a sparire completamente: non si sentiva più la loro onnipotenza, nè alla Grotta, nè alla Basilica: pareva che, con tutte le chiavi, lasciassero anche agli altri tutte le responsabilità.
Il loro superiore, il padre Capdebarthe, dalla lunga persona nodosa, dal testone tagliato coll'accetta, una specie di contadino, di cui la faccia patita serbava il riflesso fosco e rossiccio della terra, non si mostrava neppur più. Il solo che si incontrasse dappertutto, alla ricerca di appunti pel suo giornale, era il padre Dargelès, omino piccolo ed insinuante. Però, se i padri dell'Immacolata Concezione sparivano, si indovinava che erano dissimulati dietro tutto quel grandioso scenario, come la possa occulta e suprema, che coniava i denari, che lavorava senza tregua alla prosperità trionfale della casa.
Mettevano a profitto persino la loro umiltà.
- E' vero ? riprese il padre Fourcade, allegramente ? che ci è toccato alzarci per tempo, alle due... Ma volevo essere presente. Che cosa avrebbero detto i miei poveri ragazzi?
Chiamava così i suoi ammalati, la carne da miracolo: e non aveva mai omesso una volta di trovarsi alla stazione, qualunque fosse l'ora, per l'arrivo del treno bianco, quel treno miserando, dai grandi spasimi.
- Le tre e venticinque: ancora cinque minuti ? disse il dottor Bonamy, che soffocò uno sbadiglio, guardò l'orologio, molto seccato in fondo, nonostante il suo fare ossequioso, di aver dovuto lasciare il letto così per tempo.
Sullo scalo, simile ad una passeggiata coperta, i due uomini continuavano ad andar su e giù, in mezzo alle fitte tenebre che i becchi di gaz rischiaravano di striscie giallastre.
Delle figure indistinte andavano e venivano continuamente, a gruppi, con sommessi bisbigli: preti, signori in abito nero, un ufficiale dei dragoni. Altri, seduti lungo il muro, sulle panchine, discorrevano anch'essi, o pazientavano, con gli sguardi erranti, sulla campagna tenebrosa, rimpetto. Le porte degli uffici e delle sale d'aspetto, vivamente illuminate, spiccavano, chiare, nell'ombra; e nella piccola osteria di cui si vedevano i tavolini di marmo ed il banco, carico di canestri di pane e di vino, di bottiglie e di bicchieri, tutti i becchi di gaz splendevano già, fiammeggianti.
Ma era specialmente a destra, in fondo alla tettoia, che si vedeva un confuso brulichìo di gente. Era là, che da una parte del locale delle merci si portavano fuori gli ammalati.
Un ingombro di portantine e di carrozzelle, con mucchi di guanciali e di materassi, ostruiva il marciapiede.
E tre squadre di lettighieri stavano in attesa, uomini di tutti i ceti, e specialmente giovani della migliore società, recanti tutti sul vestito la Croce rossa, listata di ranciato, e la cinghia di cuoio giallo. Molti avevano adottato il berretto, il comodo copricapo nazionale. Alcuni, vestiti come per una spedizione lontana, avevano delle belle ghette, che arrivavano fino al ginocchio. E taluni fumavano, mentre altri, stabiliti nelle loro carrozzelle, dormivano o leggevano un giornale, alla luce dei fanali vicini.
Un crocchio, in disparte, discuteva una questione di servizio.
Ad un tratto, i lettighieri salutarono.
Giungeva un uomo di aspetto solenne, bianco di capelli, con faccia volgare e buona, ed occhi turchini da fanciullo credenzone.
Era il barone Suire, uno dei pezzi grossi di Tolosa per ricchezza e posizione, presidente dell'ospedale di Nótre Dame du Salut.
- Dov'è Berthaud? ? chiedeva a tutti, con aria affaccendata ? dov'è Berthaud? Devo parlargli.
Tutti rispondevano, dando ragguagli contradditori.
Berthaud era il direttore dei lettighieri. Gli uni avevano veduto, per l'appunto, il signor direttore col reverendo padre Fourcade, altri affermavano che doveva essere nel cortile della stazione a visitare i carri d'ambulanza.
- Se il signor presidente desidera che qualcuno di noi vada a cercargli il signor direttore...
- No, no, grazie! lo troverò da me.
Ed in quel frattempo Berthaud, che s'era messo a sedere sopra una panchina, all'altro capo della stazione, discorreva col suo giovane amico Gerardo di Peyrelongue, aspettando l'arrivo del treno. Era un uomo sulla quarantina, con bella faccia larga e regolare, e basette accuratamente pettinate, da magistrato, alle quali non aveva rinunziato lasciando il suo uffizio.
Uscito da una famiglia legittimista militante e d'opinioni molto reazionarie anche lui era, dal 24 maggio in poi, procuratore della Repubblica in una città del Mezzogiorno quando, l'indomani del decreto contro le congregazioni, si era dimesso, con chiasso, dirigendo una lettera insultante al ministro della giustizia. E non aveva mai messo giù le armi, entrando nell'ospedale di Nôtre Dame du Salut, come per protesta, e venendo ogni anno a fare una dimostrazione a Lourdes, persuaso che i pellegrinaggi fossero sgraditi e dannosi alla Repubblica e che Dio solo potesse ristabilire la monarchia, con uno di quei miracoli di cui era prodico a Lourdes.
Del resto, aveva molto buon senso, gradiva lo scherzo mostrando una carità gioviale verso i poveri ammalati, di cui doveva curare il trasporto, durante i tre giorni del pellegrinaggio nazionale.
- E così, caro Gerardo, diceva al giovane seduto accanto a lui, è quest'anno che ti ammogli?
- Certo, se trovo la donna che mi ci vuole, ? rispondeva questi. Suvvia, cugino, datemi un buon consiglio!
Gerardo di Peyrelongue, piccolo, magro, rosso di capelli, con naso grande e zigomi sporgenti, era di Tarbes, dove il padre e la madre gli erano morti, lasciandogli da sette ad otto mila franchi di reddito, al più.
Molto ambizioso, non aveva ancora scoperto nella sua provincia la moglie che voleva, una persona con alte aderenze che potesse spingerlo lontano. S'era quindi aggregato all'Opera pia e veniva ogni anno a Lourdes con la vaga speranza di scoprirvi, nella turba dei fedeli, tra la quantità delle signore e delle ragazze ben pensanti, la famiglia di cui aveva bisogno per fare la sua strada in questo basso mondo. Soltanto, era perplesso, poichè avendo già parecchie ragazze in vista, non ve n'era nessuna che lo appagasse completamente.
- Tu, cugino, che sei un uomo d'esperienza, consigliami, via!... C'è la signorina Lemercier che viene qui con la zia. E' molto ricca, ha più d'un milione a quanto dicono, ma non è della nostra società e la credo molto sventata.
Berthaud crollava il capo.
- Te l'ho già detto: per conto mio, prenderei la piccola Raimonda, la signorina di Jonquière.
- Ma se non ha un soldo!
- E' vero, quel tanto appena che ci vuole per pagare il suo mantenimento. Ma è piuttosto bella, molto ben educata, e, sopratutto, non ha la smania dello spendere: e questo è il punto capitale, perchè cosa giova pigliare una donna ricca, se vi mangia lei quello che porta? Eppoi, vedi, conosco molto quelle signore, le incontro tutto l'inverno nei salotti più influenti di Parigi. E, finalmente, non dimenticare lo zio, il diplomatico che ha avuto il triste coraggio di restare al servizio della Repubblica e che potrà ottenere qualunque bella posizione pel nipote.
Scosso per un momento, Gerardo ricadde nella sua perplessità.
- Neppure un soldo, neppure un soldo, no! E' una cosa grave... Acconsento a pensarci ancora un po', ma, in verità, ho troppa paura!
Questa volta Berthaud si diede a ridere apertamente.
- Suvvia, sei un ambizioso: carte in tavola, allora. Ti dico che quel matrimonio significa essere segretario di ambasciata prima di due anni... Quelle signore sono sul treno bianco che aspettiamo. Deciditi, e comincia a fare la corte alla signorina.
- No, no!... Più tardi; voglio riflettere.
In quel momento furono interrotti. Il barone Suire che era già passato una volta davanti a loro senza vederli, tanto l'ombra li copriva in quell'angolo appartato, aveva riconosciuto il riso bonario dell'ex-procuratore della Repubblica. E, subito, con la loquacità di un uomo di cui la testa si confonde facilmente, gli diede parecchi ordini risguardanti i carri ed il trasporto, deplorando che non si potessero condurre gli ammalati alla Grotta fino dall'arrivo, in causa dell'ora, veramente troppo mattutina. Si porterebbero invece all'ospedale di Nôtre-Dame dei Dolori, per cui potrebbero riposare un pochino dopo un viaggio così penoso.
Mentre il barone ed il capo dei lettighieri s'intendevano sulle norme da seguirsi, Gerardo stringeva la mano ad un prete che era venuto a sedergli vicino, sulla panchina. L'abate des Hermoises, appena trentottenne, aveva una splendida testa da abate mondano: pettinato con cura, profumato, adorato dalle donne. Molto amabile e cortese, veniva a Lourdes da prete libero, come molti altri, per proprio piacere, ed in fondo ai begli occhi gli splendeva la viva scintilla d'intelligenza, il sorriso di uno scettico, superiore ad ogni idolatria. Certo, egli era credente; s'inchinava al dogma; ma la Chiesa non si era pronunziata ancora riguardo ai miracoli, ed egli sembrava pronto a discuterli. Avendo abitato Tarbes, conosceva Gerardo.
- Che ve ne pare? ? gli disse ? non è molto impressionante quest'attesa dei treni, nell'ombra?... Sono qui per una signora, una delle mie antiche penitenti di Parigi... ma non so bene con che treno arriverà; e, vedete, ci resto, tanto la cosa mi affascina...
Poi, un altro prete, un vecchio prete di campagna, essendo venuto a sedere anche lui su quella panchina, si diè a discorrere indulgentemente con lui, parlandogli della bellezza di quel paese di Lourdes, del colpo di scena che vedrebbe, fra un momento, quando le montagne comparirebbero al sorgere del sole.
Ma vi fu, di nuovo, un improvviso allarme. Il capostazione correva, gridando degli ordini. Ed il padre Fourcade, nonostante la gamba gottosa, lasciò l'appoggio del dottor Bonamy, per avvicinarsi rapidamente.
- Eh! si tratta di quel celerissimo di Bayonne, che è rimasto nelle secche ? rispose il capo alla domanda mossagli. ? Vorrei dei particolari, non sono tranquillo.
In quel momento vibrò uno scampanellìo, uno degli uomini di squadra si tuffò nelle tenebre, facendo dondolare una lanterna, mentre, in lontananza, un segnale si agitava.
Ed il capo riprese:
- Ah! questa volta è il treno bianco. Speriamo di aver il tempo di sbarcare i nostri ammalati, prima che passi il celere.
Riprese la corsa e sparve. Berthaud chiamò Gerardo, che era capo di una squadra di lettighieri, ed entrambi si affrettarono a raggiungere il loro personale, che il barone Suire metteva già in moto. I lettighieri tornavano da tutte le parti, affaccendandosi, cominciando a trascinare le carrozzette attraverso il binario, fine allo scalo di discesa, uno scalo scoperto ed in piena oscurità. In breve, si vide in quell'angolo un mucchio di cuscini, di materasse e di portantine in attesa; mentre il padre Fourcade, il dottor Bonamy, dei preti, dei signori e l'ufficiale dei dragoni attraversavano anch'essi il binario per assistere alla discesa degli ammalati. E non si vedeva ancora, lontan lontano, in fondo alle campagne buie, che il fanale della locomotiva, simile ad una stella rossa che andava crescendo. Dei fischi stridenti laceravano l'aria notturna.
Poi tacquero, e non vi fu più che l'ansare del vapore ed il ruggito sordo delle ruote, che rallentavano, a poco a poco, il loro movimento. Allora si udì distintamente il cantico, la nenia di Bernadette, che il vagone intero cantava, con gli Ave sempre ripetuti dal ritornello. E quel treno di spasimi e di fede, quel treno gemente ed inneggiante, che faceva il suo ingresso a Lourdes, si fermò.
Subito, gli sportelli vennero aperti, e la baraonda dei pellegrini e degli ammalati che potevano camminare ingombrò la stazione.
Gli scarsi fanali non rischiaravano che debolmente quella folla povera, dai vestiti neutri, con le mani piene di involti d'ogni specie, canestri, valigie, casse di legno. E, fra gli spintoni, sorgevano da quel branco sbigottito, che non sapeva da qual parte volgersi per trovare l'uscita, delle esclamazioni, delle grida di famiglie smarrite che si chiamavano; si udivano degli abbracci di gente aspettata là da parenti ed amici. Una donna diceva, con accento di soddisfazione bigotta: "Ho dormito bene." Un curato se ne andava colla valigia, dicendo ad una signora storpia: "Buona fortuna!"
La maggior parte di quella gente aveva l'aspetto intontito, stanco e felice delle persone che un treno di piacere scaglia in una stazione sconosciuta. Ed il serra serra diventava così eccessivo, la confusione cresceva talmente, in mezzo alle tenebre, che i viaggiatori non udivano gli impiegati, rauchi a furia di gridare: "Di qui! Di qui!" per affrettare lo sgombero dello scalo.
Suor Giacinta era scesa rapidamente dal vagone, lasciando il morto sotto la custodia di suor Chiara degli Angeli, e correva al furgone della cantina, con la testa un po' confusa, cercando Ferrand nella speranza che potesse venirle in aiuto.
Per fortuna trovò davanti al furgone il padre Ferrand a cui riferì, sottovoce, la disgrazia. Egli frenò un atto di dispetto e chiamando il barone Suire che passava, si chinò per parlargli all'orecchio. Per alcuni minuti, si udì un lieve bisbiglio. Poi, il barone Suire, si mosse, facendosi varco tra la folla con due lettighieri che reggevano una portantina coperta. E trasportarono l'uomo, come un ammalato svenuto, senza che la turba dei pellegrini si curasse altro di lui, nell'emozione dell'arrivo; ed i due lettighieri, preceduti dal barone, andarono a deporlo, provvisoriamente in un locale del traffico, dietro delle botti. Uno di loro, un biondino, figlio d'un generale, restò vicino alla salma.
Suor Giacinta, frattanto era tornata al vagone dopo aver pregato la suora San Francesco e Ferrand di aspettarla nel cortile della stazione, accanto alla carrozza riservata che doveva condurli all'ospedale di Nostra Donna dei Dolori.
E siccome diceva che, prima d'andarsene, voleva aiutare i suoi ammalati a smontare, Maria non volle esser toccata.
- No, no! Non vi occupate di me, cara suora. Resterò l'ultima... Mio padre e l'abate Froment sono andati a prendere le ruote, al furgone; e li aspetto. Essi sanno come si adattano e mi condurranno via, non dubitate.
Anche Sabathier ed il frate Isidoro non desideravano di essere mossi, finchè la folla non fosse un pochino scemata. La signora Jonquière, che si incaricava della Grivotte, prometteva anche di provvedere parchè la signora Vêtu fosse condotta via in una carrozza d'ambulanza.
Ed allora suor Giacinta si decise ad andarsene subito, per preparare ogni cosa all'ospedale. Conduceva con sè, d'altronde, la piccola Sofia Couteau, nonchè Elisa Rouquet, alla quale ravvolse ella stessa la faccia nello scialle, con la massima cura. La signora Maze li precedeva, mentre la signora Vincent si dibatteva nella folla, portando fra le braccia la figlia svenuta e cerea, non avendo altro in mente ormai che la fissazione di correre a deporla nella Grotta, ai piedi della Beata Vergine. Adesso, la calca si pigiava all'uscita; si dovettero aprire le porte della sala dei bagagli per agevolare lo sfollamento; gli impiegati, non sapendo come ritirare i biglietti, porgevano i berretti, che si riempivano tosto di una pioggia di cartoncini. Ed anche nel cortile, un vasto cortile quadrato, che i fabbricati bassi della stazione circondavano da tre parti, c'era una baraonda straordinaria, un'accozzaglia di veicoli di ogni genere. Gli omnibus degli alberghi, fermi lungo il marciapiede, recavano sui loro cartelli i nomi più sacri, quelli di Maria e Gesù, di San Michele, del Rosario, del Sacro Cuore. Poi, veniva una baraonda di carri d'ambulanza, di landaus, di biroccini, di giardiniere, di carretti tirati da asini, di cui i cocchieri gridavano e bestemmiavano, facendo schioccare la frusta, in mezzo al tumulto, accresciuto dall'oscurità, in cui balenavano i vividi lampi delle lanterne.
Il temporale era durato una parte della notte, i piedi dei cavalli si inzaccheravano in un liquido pantano, dove i pedoni affondavano sino alla caviglia. Vigneron, seguìto dalla signora Vigneron e dalla signora Chaise, smarrite, sollevò Gustavo per insediarlo, colle sue gruccie, nell'omnibus dell'Albergo delle Apparizioni, dove salì poi anche lui con la signora. La signora Maze, con un lieve brivido da gattina smorfiosa che teme d'inzaccherarsi la punta delle zampe, chiamò, con un cenno, il cocchiere di un vecchio calesse, vi salì e sparve senza rumore, dando per indirizzo il convento delle Suore Turchine.
E suor Giacinta potè finalmente prender posto, con Elisa Rouquet e Sofia Couteau, in una grande carretta già occupata da Ferrand e dalle suore San Francesco e Chiara degli Angeli.
I cocchieri frustavano i cavallini focosi, le carrozze partivano a corsa sfrenata, fra le grida della gente e le pillacchere di fango.
Frattanto la Vincent, ferma davanti a quella fiumana irrompente, col suo caro fardello tra le braccia, esitava a passare.
Ah! quel fango! E tutte alzavano le gonnelle e se ne andavano. Finalmente, quando il cortile fu un po' meno affollato, essa si arrischiò. Ma che paura di scivolare tra le pozzanghere, di cadere in quel buio pesto!
Poi, mentre giungeva alla strada che scende il pendìo, osservò che vi erano in quel punto dei gruppi di donne del paese, nell'intento di offrire delle camere mobiliate con vitto e alloggio, a seconda delle borse.
- Signora ? domandò ad una vecchia ? la via della Grotta, vi prego?
Questa non rispose, offrendo una camera a buon patto.
- Tutto è pieno, non troverete nulla negli alberghi. Forse vi daranno da mangiare, ma non otterrete certo nemmeno un buco per dormire.
Mangiare, dormire? Ah! Dio giusto, vi pensava forse lei, che era partita con trenta soldi in tasca, tutto quello che le era avanzato, dopo le spese che aveva dovuto incontrare?
- Signora, vi prego, la via per andare alla Grotta.
C'era, fra le donne che cercavano avventori, una ragazzona alta e robusta, vestita da serva elegante, con aspetto molto lindo, e mani ben tenute. Si strinse dolcemente nelle spalle. E siccome passava un prete, col petto largo, colla faccia accesa, gli si avventò, offrendogli una camera ammobiliata e continuò a seguirlo, parlandogli piano all'orecchio.
- Guardate! ? disse finalmente alla signora Vincent un'altra ragazza, impietosita ? scendete questa via, svoltate a destra ed arriverete alla Grotta.
Sullo scalo, nell'interno della stazione, il pigia pigia continuava. Mentre i pellegrini validi e gli ammalati che avevano ancora le gambe sane, potevano andarsene, sgombrando un po' il marciapiede, gli aggravati tardavano, essendo difficilissimo toglierli dal vagone e portarli via.
Ed i lettighieri perdevano la testa, correndo all'impazzata, con le loro lettighe e le loro carozzelle, in mezzo a quella confusione, non sapendo da che parte rifarsi per l'eccesso del lavoro.
Mentre Berthaud passava, gesticolando, seguìto da Gerardo, vide due signori ed una ragazza, in piedi sotto un fanale, come in attesa. Riconobbe Raimonda, e, con un cenno, fermò prontamente il compagno.
- Ah! signorina, come sono felice di vedervi! La vostra signora madre sta bene, il viaggio è stato felice, non è vero?
Poi, senza aspettare altro:
- Il mio amico, il signor Gerardo di Peyrelongue.
Raimonda fissò il giovine con gli occhi limpidi e sorridenti.
- Ah! ho il piacere di conoscerlo già un pochino. Ci siamo incontrati un'altra volta a Lourdes.
Allora Gerardo, trovando che suo cugino Berthaud voleva far le cose troppo alla spiccia, e ben deciso a non lasciarsi impegnare così, si limitò a salutare con somma cortesia.
- Aspettiamo la mamma ? riprese Raimonda. ? E' molto occupata: ha degli infermi in pessimo stato.
La piccola signora Désagneaux, dalla graziosa testolina bionda coi ricci ribelli, disse che le stava bene, perchè aveva rifiutato i suoi servizi; si agitava per l'impazienza, non vedendo l'ora di mettersi all'opera anche lei, di rendersi utile; mentre la signora Volmar, in disparte, muta, non le badava, procurando di penetrare l'ombra, come se avesse cercato qualcuno, coi suoi occhi stupendi, che, velati di solito, sfolgoravano ora di viva fiamma.
Ma in quel momento, vi fu un serra serra. Toglievano la signora Dieulafay dal suo scompartimento di prima classe, e la signora Désagneaux non seppe trattenere una esclamazione di compianto:
- Ah! povera donna!
Era veramente straziante infatti, vedere quella giovane donna, in mezzo al suo immenso sfarzo, come coricata in una bara coi suoi merletti, così distrutta che pareva un cencio, mentre giaceva su quel marciapiede, aspettando che la portassero via. Il marito e la sorella restavano in piedi vicino a lei, tutti e due molto eleganti e molto tristi, mentre un servitore ed una cameriera correvano, con delle valigie, per verificare se il carrozzone, ordinato anticipatamente con un telegramma, era veramente nel cortile.
Anche l'abate Judaine assisteva l'ammalata, e quando due uomini la sollevarono, si chinò, le disse "arrivederci" e profferì alcune buone parole, che essa non mostrò di udire. Poi, guardandola, mentre se ne andava, soggiunse, volto a Berthaud, che conosceva:
- Povera gente! Se potessero comperare la guarigione! Li ho assicurati che l'oro il più prezioso presso la Beata Vergine era la preghiera ? e spero di aver pregato abbastanza io stesso, perchè il cielo si lasci commuovere. Per altro, recano un dono stupendo, una lampada d'oro per la basilica, una vera meraviglia, tempestata di gemme. Maria Immacolata si degni di gradirla!
Molti regali venivano portati così: erano passati dei mazzi enormi di fiori, un trionfo, una specie di triplice corona di rose montate sopra un'armatura di legno. Ed il vecchio prete spiegò che, prima di andarsene, voleva farsi consegnare un gonfalone, regalo della bella signora Jousseur, la sorella della signora Dieulafay.
Ma giungeva la signora di Jonquière, e scorgendo Berthaud e Gerardo:
- Ve ne supplico ? disse ? andate in quel vagone, qui, accanto. Occorrono degli uomini; vi sono tre o quattro ammalati da portar via. Io mi dispero, non posso far nulla.
Gerardo si affrettò, dopo aver salutata Raimonda, mentre Berthaud consigliava alla signora di Jonquière di andarsene con sua figlia e le altre due signore, di non fermarsi più a lungo su quel marciapiede, protestando che non vi era nessun bisogno di lei, che egli si incaricava di ogni cosa e che, prima di tre quarti d'ora, avrebbe avuto i suoi ammalati in sala. Essa si arrese finalmente e prese una carrozza con Raimonda e la signora Désagneaux. All'ultimo momento la signora Volmar era sparita, quasi obbedisse ad un improvviso accesso di impazienza. Sembrava a taluni di averla veduta avvicinarsi ad un signore ignoto, probabilmente per chiedergli qualche informazione. Del resto, la si ritroverebbe all'ospedale.
Berthaud raggiunse Gerardo nel vagone, appunto mentre questi, aiutato dai compagni, procurava di toglierne Sabathier. Era un caso difficile, perchè egli era molto pingue, molto pesante, e pareva davvero impossibile farlo passare dallo sportello dello scompartimento.
Però, v'era entrato. Due altri lettighieri dovettero far il giro, passando dall'altro sportello, e si riuscì finalmente a deporlo sul marciapiede. L'alba sorgeva, un'alba pallida, pallida; ed era indicibilmente squallido quel marciapiede di stazione, nel suo aspetto di ambulanza provvisoria.
La Grivotte, svenuta, giaceva già sopra una materassa, in attesa della lettiga: mentre avevano dovuto poggiare alla colonna d'un fanale la Vêtu, presa da una crisi tale, con spasimi così atroci, che si ardiva appena di toccarla; degli ospitalieri, con le mani inguantate, tiravano faticosamente nelle loro carrozzelle delle povere donne luride, con dei vecchi canestri sui piedi a guisa di scarpe; altri non potevano passare con le loro lettighe su cui si allungavano dei corpi irrigiditi, miseri corpi muti, dagli occhi pieni di angoscia; e certi infermi, tutti storpi, riuscivano a trascinarsi: un giovane prete zoppo, un ragazzetto colle gruccie, gobbo ed amputato di una gamba, che strisciava fra i gruppi, simile ad uno gnomo. Una folla s'era raccolta attorno ad un uomo, piegato in due e talmente contorto dalla paralisi, che bisognava trasportarlo così, sopra una sedia arrovesciata, coi piedi e la testa in giù. Pareva che ci volessero ancora delle ore per sgombrare lo scalo.
Ma la baraonda salì al colmo quando il capo-stazione giunse a precipizio, gridando:
- E' segnalato il celerissimo di Bayonne... Presto! Presto! Avete tre minuti.
Il padre Fourcade, che rimaneva nella calca, poggiato al braccio del dottor Bonamy, incoraggiando i più aggravati con fare sereno, chiamò Berthaud, con un cenno, per dirgli:
- Finite di farli scendere: potrete portarli via poi.
Il consiglio era molto savio, e si calarono in fretta tutti gli infermi sullo scalo. Nel vagone, non c'era più che Maria, la quale aspettava pazientemente. Guersaint e Pietro erano finalmente ricomparsi con le due paia di ruote, e Pietro portò giù, in fretta, la fanciulla, senz'altro aiuto che quello di Gerardo. Essa era di una leggerezza da povero uccellino freddoloso, e non ebbero da faticare che per la cassa.
Poi, i due uomini la poggiarono sulle ruote che inchiavardarono.
E Pietro avrebbe potuto, senz'altro, trasportare la fanciulla, facendo scorrere le ruote, se la folla non l'avesse inceppato.
- Presto, presto! ? ripeteva con impeto il capo-stazione.
Egli stesso aiutava, dando una mano, sostenendo i piedi d'un malato, perchè lo si potesse tirar fuori più prontamente dal vagone. Spingeva anche le carrozzelle, sgombrando l'orlo del marciapiede. Ma, in un vagone di seconda, una donna, l'ultima da trasportare, era stata presa da un'atroce crisi nervosa. Urlava, si dibatteva: non si poteva toccarla in quel momento.
E quel celere che giungeva, segnalato dall'ininterrotto tintinnìo del campanello elettrico! Convenne risolversi a richiudere il vagone ed a condurre il treno sul binario morto, dove doveva restare, bell'e formato, ad aspettare per tre giorni il suo carico di pellegrini e di ammalati che doveva riprendere. Mentre s'allontanava, s'udivano ancora gli strilli della sciagurata che aveva dovuto rimanervi, l'unica, con una monaca: strilli sempre più fiochi, da bambino senza forza, che finisce col lasciarsi consolare.
- Dio buono! ? mormorò il capo stazione. ? Era ora!
Infatti, il celere di Bayonne giungeva a tutto vapore e passò in un rombo di folgore lungo quella via dolorosa dove strisciava la triste miseria di un ospedale in isbaraglio. Le carrozzelle, le lettighe ne furono scosse: ma non vi furono accidenti; perchè gli uomini di squadra vegliavano, allontanando dal binario il branco spaurito che continuava a pigiarsi per uscire. Del resto, la circolazione si ristabilì subito, ed i lettighieri poterono compiere, con prudente lentezza, il trasporto degli ammalati.
A poco a poco, la luce cresceva, un'alba chiara imbiancava il cielo di cui il riflesso illuminava la terra, ancora nera.
Si cominciava a distinguere bene la gente e le cose.
- No, fra un momento! ? ripeteva Maria a Pietro, che tentava di farsi strada. ? Aspettiamo che la folla sia un po' scemata.
E si occupò di un uomo sulla sessantina, militare, a giudicarne dall'aspetto, che passeggiava tra gli ammalati.
Con la testa quadra. i capelli bianchi, a spazzola, avrebbe avuto l'aria vegeta ancora, se non avesse trascinato il piede sinistro, che voltava in dentro ad ogni passo. Poggiava, con forza la mano sinistra sopra una grossa mazza per sorreggersi.
Sabathier, che veniva da sei anni, lo vide e si diede a scherzare.
- Ah! siete voi, Commendatore!
Forse si chiamava Commendatore di nome; ma, siccome un largo nastro indicava che era insignito di un ordine, gli davano quel soprannome, sebbene fosse soltanto cavaliere.
Nessuno sapeva bene la sua storia, Doveva avere una famiglia in qualche luogo: probabilmente dei figliuoli: ma erano cose incerte, misteriose. Da tre anni già, era addetto alla stazione, come sorvegliante alle merci, una occupazione da poco, un piccolo impiego che gli avevano concesso per sommo favore e che gli permetteva di vivere perfettamente felice. Colpito a cinquantacinque anni, da un primo attacco di paralisi, ne aveva avuto, tre anni dopo, un altro, che gli aveva lasciato un residuo al lato sinistro. Adesso, aspettava il terzo con la massima tranquillità. Come diceva lui, stava agli ordini della Morte, questa sera, domani, al momento stesso. E tutto Lourdes lo conosceva bene, per la manìa speciale che lo coglieva nel tempo dei pellegrinaggi: l'abitudine di andare a vedere ogni treno che arrivava, trascinando il piede e poggiandosi alla mazza, per stupirsi e rimproverare agli ammalati la loro smania di guarigione.
Vedeva da tre anni Sabathier, e tutta la sua ira cadde su di lui.
- Come? Siete ancora qui? Vi preme dunque molto questa maledetta vita?... Ma, giurabacco! Morite un po' a casa vostra, tranquillamente, nel vostro letto! Non è quello che c'è di meglio al mondo?
Sabathier rideva senza arrabbiarsi, sebbene fosse affranto dalle difficoltà incontrate per smontare.
- No, no, preferisco guarire!
- Guarire, guarire, ecco quello che domandano tutti costoro! Fare delle centinaia di miglia, arrivare in pezzi, urlando di spasimo, e questo per guarire, cioè per tornar daccapo, per perpetuare tutte le afflizioni, tutti i dolori!... Suvvia, ragioniamo: voi, signor mio, alla vostra età, col vostro organismo logoro, sarebbe un bel complimento che vi farebbe la vostra Beata Vergine se vi rendesse l'uso delle gambe! Che ne fareste, Dio buono? Che gioia trovereste a prolungare di qualche anno le sciagure della vecchiaia?... Eh via! giacchè ci siete, morite addirittura, perbacco! Quest'è la felicità!
E diceva così, non da credente che aspira al dolce premio dell'altra vita, ma da uomo affranto, che è sicuro di cadere nel vuoto, nella gran pace eterna del nulla.
Mentre Sabathier si stringeva allegramente nelle spalle, come se avesse avuto a che fare con un ragazzo, l'abate Judaine, che aveva finalmente ritrovato il suo gonfalone, si fermava, passando, per rimproverare dolcemente il Commendatore, che conosceva benissimo anche lui.
- Non bestemmiate, caro amico; rifiutare la vita e non amare la salute è un'offesa contro Iddio. Voi stesso, se mi aveste dato retta, avreste già domandato alla Beata Vergine di guarire la vostra gamba.
Allora il Commendatore montò sulle furie.
- La mia gamba! Oh! non può farci nulla, lei, ne sono certo! E venga la morte, venga pure, e che la sia finita per sempre!... Quando si deve morire, ci si volta contro il muro e si muore; è così semplice!
Ma il vecchio prete l'interruppe, e additandogli Maria, che aspettava, stesa nella sua cassa:
- Voi rimandate tutti i nostri ammalati a morire a casa loro, persino la signorina, eh? la quale è nel pieno fiore della gioventù e vuol vivere.
Maria apriva cupidamente gli occhioni, nel suo desiderio di esistere, di avere la sua parte del vasto mondo. Ed il Commendatore, che si era avvicinato e la guardava, venne preso all'improvviso da una profonda emozione che gli fece tremare la voce.
- Se la signorina guarisce, le auguro un altro miracolo: quello di esser felice.
E se ne andò, continuò la sua passeggiata da filosofo corrucciato, tra gli infermi, trascinando il piede, e pestando il selciato col ferro della grossa mazza.
La stazione s'era vuotata, a poco a poco: avevano portato via la signora Vêtu e la Grivotte: e fu Gerardo che trasportò Sabathier in una carrozzella; mentre il barone Suire e Berthaud davano già degli ordini pel treno successivo, il treno verde, che aspettavano ora. Non era rimasta in stazione che Maria, a cui Pietro provvedeva gelosamente. Si era attaccato alle ruote, l'aveva trascinata nel cortile della stazione, quando entrambi osservarono che, da un momento, Guersaint era scomparso; lo scorsero subito, però, in grande colloquio con l'abate des Hermoises, di cui aveva fatta la conoscenza. Una comune ammirazione della natura li aveva ravvicinati.
L'aurora era spuntata, le montagne circostanti si rivelavano nella loro maestà. E Guersaint dava in esclamazioni d'entusiasmo.
- Che paese, che paese! Sono trent'anni che desidero di visitare il Circo di Gavarnie. Ma è ancora lontano da qui, ed è così caro che sono certo di non poter fare mai quella gita.
- Vi ingannate, signore, nulla è più facile. Riunendosi in parecchi, la spesa è modica. Io conto, per l'appunto, di tornarvi quest'anno, cosicchè, se volete essere dei nostri...
- Ma ben volentieri, signore!... Ne riparleremo. Mille grazie.
Sua figlia lo chiamava; egli la raggiunse, dopo uno scambio cordiale di saluti. Pietro aveva stabilito di tirar Maria fino all'ospedale per evitarle il trasbordo in un'altra carrozza. Gli onmibus, i landaus, le giardiniere tornavano già, ingombrando di nuovo la corte, nell'attesa del treno successivo, ed egli stentò ad arrivare sulla strada con quella specie di carretta, di cui le ruote basse affondavano nel fango sino al mozzo.
Dei questurini, a cui incombeva la cura di invigilare sull'ordine, bestemmiavano contro quell'orribile pantano che inzaccherava i loro stivali. Soltanto le femminuccie, le vecchie e le giovani che avevano camere da affittare, se ne ridevano delle pozzanghere e le attraversavano per tutti i versi, inseguendo i pellegrini che uscivano.
Mentre il carretto scorreva più liberamente sulla china, Maria domandò all'improvviso a Guersaint, che camminava vicino di lei:
- Papà, che giorno è oggi?
- Sabato, carina mia.
- E' vero, è sabato ? il giorno della Beata Vergine. Mi guarirà oggi, la Vergine?
E dietro di lei, furtivamente, due lettighieri portavano, in una barella coperta, il cadavere dell'uomo che erano andati a prendere in fondo al locale delle merci, nell'ombra delle botti, per condurlo in un luogo segreto indicato dal padre Fourcade.

 2.
L'ospedale di Nostra Donna dei Dolori, fabbricato da un canonico caritatevole, ed incompiuto per difetto di denari, era un grande edifizio di quattro piani, troppo alto, dove tornava difficile collocare gli ammalati. Di solito, era occupato da un centinaio di vecchi, poveri ed infermi. Ma, all'epoca del pellegrinaggio nazionale, quei vecchi venivano ricoverati altrove per tre giorni, e l'ospedale affittato ai Padri dell'Assunzione, che vi collocavano alle volte persino cinque o seicento ammalati.
Per quanto, del resto, si stipassero, le sale erano insufficienti. Si distribuivano le tre o quattro centinaia di ammalati che rimanevano, fra l'ospedale del Salut, dove andavano gli uomini, e l'ospizio della città, che riceveva le donne.
Quella mattina, nella luce del sole nascente, la confusione era somma, nel cortile sparso di ghiaia, davanti alla porta custodita da due preti. Dal giorno precedente, il personale della Direzione provvisoria era insediato in una sala terrena, con gran lusso di registri, di carte, di formole stampate. Si volevano far le cose meglio dell'anno precedente: le sale terrene dovevano essere riservate agli ammalati più inetti a muoversi; ed inoltre, la distribuzione dei cartelli, su cui erano segnati il nome della sala ed il numero del letto, doveva essere fatta con cura, perchè si erano verificati degli errori di persona.
Ma, di fronte alla fiumana di aggravati che il treno bianco portava, un grande sbigottimento aveva colto tutti, in mezzo alle loro buone intenzioni, e le nuove formalità complicavano talmente le cose, che si era dovuto risolversi a deporre quegli infelici nel cortile, per poterli poi ricevere con un po' d'ordine.
Si rinnovava la baraonda della stazione, il miserevole accampamento all'aria libera, mentre i lettighieri e gli impiegati del segretariato, alcuni giovani seminaristi, correvano da tutte le parti, stralunati.
- Abbiamo voluto fare troppo bene! ? gridava disperatamente il barone Suire.
E quella parola era giusta; non si erano mai prese tante precauzioni inutili, e si vedeva ora di aver ascritti alle sale superiori, per errore incomprensibile, gli ammalati più difficili da trasportare.
Era impossibile rifare la classificazione, bisognava quindi provvedere a casaccio, come al solito; e la distribuzione dei cartelli cominciò, mentre un giovane prete scriveva sopra un registro i nomi e gli indirizzi pel controllo. Ogni ammalato doveva inoltre presentare il cartello dell'Opera pia, cartello del colore del treno, che recava il suo nome ed il suo numero d'ordine, e su cui si segnava il nome della sala ed il numero del letto.
Quelle formalità rendevano interminabile la sfilata delle ammissioni.
Allora, da cima a fondo del vasto edifizio, attraverso i quattro piani, si udì un tramestìo senza fine. Sabathier venne trasportato, fra i primi, in una sala terrena, la sala detta dei coniugi, perchè gli uomini ammalati avevano il permesso di serbarsi vicino le mogli. All'ospedale di Nostra Donna dei Dolori non si ammettevano che delle donne, d'altronde. E, sebbene il frate Isidoro fosse colla sorella, acconsentirono a considerarli come coniugi, e l'infermo venne collocato in un letto vicino a quello di Sabathier.
In quella sala, vi era la cappella, ancora piena di fedeli, con le aperture delle vetrate chiuse da tavole. Si vedevano anche altre sale incompiute, piene ad ogni modo di materasse, su cui gli infermi venivano rapidamente adagiati. Ma già la folla delle ammalate, che erano in grado di camminare. assediava il refettorio, una lunga galleria, di cui le finestre mettevano sopra un cortile interno; e le suore Saint-Frai, che disimpegnavano solitamente il servizio dell'ospedale, rimaste ora per far da mangiare, distribuivano delle scodelle di caffè e latte e di cioccolata a quelle povere donne, rifinite dal terribile viaggio.
- Riposate, rimettetevi in forza ? ripeteva il barone Suire, che si faceva in quattro, mostrandosi dappertutto nello stesso momento. ? Avete tre ore buone. Non sono ancora le cinque ed i Santi Padri hanno dato l'ordine di non andare alla Grotta che verso le otto per evitare la soverchia fatica.
Al secondo piano frattanto, la signora di Jonquière aveva preso possesso, una delle prime, della sala Saint-Onorine, di cui aveva la direzione. Aveva dovuto lasciare al piano terreno la figlia Raimonda, addetta al servizio del refettorio, perchè il regolamento vietava alle fanciulle di penetrare nelle sale dove avrebbero potuto vedere delle cose sconvenienti e troppo atroci. Ma la piccola Désagneaux, dama ospitaliera soltanto, non aveva abbandonato la direttrice, a cui domandava già degli ordini, felice di potersi mettere all'opera, finalmente.
- Signora, questi letti sono fatti a dovere? Se li rifacessi con suor Giacinta?
La sala, dipinta in giallo chiaro, imperfettamente rischiarata da un cortile interno, racchiudeva quindici letti, messi lungo le pareti, in due file.
- Un momento, vedremo, vedremo ? rispose, la signora di Jonquière, astratta.
Contava i letti, esaminando la sala lunga ed angusta. Poi, disse a mezzavoce:
- Non c'è abbastanza posto, assolutamente. Mi hanno annunziato ventisei ammalati e bisogna mettere delle materasse in terra.
Suor Giacinta, che aveva seguìte le due signore, dopo aver stabilite suor San Francesco e suor Chiara degli Angeli in una cameretta attigua, trasformata in guardaroba, sollevava già le coperte, esaminando i letti. E rassicurò la signora Désagneaux.
- Oh! i letti sono ben fatti; tutto è pulito. Si vede che le suore Saint-Frai se ne sono occupate... Ma i materassi di ricambio sono qui vicini, e se la signora vuol darmi una mano, possiamo, senza aspettare, collocarne una fila qui, tra i letti.
- Ma certo! ? gridò la giovane donna, infervorandosi all'idea di portare delle materasse, con le sue gracili braccia da bella bionda.
La signora di Jonquière dovette calmarla.
- Fra un momento, non c'è fretta. Aspettiamo che vi siano le ammalate... Non mi piace molto questa sala a cui non è facile di dar aria. L'anno scorso avevo la sala di S. Rosalia al primo piano... Basta, combineremo le cose ad ogni modo.
Altre dame ospitaliere giungevano, un vero alveare di api lavoratrici, impazienti di mettersi all'opera. Era anzi un'altra sorgente di confusione, quel numero soverchio di infermiere dell'alta società e della borghesia, animate da un fervore di zelo a cui si associava un po' di vanità.
Erano più di duecento. Siccome ognuna di esse doveva fare un dono, entrando all'Opera pia di Nôtre-Dame de Salut, non si ardiva rifiutarne nessuna, pel timore di far inaridire la sorgente delle elemosine, ed il loro numero cresceva d'anno in anno. Per fortuna, ve n'erano parecchie, a cui bastava di portare sul vestito la croce di panno rosso e che partivano per fare delle gite, appena giunte a Lourdes. Ma quelle che si sacrificavano erano veramente meritorie, perchè dovevano faticare orribilmente per cinque giorni, non dormendo che due ore in tutta la notte, e vivendo tra gli spettacoli più terribili e più ripugnanti. Assistevano gli agonizzanti, fasciavano piaghe appestate, vuotavano le catinelle ed i vasi, cambiavano di camicia le vecchie rimbambite, voltavano gli ammalati nel letto, tutt'un lavoro atroce e febbrile, a cui non erano abituate.
Quindi ne uscivano affrante, con le ossa peste, con gli occhi accesi di febbre, consumate da quella gioia della carità che le infervorava.
- E la signora Wolmar? ? chiese la Désagneaux. ? Credevo di ritrovarla qui.
La signora di Jonquière l'interruppe dolcemente, come se avesse saputo il vero stato delle cose e procurasse di dissimularlo, per un'indulgenza da donna che compatisce tutte le miserie umane:
- Non è robusta, ha dovuto andare all'albergo per riposare un po'. Bisogna lasciarla dormire.
Poi, divise i letti fra le signore, assegnandone due a ciascheduna. E tutte quante finirono di prendere possesso del locale, andando e venendo, salendo e scendendo, per rendersi conto del luogo dove si trovavano l'amministrazione, la guardaroba e le cucine.
- E la farmacia? ? domandò ancora la Désagneaux.
Ma non c'era farmacia. E non c'era neppure personale medico. A che pro' quelle cure dal momento che tutte quelle inferme erano delle abbandonate dalla scienza, delle disperate, che venivano per chiedere a Dio la guarigione, che gli uomini impotenti non potevano più promettere alle loro ansie? Qualsiasi cura veniva quindi logicamente interrotta durante il pellegrinaggio. Se un'ammalata entrava in agonia, le si dava l'olio santo. E non c'era altro medico che quello che accompagnava di solito il treno bianco, con la sua piccola busta di medicamenti, per tentare di sollevare un po' l'ammalato che lo reclamasse durante qualche crisi.
Suor Giacinta conduceva per l'appunto Ferrand, che la suora San Francesco aveva tenuto con sè, in un camerino attiguo alla guardaroba, in cui si proponeva di stare in permanenza.
- Sono a vostra assoluta disposizione, signora mia ? disse egli alla signora di Jonquière. ? In caso di bisogno, basterà che mandiate per me.
Essa lo ascoltava appena, litigando con un giovane prete dell'amministrazione, perchè non v'erano che sette vasi da notte in tutta la sala.
- Certo, signor dottore, se occorresse qualche calmante.
Ma non compì la frase, tornando alla sua discussione.
- Insomma, signor abate, fate il possibile per procurarmene ancora quattro o cinque... Come volete che si faccia? E' già tanto difficile.
E Ferrand ascoltava e guardava con occhi attoniti quella turba straordinaria in cui un caso l'aveva gettato. Lui, che non era credente, e non si trovava in quel posto che per amicizia e carità, stupiva di quella spaventosa accozzaglia di miseria e di passioni, che si scagliava, impetuosa, verso la speranza della felicità. Ma quello che lo contrariava più di tutto, scompigliando le sue idee di giovane medico, era quella trascuranza di ogni precauzione, quello sprezzo delle indicazioni più elementari della scienza, nella certezza che, se il cielo lo avesse voluto, la guarigione si sarebbe manifestata con l'impeto di una smentita alle leggi stesse della natura. A che pro' dunque facevano al rispetto umano quest'ultima concessione di condurre un medico pel viaggio? Tornò nel suo camerino con un senso di vergogna, accorgendosi di essere inutile ed un po' ridicolo.
- Preparate ad ogni modo delle pillole di oppio ? gli disse suor Giacinta, che tornava con lui in guardaroba. ? Ve ne chiederanno: abbiamo degli ammalati che mi danno pensiero.
Alzò su di lui gli occhioni azzurri, così dolci, così buoni, dal divino e perenne sorriso. La sua instancabile attività coloriva, del, rosso di un sangue generoso, la sua pelle splendente di freschezza giovanile.
Poi riprese, da amica sincera che acconsentiva a dividere con lui l'opera del suo cuore pietoso.
- Eppoi, se avessi bisogno di qualcuno per alzare e coricare un ammalato, voi mi dareste una mano, non è vero?
Allora egli si sentì contento di essere venuto, di trovarsi colà, pensando che potrebbe esserle utile. La rivedeva al suo capezzale, quando egli era in punto di morte ed essa lo assisteva fraternamente con la sua amabilità serena di angelo senza sesso, in cui c'era nello stesso tempo qualcosa dell'amico e della donna.
Non ricordava neppure la religione, che essa rappresentava.
- Ma finchè vorrete, suora mia, sono tutto vostro e così felice di servirvi! Sapete pure quale debito di gratitudine io abbia con voi!
Ella gli mise, dolcemente, un dito sulle labbra per farlo tacere. Nessuno aveva debiti con lei. Essa non era che la serva degli ammalati e dei poveri.
In quel punto, un'inferma faceva, per la prima, il suo ingresso nella sala Sant'Onorina. Era Maria, che Pietro, aiutato da Gerardo, portava, coricata in fondo alla sua cassa di legno.
Uscita l'ultima dalla stazione, essa giungeva così prima degli altri, mercè le complicazioni infinite, le quali avevano fermate dapprima tutte le ammalate, per liberarle poi a capriccio, secondo le distribuzioni casuali dei cartelli. Guersaint aveva dovuto lasciare la figlia alla porta dell'ospedale, per desiderio di questa, perchè, preoccupata della piena degli alberghi, essa voleva che fissasse immediatamente due camere, per lui e per Pietro. Ed era così stanca che, dopo essersi disperata di non venir condotta subito alla Grotta, acconsentì a coricarsi per un momento.
- Suvvia, cara fanciulla ? ripeteva la signora di Jonquière: ? avete tre ore davanti a voi. Vi metteremo a letto. Vi riposerà l'uscire un po' dalla vostra cassa.
La sollevò per le spalle, mentre suor Giacinta teneva i piedi. Il letto si trovava in mezzo alla sala, vicino ad una finestra. Per un momento, l'ammalata restò con gli occhi chiusi, come rifinita per tutti quei trasporti.
Poi Pietro dovette tornarle vicino, perchè essa smaniava, dicendo che aveva delle cose da spiegargli.
- Non ve ne andate, amico mio, ve ne scongiuro. Portate quella cassa sul ripiano, ma restate qui, perchè voglio che mi si porti giù, appena me ne daranno il permesso.
- Vi trovate meglio, in quel letto? ? domandò il giovine prete.
- Sì, sì, certo... E d'altronde, non so nemmeno... Ho una tal fretta, Dio mio! di essere laggiù, ai piedi della Beata Vergine.
Però, quando Pietro ebbe portata via la cassa, essa si svagò guardando l'arrivo successivo degli ammalati. La signora Vêtu che due lettighieri avevano aiutata a salire, sorreggendola sotto le braccia, venne messa da loro sopra un letto vicino, bell'e vestita; e vi rimase immobile, senza parola, con la faccia cupa e paglierina dei cancerosi.
Nessuna delle inferme veniva spogliata; si limitavano ad adagiarle sui letti, col consiglio di dormire, se potevano. Quelle che di solito non erano costrette al letto sedevano sull'orlo delle materasse, discorrendo fra di loro e mettendo in ordine la loro roba.
Elisa Rouquet, che era vicina a Maria anch'essa, apriva il suo canestro, per toglierne uno scialletto, pulito, molto seccata di non avere uno specchio. Ed in meno di dieci minuti tutti i letti furono occupati, cosicchè, quando comparve la Grivotte, quasi portata da suor Giacinta e da suor Chiara degli Angeli, convenne cominciare a porre delle materasse.
- Prendete! Eccone uno! ? gridava la Désagneaux. ? Starà benissimo qui, quella ragazza, riparata dal riscontro della porta.
In breve, altre sette materasse vennero aggiunte alla sala che occupava tutta la corsia centrale. Non si poteva più circolare, bisognava essere molto cauti nel seguire le strette viuzze lasciate attorno alle ammalate. Ognuna di esse serbava il proprio involto, la scatola, le valigie, ed accanto a quei giacigli improvvisati sorgevano delle montagne di povera roba logora, di cenci che giacevano tra le lenzuola e le coltri. Sembrava una triste ambulanza, combinata in fretta, dopo qualche grande catastrofe, un incendio, un terremoto, che avesse lasciato sul lastrico centinaia di feriti e di miserabili.
La signora Jonquière andava da un capo all'altro della sala, ripetendo continuamente:
- Suvvia, figliuoli, non vi eccitate, procurate di dormire un pochino.
Ma non riusciva a calmarli ed ella stessa, come pure le altre dame ospitaliere, poste sotto ai suoi ordini, finivano coll'accrescere, con la confusione, la febbre delle ammalate. Conveniva cambiarne di camicia parecchie, certune manifestavano altri bisogni. Una donna che soffriva di un'ulcera alla gamba, gettava tali strilli che la Désagneaux s'era decisa a metterle le fasce: ma non avendo pratica stava per venir meno, nonostante il suo coraggio di infermiera zelante, tanto era nauseata dal lezzo intollerabile della piaga. Le meno ammalate domandavano del brodo, e le scodelle giravano tra chiamate, risposte, ed ordini contradditori che nessuno eseguiva.
Molto allegra, la piccola Sofia Couteau che abitava colle suore, si credeva in ricreazione e correva, ballava, saltava a piè zoppo, in mezzo a quella baraonda, chiamata da tutti, amata ed accarezzata per quella speranza del miracolo che portava ad ognuna di esse.
Le ore però scorrevano in quell'agitazione.
Erano passate le sette quando l'abate Judaine entrò.
Era il cappellano della sala Sant'Onorina, e solo la difficoltà di trovare un altare libero per dire messa l'aveva fatto indugiare fino allora. Appena apparve, un grido d'impazienza si levò da tutti i letti.
- Oh! signor curato, partiamo, partiamo subito!
Una smania ardente le faceva rizzare sul letto, una smania che cresceva e si irritava di minuto in minuto, come se si fossero sentite arse da una sete sempre più viva, che solo la fontana miracolosa poteva saziare. E la Grivotte, specialmente, seduta sulla sua materassa, giungeva le mani, implorando che la si conducesse alla Grotta. Non era un principio di miracolo, quel rinascere della volontà, quel bisogno febbrile di guarigione che la faceva risorgere? Giunta inerme, esanime, stava seduta ora, volgendo da tutti i lati gli sguardi foschi, spiando l'ora benedetta in cui verrebbero a prenderla; ed il suo viso livido riprendeva un po' di colore, ella risuscitava già.
- Ve ne prego, signor curato, ordinate che mi portino via. Sento che guarirò.
L'abate Judaine le ascoltava, colla sua faccia bonaria ed il sorriso teneramente paterno, frenando la loro impazienza con delle parole affettuose.
Partirebbero fra un momentino.
Ma bisognava essere ragionevoli, lasciare il tempo di organizzare le cose, eppoi, neppure alla Beata Vergine piaceva che le si facesse troppa fretta; voleva aspettare la sua ora, dispensando i suoi divini favori alle più assennate.
Mentre passava davanti al letto di Maria, la vide, con le mani giunte, balbettare le fervide suppliche che le si affollavano sulle labbra e si fermò di nuovo.
- Che furia avete anche voi, figliuola mia! Siate tranquilla, vi saranno delle grazie per tutti.
- Padre mio ? mormorò lei ? muoio d'amore. Ho il cuore troppo gonfio di preghiere, mi soffoca.
Egli fu molto commosso di quel fervore in quella povera giovinetta scarna, così crudelmente colpita nella sua bellezza e nella sua gioventù. Volle calmarla e le additò la sua vicina, signora Vêtu, che non si moveva, sebbene avesse gli occhi spalancati, fissando la gente che passava.
- Guardate un po' la signora, come è calma! Si raccoglie; ha ben ragione di abbandonarsi come un bambino nelle mani di Dio.
Ma la Vêtu balbettava, con voce che non si udiva, un mero soffio:
- Oh! che spasimo, che spasimo!
Finalmente, alle otto meno un quarto, la signora di Jonquière avvertì le ammalate che conveniva si preparassero.
Ed ella stessa agganciò del vestiti, calzò dei piedi infermi con l'aiuto di Suor Giacinta e della signora Désagneaux. Tutte si vestivano con studio, perchè desideravano di far bella figura al cospetto della Beata Vergine. Molte avevano la cura di lavarsi le mani. Altre toglievano dalle valigie la loro roba, mutandosi di biancheria.
Elisa Rouquet aveva finalmente scoperto uno specchietto tra le mani di una vicina, una donna enorme, un'idropica, molto vana della sua persona; se l'era fatto prestare, mettendolo in piedi sul capezzale, ed ora, tutt'assorta in quel lavoro, si accomodava elegantemente lo scialletto attorno alla testa, mettendovi molto studio per nascondere la sua faccia da mostro, dalla piaga sanguinosa. In piedi davanti a lei, la piccola Sofia stava a guardarla, col più profondo interesse.
Fu l'abate Judaine che diede il segnale della partenza per la Grotta. Voleva accompagnarvi egli stesso le sue care figlie ? figlie di dolore in Dio ? come diceva, mentre le dame dell'Opera pia e le suore resterebbero all'ospedale per mettere in ordine la sala.
Subito, questa si vuotò e le ammalate vennero portate giù, in mezzo ad un nuovo tumulto. E Pietro, che aveva rimesso sulle sue ruote la cassa in cui Maria giaceva, si pose alla testa del corteggio, formato da una ventina di carrozzelle e di lettighe. Anche le altre sale si vuotavano, la corte era piena, la sfilata si formava a casaccio; in breve vi fu una coda interminabile, che scendeva il pendìo piuttosto alto del viale della Grotta, cosicchè Pietro giungeva già al poggio della Merlasse, quando le ultime lettighe lasciavano appena il cortile dell'ospedale.
Erano le otto; il sole già alto, un sole trionfale di agosto, sfolgorava nel cielo, mirabilmente puro.
L'azzurro dell'aria, reso terso dal temporale della notte, pareva affatto nuovo, di una freschezza infantile. E la sfilata spaventosa, la fiumana di quella Corte dei Miracoli della sofferenza umana, fluiva sui sassi del pendìo, nello splendore di quella mattina raggiante.
E non aveva mai fine: la processione raccapricciante si allungava sempre più. Nessun ordine: tutti i mali accozzati alla rinfusa, un torrente vomitato da qualche inferno in cui si fossero raccolti tutti i morbi mostruosi, i casi rari ed atroci che mettono un brivido nelle vene. Erano teste mangiate dall'eczema, fronti coronate da rubeole, nasi e bocche di cui l'elefantiasi aveva fatto dei grugni informi. Delle malattie svanite risuscitavano, una vecchia aveva la lebbra, un'altra era coperta di licheni, come un albero, imputridito all'ombra. Poi, passavano delle idropiche, gonfie come otri, di cui il ventre sorgeva gigantesco sotto le coltri; mentre delle mani, contorte dai reumi, pendevano dalle barelle, e passavano dei piedi irriconoscibili, gonfiati dall'edema, come sacchi rimpinzati di cenci. Una idrocefala, seduta in una carrozzella, dondolava il cranio enorme, troppo pesante, che si rovesciava sulla nuca. Una ragazzona, colpita da corea, ballava con tutte le membra, senza posa, con dei guizzi subitanei, che le stiravano tutta la parte sinistra della faccia.
Dietro di lei, un'altra, più giovane, mandava una specie di guaito lamentoso da bestia, di abbaiamento, ogni volta che il tic doloroso da cui era torturata, le scontorceva la bocca e la guancia sinistra che pareva gettasse in avanti. Poi venivano delle tisiche, tremanti di freddo, rifinite dalla dissenteria, di una magrezza da scheletro, colla pelle livida, color della terra, in cui tra poco scenderebbero a dormire, ve n'era una, bianca bianca, con occhi di fiamme, che sembrava una testa da morto in cui si fosse accesa una torcia. Poi venivano, una dopo l'altra, tutte le difformità delle contratture, i busti rovesciati, le braccia contorte, i colli piantati in isghembo, i poveri esseri spezzati e schiacciati, immobilizzati in attitudini di burattini tragici; se ne notava fra le altre una di cui il pugno destro si era portato dietro le reni, mentre la guancia sinistra ricadeva, incollata alle spalle. Poi delle povere rachitiche mettevano in mostra il loro colorito di cera, la loro nuca esile, consumata da umori scrofolosi; delle donne gialle avevano sul volto lo stupore doloroso delle sciagurate di cui il cancro divora i seni; altre coricate, con gli occhi dolenti, volti al cielo, pareva ascoltassero il cozzo dei tumori nel loro interno, tumori grossi come teste di fanciulli che ostruivano gli organi.
E sempre ne comparivano delle altre, ne giungevano di più spaventose; quella che seguiva, accresceva il raccapriccio della precedente.
Una giovinetta appena ventenne, dalla testa piatta di rospo, lasciava pendere liberamente un gozzo così enorme che scendeva fino alla vita, come il bavaglino di un grembiale. Un cieco veniva avanti, con la testa alta e dritta, la faccia di una bianchezza di marmo, coi due fori degli occhi infiammati e sanguinosi, due piaghe vive da cui scorreva il pus. Una vecchia pazza, diventata scema, col viso mangiato da qualche cancro, la bocca nera e vuota, rideva di un riso terrificante. E, ad un tratto, un epilettico cadde in convulsioni, mandando bava sulla sua barella, senza che il corteggio rallentasse il suo cammino, come flagellato dal vento della corsa, in quella ansia febbrile che lo spingeva verso la Grotta.
I lettighieri, i preti, le ammalate stesse avevano intuonato un cantico, la nenia di Bernadette, e quella turba passava, passava in mezzo al suono inebbriante degli Ave; le carrozzelle, le lettighe, i pedoni scendevano il pendìo in una fiumana sempre più gonfia ed irrompente, di cui l'onda scorreva con alto scroscio. All'angolo della via San Giuseppe, vicino al poggio della Merlasse, una famiglia che arrivava da Cauterets, o da Bagnères, reduce da qualche gita, rimaneva inchiodata sul marciapiede, con profondo stupore. Dovevano essere ricchi borghesi, il padre e la madre molto corretti, le due ragazze vestite di chiaro, con faccie ridenti da persone che si divertono. Ma alla prima sorpresa del gruppo si aggiungeva ora un terrore crescente, come se avessero veduto aprirsi un lazzaretto di lebbrosi, uno di quegli ospedali della leggenda, sgombrato dopo qualche grande epidemia. E le due figliuole impallidivano, il padre e la madre restavano agghiacciati, davanti alla sfilata ininterrotta di tanti orrori, di cui sentivano in faccia il soffio appestato.
Dio giusto! Quanta bruttezza, quanto sudiciume, quanti spasimi! Era possibile tanto orrore, sotto quel bel sole, così sfolgorante, sotto quell'ampio cielo di luce e di gioia, dove saliva la frescura del Gave, dove la brezza del mattino metteva le pure fragranze dei monti!
Quando Pietro, che era in testa al corteggio, sboccò sul poggio della Merlasse, si sentì circonfuso da quel sole così chiaro, da quell'aria così vivida e così balsamica.
Si volse e sorrise dolcemente a Maria, ed entrambi, nello splendore del mattino, furono rapiti, arrivando sulla piazza del Rosario, dal mirabile orizzonte che si svolgeva attorno di loro.
Rimpetto, all'Est, era il vecchio Lourdes, giacente in una profonda piega del terreno, dall'altra parte della sua rupe. Il sole sorgeva dietro i monti lontani, ed i suoi raggi obliqui facevano spiccare in tinta violacea quella rocca solitaria, coronata dalla sua torre e dalle mura cadenti dell'antico castello, un tempo chiave formidabile delle sette vallate.
Nel polverìo d'oro diffuso non si vedevano che dei contorni grandiosi, degli avanzi di costruzioni ciclopiche, poi, al di là, delle tettoie confuse; i tetti sbiaditi della vecchia città perduti nella lontananza, mentre, dall'altra parte del castello, la città nuova, irrompendo a destra ed a sinistra, biancheggiava, ridente, tra il verde, con le sue facciate fresche di alberghi, di pensioni e di negozi, tutta una città ricca e rumorosa, sorta là, in pochi anni, come per incanto. Il Gave passava al piede della rocca, coll'alto scroscio delle sue acque chiare, verdi ed azzurre, profonde, sotto il vecchio ponte, ribollenti sotto il ponte nuovo, eretto dai Padri per congiungere la Grotta alla stazione ed al nuovo Boulevard, recentemente aperto alla circolazione. E, come sfondo a quel quadro delizioso, a quelle acque fresche, a quella verzura, a quella città, sparsa tra la campagna, ringiovanita e gaia, sorgevano il piccolo Gers ed il grande Gers, due viali di roccie nude e di erba fitta e corta, i quali assumevano nell'ombra, in cui erano immersi, delle tinte delicatissime, un colore di malva, ed un verde sbiadito che si spegnevano in una tinta rosea.
Poi, al Nord, sulla riva destra del Gave, al di là dei declivi seguiti dalla linea della ferrovia, sorgevano le alture del Buala, dei pendii boscosi, suffusi dai chiari riverberi del mattino. Era da quel lato che si trovava Bartrès. Poi, a sinistra, si rizzava la serra di Julos, dominata da Miramont.
Lontan lontano, altre cime svanivano nell'aria. E la nota allegra di quel punto dell'orizzonte erano i numerosi conventi, scaglionati tra le ondulazioni erbose del terreno, al di là del Gave, sul punto più vicino della prospettiva. Pareva fossero sorti come una vegetazione rapida e spontanea di quella terra del prodigio.
C'era, anzitutto, un Orfanotrofio, eretto dalle suore di Nevers, e di cui i grandi fabbricati splendevano al sole. Poi, rimpetto alla Grotta, sulla via di Pau, venivano le Carmelitane; più in giù, lungo la via di Pouyferré le suore dell'Assunzione e le Domenicane, smarrite nel deserto, cosicchè non si vedeva che un angolo delle loro tettoie. Finalmente, le suore dell'Immacolata Concezione, chiamate Suore Azzurre, che avevano eretto in fondo alla valle una casa di ritiro, dove prendevano in pensione le signore sole, le pellegrine ricche che desideravano la solitudine.
In quell'ora mattutina, tutte le campane di quei conventi suonavano alla distesa, mandando delle note gioconde nell'aria di cristallo; mentre, dall'altra parte dell'orizzonte, al mezzogiorno, le campane d'altri conventi rispondevano al loro squillo con altri rintocchi di gioia argentini. La campana delle Clarisse, specialmente, vicino al Ponte Vecchio, sgranava nell'aria una scala di note limpide, che pareva di udire il cinguettìo d'un uccello. E da quel lato della città, si aprivano altre valli ancora, delle montagne rizzavano i loro fianchi nudi, s'allargava tutt'un paesaggio irregolare e sorridente, uno sconfinato succedersi di colline che parevano i marosi di un oceano in tempesta, fra cui si vedevano i poggi di Visens, riccamente marezzati da un alternarsi di carminio e di azzurro chiaro.
Ma quando Maria e Pietro volsero gli occhi ad occidente, restarono abbagliati. Il sole saettava direttamente i suoi raggi sul grande Bêout e sul piccolo Bêout, dalle cuspidi ineguali, una alta, una bassa.
Era come uno sfondo di porpora e d'oro, una montagna abbagliante, in cui non si distingueva che la via che serpeggia e sale al Calvario, tra gli alberi. E là, su quello sfondo soleggiato, raggiante come uno sfondo di apoteosi, spiccavano le tre chiese sovrapposte, che la voce sottile di Bernadette aveva fatto sorgere dalla roccia, ad onore della Beata Vergine.
Più sotto, anzitutto, c'era la chiesa del Rosario, bassa e rotonda, scolpita in parte nel masso, in fondo al terrazzo che le scalinate colossali, sorgenti in dolce declivio sino alla cripta, rinserravano tra le loro braccia immani.
C'era, in quella via, un lavoro enorme, tutt'una cava di pietre, smosse e tagliate, dei cavalcavia alti come navate, due viali in salita, viali da circo gigantesco, perchè la pompa delle processioni vi si potesse svolgere e la carrozzella di una bambina ammalata potesse salire a Dio senza difficoltà.
Poi veniva la cripta, la chiesa sotterranea, della quale non si vedeva che la porta bassa, al disopra della chiesa del Rosario, chiesa di cui la tettoia selciata, dai larghi viali, continuava le scalinate.
E, finalmente, sorgeva la Basilica, un po' sottile e fragile, troppo nuova, troppo bianca, col suo stile fine da delicato gioiello del Risorgimento; la Basilica, scaturita dalle rupi di Massabielle, come una preghiera, un volo di colomba purissima.
La guglia, così minuta al disopra di quelle scalinate gigantesche, appariva come la fiammella dritta di un cero, in mezzo all'immenso orizzonte, ai marosi infiniti delle valli e delle montagne.
Aveva, accanto alla fitta verzura della collina del Calvario, una fragilità, un candore meschino di fede infantile: e si pensava al braccino bianco, alla manina scarna della gracile ragazzetta che, in una crisi della sua miseria umana, additava il cielo.
Non si vedeva la Grotta, di cui l'apertura era a sinistra, al piede della roccia.
Dietro la Basilica non c'era che l'abitazione dei Padri, un edifizio quadrato, di stile goffo; poi, molto più in là, in mezzo alla valle boscosa che si allargava, sorgeva il palazzo episcopale.
Le tre chiese fiammeggiavano nella luce del sole nascente e la pioggia d'oro dei raggi si diffondeva per tutta la campagna, mentre lo squillo argentino delle campane pareva la vibrazione stessa della luce, il risveglio canoro di quella bella giornata.
Dalla piazza del Rosario che attraversavano, Pietro e Maria diedero un'occhiata all'Esplanade, il giardino dalla lunga prateria centrale, fiancheggiato da due larghi viali paralleli, che va sino al Ponte Nuovo. Colà sorgeva, volta verso la Basilica, la Grande Vergine coronata.
E tutti gli infermi, passando, facevano il segno della croce.
E lo spaventoso corteggio fluiva, fluiva sempre, come travolto dal suo cantico in mezzo alla natura festosa.
Sotto il cielo sfolgorante, fra i monti di porpora e d'oro, fra gli alberi secolari, e l'eterna freschezza delle acque correnti, il cantico avvolgeva, terribile, le sue dannate dalle malattie di pelle, dalle carni divorate; le sue idropiche, gonfie come otri; le sue artritiche e le sue paralitiche, contorte dagli spasimi; e sfilavano le idrocefale e le ballerine di San Vito e le tisiche, le rachitiche e le epilettiche, le cancerose, le gozzute, le pazze e le sceme... Ave, ave, ave Maria!
La nenia ostinata vibrava più forte, travolgendo verso la grotta quell'abominevole torrente della miseria tra lo spavento ed il raccapriccio della gente che restava come inchiodata al suolo, agghiacciata di orrore davanti a quella corsa sfrenata di figure d'incubo.
Pietro e Maria passarono pei primi sotto l'alto cavalcavia di una delle scalinate. Poi, mentre seguivano l'argine del Gave, la Grotta apparve ad un tratto.
E Maria, di cui Pietro spingeva la carrozzetta più vicino che poteva al cancello, non potè che sollevarsi, mormorando:
- Oh! Vergine santissima... Vergine adorata!...
Non aveva veduto nulla, nè le edicole delle piscine, nè la fontana dalle dodici bocche, davanti a cui era passata, e non distingueva neppure a sinistra, la bottega degli oggetti sacri, a destra il pulpito di pietra, già occupato dal padre Massias. Soltanto lo splendore della Grotta l'abbagliava; le sembrava che centomila ceri splendessero colà, dietro il cancello, mettendo un bagliore da fornace nell'apertura bassa, e incendiando di una luminosità raggiante d'astro, la statua della Vergine, posta più su, sull'orlo d'un angusto incavo, di forma ogivale.
E non vedeva più nulla ora, all'infuori di quella gloriosa apparizione, nè le grucce di cui avevano tappezzato parte della vôlta, nè i mazzi di fiori, gettati in mucchio, che avvizzivano tra le edere ed i rosai selvatici, nè l'altare stesso, posto al centro, vicino ad un piccolo organo mobile, ricoperto da una fodera. Ma, nell'alzare gli occhi, ritrovò in cima alla rupe, sul cielo, l'esile Basilica bianca che si presentava di profilo ora, colla sua guglia finissima, perduta nell'azzurro dell'infinito, come una preghiera.
- Oh! Vergine potente... Regina delle Vergini... Santa Vergine delle Vergini!
Pietro frattanto era riuscito a spingere la carozzella di Maria in prima fila, davanti alle numerose panchine di quercia messe all'aperto, come in una chiesa. Quelle panchine erano già quasi interamente occupate dalle ammalate che potevano sedere. Gli spazi vuoti si riempivano di lettighe, poggiate in terra, di carrozzelle, di cui le ruote si incastravano le une nelle altre, di una montagna di guanciali, di materassi, in cui tutti i morbi fraternizzavano, alla rinfusa.
Pietro aveva riconosciuto, nel giungere, i Vigneron, col loro misero figlio Gustavo, seduto in mezzo ad una panchina: ed aveva veduto, in terra, il letto guarnito di merletti della signora Dieulafay, al cui capezzale il marito e la sorella pregavano, ginocchioni. Tutti gli ammalati del loro vagone ricomparivano colà: Sabathier ed il frate Isidoro, vicini l'un dall'altro, la Vêtu, sprofondata in una carrozzella, Elisa Rouquet seduta, la Grivotte, esaltata, sorreggendosi sulle mani. Ritrovò persino la Maze, in disparte, assorta nell'orazione; mentre la signora Vincent, in ginocchio, con la piccola Rosa sempre fra le braccia, la presentava alla Vergine, con un fervido atto da madre disperata, perchè la Madre della Grazia divina ne avesse alfine pietà.
Ed attorno a quel recinto riservato la folla dei pellegrini cresceva sempre, in una ressa che si pigiava, traboccando, a poco a poco, fino al parapetto del Gave.
- O Vergine clemente ? continuava Maria a mezza voce; ? o Vergine fida... Vergine concepita senza peccato...
E, venendo meno, taceva, mentre colle labbra ancora agitate da una preghiera interna, fissava cupidamente Pietro. Questi credette che ella avesse qualche desiderio da esprimergli, e si chinò.
- Volete che io rimanga qui, a vostra disposizione, per condurvi alla piscina, fra un momento?
Ma, quand'ebbe compreso, Maria rifiutò con un cenno del capo. E riprese, febbrilmente:
- No, no! Non voglio fare l'immersione questa mattina... Mi sembra che bisogna essere così degni, così puri, così santi per tentare il miracolo!... Voglio sollecitarlo tutta la mattina, a mani giunte, voglio pregare, pregare con tutte le forze, con tutta l'anima.
Le veniva meno il respiro; soggiunse:
- Non venite a riprendermi che alle undici, per tornare all'ospedale. Non mi muoverò da qui.
Pietro non si allontanò peraltro e le rimase vicino.
Per un momento, si pose in ginocchio: ed avrebbe voluto pregare anche lui con quella fede ardente, chiedendo a Dio la guarigione di quella bambina ammalata, che amava di tenerezza così fraterna. Ma dacchè era davanti alla Grotta sentiva uno strano disgusto, come una sorda ribellione che tarpava lo slancio pio della sua preghiera. Voleva credere, aveva sognato tutta notte che la fede gli rifiorirebbe nell'anima, come un bel fiore di ignoranza e di ingenuità, non appena egli si inginocchierebbe sulla terra del miracolo.
Ed invece non risentiva che impaccio ed inquietudine, rimpetto a quello scenario, a quella statua, rigida e scialba nella luce falsa dei ceri, tra la bottega dei rosari, piena di una ressa di avventori, ed il grande pulpito di pietra, da cui un padre dell'Assunzione gettava, a gran voce, degli Ave. La sua anima era dunque inaridita a tal segno? Nessuna rugiada divina potrebbe irrorarla di innocenza, renderla simile a quelle anime di bambini che si donavano tutte alla menoma carezza della leggenda?
Rimase astratto, ravvisò il padre Massias nel frate che stava in pulpito. Lo aveva incontrato in altri tempi, e restò conturbato da quell'ardore fosco, da quella faccia scarna, con occhi scintillanti e larga bocca eloquente, che faceva violenza al cielo per obbligarlo a scendere sulla terra.
E mentre lo esaminava, stupito di sentirsi tanto diverso da lui, vide, al piede del pulpito, il padre Fourcade in grande conferenza col barone Suire. Quest'ultimo sembrava perplesso: finì però coll'approvare, con un cenno compiacente del capo. C'era anche l'abate Judaine, che trattenne il padre ancora un momento: il suo viso paterno esprimeva, anch'esso, una specie di sbigottimento: ma finì col cedere egli pure.
Ad un tratto il padre Fourcade apparve sul pulpito, ergendo l'alta persona che, l'accesso di gotta a cui era in preda, curvava un pochino; non aveva voluto però che il padre Massias, l'amato fratello, prediletto fra tutti, abbandonasse completamente il pulpito: lo tratteneva sopra un gradino dell'angusta scaletta, poggiandosi sulla sua spalla.
Poi, con voce piena e solenne, con un'autorità sovrana che impose il più profondo silenzio:
- Cari fratelli, care sorelle, vi chiedo scusa se interrompo le vostre preghiere... ma debbo farvi una comunicazione, debbo invocare l'aiuto di tutte le vostre anime fedeli... Questa mattina, un caso tristissimo ci ha afflitto: uno dei nostri fratelli è morto nel treno che ci conduceva, appunto mentre toccava la terra promessa,
Si fermò per alcuni momenti. Pareva ancora più alto, ed il suo bel volto si fece raggiante, in mezzo al regale profluvio della lunga barba.
- Ebbene! cari fratelli, care sorelle; ciò nonostante mi viene l'idea che non dobbiamo disperare. Chi sa se Iddio non ha voluto quella morte per dimostrare al mondo la sua onnipotenza? Odo come una voce che mi parla, che mi spinge a salire su questo pulpito, a chiedere le vostre preghiere per quell'uomo, quegli che non è più, e di cui la salvezza è pure, ad ogni modo, nelle mani della Santissima Vergine, che può implorarla il suo divino Figlio per lui. Sì! L'uomo è qui, ne ho fatto portare la salma, e dipende forse da voi che un miracolo clamoroso abbagli la terra, se pregate con tanto ardore da commuovere il cielo. Immergeremo il cadavere nella piscina, supplicheremo il Signore, padrone del mondo, di risuscitarlo, di darci questa prova straordinaria della sua bontà suprema.
Un soffio gelato, venuto dall'invisibile, passò sugli astanti. Tutti si erano fatti pallidi, e, senza che alcuno avesse aperto le labbra, parve che un sussurro corresse fra la gente, con un brivido.
- Ma ? riprese con impeto il padre Fourcade, animato da vera fede ? con quale ardore ci converrà pregare! Cari fratelli, care sorelle, è tutta l'anima vostra che voglio, è una preghiera in cui mettiate il vostro cuore, il vostro sangue, la vita vostra, con quello che ha di più nobile e di più amoroso! Pregate con tutte le forze, pregate, al punto da non saper più chi siete e dove siete! Pregate come si ama, come si muore. Perchè, ciò che stiamo per chiedere, è una grazia così preziosa, così rara, così stupefacente, che solo la violenza della vostra adorazione può obbligare Iddio a risponderci. E perchè le vostre preghiere siano efficaci, perchè abbiano il tempo di diffondersi e di salire ai piedi dell'Eterno, non sarà che questa sera verso le quattro, che caleremo il corpo nella piscina... Pregate, cari fratelli, care sorelle, pregate la Santissima Vergine, la Regina degli angeli, la consolatrice degli afflitti.
Ed egli stesso, vaneggiante per l'emozione, riprese il rosario, mentre il padre Massias rompeva in singhiozzi. Il profondo silenzio, pieno d'ansia, fu rotto, un contagio colse la folla, facendola scoppiare in grida, in lagrime, in balbuziamenti confusi di supplica. Fu come un soffio di delirio che annientava ogni volontà, confondendo tutti quegli esseri in un essere solo, esaltato d'amore, travolto nel folle desiderio del prodigio impossibile.
Parve a Pietro, per un momento, che la terra gli mancasse sotto i piedi, che stesse per cadere e svenire.
Si rialzò a stento e si tirò in disparte.

 3.
Mentre Pietro si scostava, nel suo disgusto, invaso da una ripugnanza invincibile per quel luogo, vide Guersaint inginocchiato presso la Grivotte, coll'aria concentrata, pregando col massimo slancio di fede. Non l'aveva riveduto dalla mattina in poi, ed ignorava se aveva potuto trovare due camere in fondo a qualche albergo; per cui il suo primo impulso fu di raggiungerlo. Poi esitò, e non volle turbare il suo raccoglimento, pensando che pregava per la figlia che adorava, nonostante le sue continue distrazioni da cervello irrequieto. E passò, internandosi nel viale sotto gli alberi. Suonavano le nove; aveva due ore di tempo.
Laggiù, avevano tramutato, a furia di danaro, la sponda incolta su cui altre volte pascolavano i maiali, in un viale stupendo, che fiancheggiava il Gave.
S'era dovuto respingerne il letto per guadagnare terreno e fare un argine monumentale, lungo cui correva un lungo marciapiede, difeso da un parapetto. Il viale finiva al piede di un colle, a due o trecento metri; ed era quindi come una passeggiata chiusa, fornita di panchine ed ombreggiata da alberi stupendi. Nessuno vi passava: non serviva che per dar sfogo alla folla, quando era eccessiva e vi si trovavano ancora degli angoli di solitudine, tra lo sterro erboso che l'isolava al mezzogiorno ed i vasti campi che si svolgevano al Nord, al di là del Gave, i pendii boscosi, rallegrati dalle facciate bianche dei conventi. Nelle giornate le più infuocate di agosto, si godeva di una frescura deliziosa colà, all'ombra, sulle rive dell'acqua corrente.
E Pietro si sentì subito riposato, come chi si desta da un sogno affannoso. Si interrogava, preoccupato delle proprie sensazioni.
Non era giunto a Lourdes, quella mattina, col desiderio di credere, coll'idea anzi che tornava già a credere, come negli anni docili dell'infanzia, quando la madre gli faceva giungere le mani, insegnandogli a temere Iddio? Ed appena si era trovato davanti alla Grotta, ecco che l'idolatria del culto, la violenza della fede, l'assalto contro la ragione, lo avevano urtato, al punto da farlo venir meno. Che ne sarebbe dunque di lui? Non potrebbe neppur tentare di combattere il suo dubbio, mettendo a profitto il viaggio per vedere e convincersi? Era un esordio scoraggiante, di cui rimaneva turbato; e ci volevano quei begli alberi, quel torrente così limpido, quel viale così placido e così fresco, per rimetterlo dalla scossa.
Poi, come Pietro giungeva in fondo al viale, fece un incontro impreveduto. Da alcuni minuti, guardava un vecchione alto che veniva verso di lui, stretto in un abito nero molto attillato, con un cappello a tesa piatta; e cercava di ricordare quella faccia pallida, dal naso di aquila, dagli occhi nerissimi e penetranti. Ma la lunga barba bianca, i ricci bianchi dei capelli molto lunghi, lo sviavano.
Il vecchio si fermò, sembrando molto stupito anche lui.
- Come! Pietro, voi a Lourdes?
E, ad un tratto, il giovane prete ravvisò il dottor Chassaigné, l'amico di suo padre, ed anche il vecchio amico suo, quegli che lo aveva guarito e confortato, nella terribile crisi fisica e morale da cui era stato colto, dopo la morte della madre.
- Ah! mio buon dottore, come sono felice di vedervi!
Si abbracciarono entrambi, con grande emozione.
Adesso, davanti a quella neve dei capelli e della barba, quel passo tardo, quella tristezza infinita, Pietro rammentava l'accanimento della sventura che aveva fatto invecchiare quell'uomo. Pochi anni erano scorsi ed egli lo ritrovava fulminato dal destino.
- Non sapevate che io fossi rimasto a Lourdes, eh? E' vero! non scrivo più, non sono più tra i vivi; abito la terra dei morti.
Delle lagrime gli salivano agli occhi: e riprese, con voce rotta:
- Guardate! Venite a sedere su questa panchina; mi farà tanto piacere di vivere un momento con voi, come altre volte.
Anche il prete sentì un singhiozzo mozzargli il respiro. Non trovava parole, non potè che mormorare:
- Ah! caro dottore, vecchio amico mio, vi ho compianto con tutto il cuore, con tutta l'anima!
Era il disastro, il naufragio di una vita. Il dottor Chassaigné e sua figlia Margherita, un'adorabile ragazza di venti anni, avevano condotto a Cauterets la signora Chassaigné, la moglie, la madre d'elezione, di cui la salute li preoccupava; in capo a quindici giorni essa stava molto meglio: faceva dei progetti di gite, quando, una mattina, ad un tratto, l'avevano trovata morta in letto.
A quel colpo terribile, il padre e la figlia erano rimasti sbalorditi dal tradimento del destino. Il dottore, che era oriundo di Bartrés, aveva, nel cimitero di Lourdes, una sepoltura di famiglia, una tomba che s'era piaciuto a far costruire ed in cui riposavano già i suoi genitori. Volle quindi che la salma della moglie andasse a dormirvi anch'essa, accanto al posto vuoto dove egli contava di raggiungerla fra poco.
Ed indugiava colà da una settimana, con Margherita, quando questa, presa da un gran brivido, s'era messa a letto una sera ed era morta il posdomani, senza che il padre, smarrito, avesse potuto rendersi un conto esatto della malattia. Era la figlia, fiorente di gioventù, raggiante di bellezza e di salute, che avevano portata al cimitero nel posto vuoto, vicino alla madre.
L'uomo felice, l'uomo aiutato, adorato, che aveva presso di sè due creature dilette, di cui la tenerezza gli riscaldava il cuore, non era più che un vecchio miserando, balbuziente e smarrito, agghiacciato dalla solitudine. Tutta la gioia della sua vita era andata in frantumi, ed invidiava i cantonieri che spaccavano delle pietre sulla strada, quando vedeva delle donne e delle birichine scalze portar loro la minestra. Aveva rifiutato poi di lasciar Lourdes, abbandonando ogni cosa, i suoi lavori, la sua clientela di Parigi, per viver là, accanto alla tomba dove sua moglie e sua figlia dormivano l'ultimo sonno.
- Ah! amico mio ? ripeteva Pietro ? quanto vi compiango! Che dolore atroce! Ma perchè non avete contato su quelli che vi amano? Perchè vi siete chiuso qui, colla vostra afflizione?
Il dottore face un gesto che abbracciava l'orizzonte.
- Non posso più andarmene! esse sono qui e mi serbano con loro... E' finita, aspetto l'ora di raggiungerle.
Ed il silenzio si diffuse di nuovo all'intorno. Dietro di loro, sugli alberelli del terrapieno, svolazzavano degli uccelli, mentre s'udiva, rimpetto, l'alto gorgoglio del Gave. Il sole si faceva più intenso sul fianco dei colli, calando in un pulviscolo d'oro, Ma sotto i begli alberi, su quella panchina appartata, la frescura restava deliziosa; e, a duecento passi dalla folla, erano come nel deserto, senza che alcuno si staccasse dalla Grotta per giungere sino a loro.
Stettero per un pezzo a discorrere. Pietro raccontò al dottore in quali circostanze fosse giunto a Lourdes quella mattina col pellegrinaggio nazionale assieme a Guersaint e sua figlia.
Poi, ad un tratto, diede un sobbalzo di meraviglia.
- Come, dottore, voi credete alla possibilità del miracolo ora? Voi, gran Dio! voi, che ho conosciuto così incredulo od almeno così assolutamente noncurante della religione?
Lo guardava stupefatto di quello che gli diceva ora della Grotta e di Bernadette. Lui, una testa così salda, uno scienziato di un'intelligenza così esatta, di cui aveva ammirato tanto le potenti facoltà d'analisi! Come mai una mente di quella natura, una mente così elevata e chiara, scevra da ogni fede, nutrita del metodo dell'esperienza, era giunta a tale da ammettere le guarigioni miracolose, operate da quella fontana divina, che la Santa Vergine aveva fatto scaturire sotto alle dita di una bambina?
- Ma, caro il mio dottore, ricordatevi un po'! Avete fornito voi stesso a mio padre degli appunti su Bernadette, la vostra piccola compaesana, come la chiamavate; e siete voi che, più tardi, quando per un momento mi sono infervorato di quella storia, m'avete parlato lungamente di lei. Per voi, essa non era che una ammalata, un'allucinata, una creatura allo stato d'infanzia, semi-insciente, priva di volontà... Ricordatevi i nostri colloqui, i miei dubbi, la sana ragione che m'avete aiutato a riconquistare!
E si riscaldava, poichè non era questa la più strana delle avventure? Lui, prete, che, essendosi rassegnato a credere, aveva finito col perdere la fede al contatto di quel medico, allora ateo, lo ritrovava oggi convertito, conquiso alla credenza nel soprannaturale, mentre egli agonizzava pel tormento della sua incredulità!
- Voi che non accettavate che i fatti positivi, che non volevate altra base che l'osservazione! Rinunziate dunque alla scienza?
Allora Chassaigné, il quale, fino a quel momento era rimasto pacato, sorridendo di sorriso triste, fece un gesto d'ira e di sprezzo assoluto.
- La scienza! So forse qualcosa io, posso qualcosa? Mi chiedevate, un momento fa, di che male mia figlia Margherita era morta. Io non ne so nulla! Io, che la gente suppone così dotto, così ricco di armi contro la morte, non ho compreso nulla, non ho potuto far nulla, nemmeno prolungare di un'ora la vita di mia figlia. E mia moglie, che ho trovata fredda nel suo letto, mentre si era coricata la sera prima allegrissima ed in condizioni migliori del solito, ho potuto soltanto prevedere quello che conveniva fare per salvarla? No, no! Per me la scienza ha fatto bancarotta. Non voglio più sapere nulla; ? non sono che un asino ed un povero uomo.
Diceva così, in un impeto di ribellione sdegnosa contro tutto il suo passato d'orgoglio e di felicità. Poi, quando fu riuscito a calmarsi:
- Guardate! Non ho più che un rimorso atroce. Sì, un rimorso che mi perseguita, che mi spinge continuamente qui, a vagare fra le genti che pregano... Ed è di non essere venuto ad umiliarmi davanti a questa Grotta, conducendovi quelle due care creature. Esse si sarebbero inginocchiate, come tutte quelle donne che vedete, ed io mi sarei inginocchiato con loro e la Beata Vergine me le avrebbe forse guarite e conservate... Io, imbecille, non ho saputo che perderle. E' colpa mia.
Delle lagrime gli piovevano dagli occhi, ora.
- Nella mia infanzia, a Bartrés, mi ricordo che mia madre, una contadina, mi faceva giungere le mani, per domandare ogni mattina l'appoggio di Dio. Questa preghiera mi è risorta distintamente nella memoria, quando mi sono trovato solo, debole e smarrito come un bambino. Che volete, amico mio? Le mie mani si sono unite, come altre volte: ero troppo miserabile, troppo abbandonato, sentivo troppo vivamente il bisogno di un soccorso sovrumano, di una potenza divina che pensasse, che vedesse per me, cullandomi dolcemente e portandomi seco nella sua prescienza eterna... Ah! nei primi giorni, che confusione, che scompiglio nella mia misera testa, sotto lo spaventoso colpo di mazza che avevo ricevuto! Ho passato venti notti senza dormire, credendo di diventar pazzo. Ogni sorta d'idee ronzavano in me: avevo delle ribellioni, durante cui mostravo il pugno al cielo, cadevo poi in accessi di umiltà, scongiurando Dio di prendere anche la mia vita...
"Ed è stata infine una certezza di giustizia, una certezza d'amore, che mi ha calmato, rendendomi la fede. Suvvia: voi avete conosciuto mia figlia, così alta, così bella, così risplendente di vita! Non sarebbe la più mostruosa delle ingiustizie se, per lei che non ha vissuto, non vi fosse nulla al di là della tomba?
"Essa deve rivivere, ne ho la più assoluta convinzione: l'odo ancora qualche volta e mi dice che ci ritroveremo, ci rivedremo. Oh! gli esseri cari che si sono perduti, la mia cara figlia, la mia cara moglie, rivederli, rivivere in altre plaghe con loro, ecco l'unica speranza quaggiù, l'unico conforto per tutti i dolori del mondo! E mi sono dato a Dio, poichè Dio solo può rendermele."
Un lieve tremito da vecchio affievolito lo agitava, e Pietro comprendeva finalmente e ricostituiva quel caso di conversione; lo scienziato, l'uomo d'intelletto, il quale, invecchiato, tornava alla fede sotto l'impero del sentimento. Anzitutto scopriva ? cosa fino allora insospettata ? che vi era una specie di atavismo della fede in quel figlio dei Pirenei, quel discendente di montanari, allevato nella leggenda, e che la leggenda riafferrava, persino dopo che cinquant'anni di studio positivo erano passati su di lei. Poi, era la stanchezza umana, l'uomo a cui la scienza non ha dato la felicità, e che si ribella contro quella scienza il giorno in cui essa gli sembra limitata ed inetta a preservarlo dalle lagrime.
E finalmente, c'era anche in quel caso dello scoraggiamento, un dubbio di ogni cosa che metteva capo ad un bisogno di certezza, in quel vecchio, reso più impressionabile dagli anni, felice di addormentarsi nella credulità.
Pietro non protestava, non scherniva, perchè quel maestoso vecchio fulminato gli stringeva il cuore, nella sua senilità dolorosa. Sotto colpi simili, i più forti, i più saldi di mente, ridiventano bambini.
- Ah! ? sospirò piano piano ? vorrei anch'io soffrire abbastanza per far tacere la mia ragione ed inginocchiarmi laggiù e credere a tutte quelle storie.
Il pallido sorriso che alle volte passava ancora sulle labbra del dottore Chassaigné, riapparve.
- I miracoli, non è vero? Voi siete prete, figliuolo mio, e so la vostra sventura... I miracoli vi sembrano impossibili. Che ne sapete? Ditevi pure, amico mio, che non sapete nulla, che quello che è impossibile, secondo i nostri sensi, si avvera ogni minuto... Ma badate! abbiamo discorso a lungo, le undici stanno per suonare e dovete tornare alla Grotta. Vi aspetterò alle tre e mezza e vi condurrò all'ufficio medico delle constatazioni, dove spero di mostrarvi delle cose che vi faranno meraviglia. Non vi dimenticate, alle tre mezzo.
Lo mandò via e restò solo sulla panchina. Il caldo era aumentato, i poggi lontani ardevano nella vampa di fornace del sole. Ed egli indugiava colà, sognando sotto il crepuscolo verdastro degli alberi ombrosi, ascoltando il gorgoglio ininterrotto del Gave, come se una voce dell'al di là, una voce cara, gli parlasse.
Subito, Pietro si affrettò a raggiungere Maria. Vi riuscì senza troppa fatica: la folla si diradava, molti andando già a far colazione. E scorse, tranquillamente seduto accanto alla fanciulla, il padre di lei, Guersaint, il quale volle, subito, spiegargli la sua assenza.
Per più di due ore, aveva corso Lourdes in tutti i sensi, bussato alla porta di venti alberghi, senza trovare il menomo stambugio in cui dormire; persino le camere delle serve erano affittate; non si sarebbe potuto scoprire una materassa per stendersi in un andito. Ma, all'improvviso, mentre si disperava, era capitato su due camere, anguste bensì e poste sotto i tetti, ma in un buon albergo, l'Albergo delle Apparizioni, uno dei meglio frequentati della città. Le persone che le avevano fermate, avevano telegrafato allora appunto che il loro infermo era morto. Insomma, una fortuna insperata, di cui egli era felicissimo.
Suonarono le undici, il lamentevole corteggio degli ammalati si rimise in cammino tra le vie e le piazze soleggiate, e quando Maria fu all'ospitale di nostra Donna dei Dolori scongiurò il padre e Pietro di andar a far colazione tranquillamente all'albergo e di riposare un pochino non tornando a prenderla che alle due, all'ora in cui si dovevano ricondurre gli ammalati alla Grotta. Ma, all'Albergo delle Apparizioni, quando i due uomini, dopo la colazione, furono saliti nelle camere che dovevano occupare, Guersaint, affranto dalla fatica, si addormentò d'un sonno così profondo, che Pietro non ebbe il cuore di svegliarlo. A che pro? La sua presenza non era indispensabile. E tornò solo alla Grotta, passò lungo la spianata della Merlasse, attraversò la piazza del Rosario, in mezzo alla folla, sempre crescente, che fremeva e faceva il segno della croce, nella festività della mirabile giornata di agosto. Era l'ora gloriosa di un bel giorno.
Poi Maria, nuovamente stabilita davanti alla Grotta, domandò:
- Mio padre viene?
- Sì, rispose Pietro, fra un momento.
Essa fece un gesto, dicendo che aveva ragione. E, con voce profondamente conturbata:
- Ascoltate, Pietro, non venite a prendermi che fra un'ora per condurmi alla piscina... Non mi sento abbastanza in stato di grazia, voglio pregare, pregare ancora...
Dopo aver così fervidamente desiderato di giungere, un senso di terrore l'agitava adesso, al momento di tentare il miracolo: e, siccome raccontava che non era riuscita a mangiare nulla, una ragazza le si avvicinò.
- Cara signorina, se vi sentiste troppo debole, sapete che abbiamo del brodo qui.
Essa riconobbe Raimonda. Impiegavano delle ragazze alla Grotta per distribuire delle tazze di brodo e di latte alle inferme. Negli anni precedenti, anzi, certune avevano fatto un tale sfoggio di ricchi grembiuli di seta, guarniti di merletto, che i Padri avevano imposto ora un grembiule di uniforme, una modesta teletta a quadrettini bianchi e turchini. Ma, ciononostante, Raimonda riusciva ad apparire graziosissima in quella semplicità, nella sua freschezza col suo fare premuroso da buona piccola massaia.
- Avete inteso? ? ripetè ? fatemi un cenno e vi servirò.
Maria ringraziò, dicendo che non prenderebbe nulla, di certo: poi, volgendosi al prete:
- Un'ora, un'ora ancora, amico mio ? disse.
Allora, Pietro volle restarle vicino. Ma tutto il posto dovendo essere riserbato agli infermi, non si permetteva ai lettighieri di rimanere colà.
Travolto dall'onda mobile della folla, egli si trovò portato verso la piscina e capitò davanti ad uno spettacolo straordinario, che lo colpì e lo trattenne.
Di fronte alle tre edicole in cui stavano le vasche, tre per tre, sei per le donne e tre per gli uomini, vi era, sotto gli alberi un lungo spazio, che una grossa fune, legata ai tronchi, chiudeva e lasciava libero: colà, gli ammalati aspettavano il loro turno, nelle carrozzette, o sulle materasse delle loro lettighe; mentre una gran folla, accesa di fervore, faceva ressa, dall'altra parte della corda.
In quel momento, un cappuccino, ritto nello spazio libero, dirigeva le preghiere. Gli Ave si succedevano, ripetuti dalla gente, in un alto ronzìo confuso.
Poi, ad un tratto, mentre la Vincent, che aspettava da un pezzo, pallida per l'ansia, entrava finalmente col suo caro fardello, la sua figliuolina, simile ad un piccolo Gesù di cera, il cappuccino si abbandonò sulle ginocchia, con le braccia in croce, gridando:
- Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!
E ripetè quel grido dieci volte, venti volte, con impeto crescente, ed ogni volta la folla lo ripeteva, anch'essa, esaltandosi maggiormente ad ogni grido, singhiozzando, baciando la terra.
Era come un soffio di delirio che passava, facendo chinare tutte le fronti nella polvere.
Pietro restò rimescolato dal singhiozzo di spasimo che saliva dalle viscere stesse di quel popolo; prima una preghiera, sempre più forte, poi un'esigenza, uno scoppio di impazienza e di rabbia, assordante ed accanito, per far violenza al cielo.
- Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!... Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!
Ed il grido non cessava.
Ma vi fu un incidente. La Grivotte piangeva a calde lagrime, perchè non volevano farle fare il bagno.
- Dicono così che sono tisica e che non possono tuffare i tisici nell'acqua fredda... Eppure, questa mattina stessa, ve ne hanno immersa una, l'ho veduta. Allora, perchè non immergere anche me?... Mi sfiato da mezz'ora a protestare che fanno dispiacere alla Beata Vergine. Guarirò, lo sento, guarirò...
Siccome cominciava a suscitare uno scandalo, uno dei cappellani della piscina le si accostò, procurando di calmarla.
Vedrebbero fra un momento, chiederebbero il parere dei Padri. Se stava buona, molto buona, le farebbero il bagno forse.
Il grido continuò.
- Signore! Fa' guarire i nostri ammalati. Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!
E Pietro, che aveva veduto in quel punto la Vêtu, in attesa anch'essa alla porta della piscina, non poteva più staccare lo sguardo da quel volto torturato di speranza, da quegli occhi, che fissavano intenti la porta da cui le beate, le elette, uscivano guarite.
Ma un raddoppiamento di frenesia, uno scoppio impetuoso di supplicazioni lo scosse a segno da strappargli le lagrime: era la Vincent che ricompariva, con la figliuolina fra le braccia, come sempre, la meschina ed adorata figliuolina che avevano immersa, svenuta, nell'acqua diaccia e di cui il povero visino, ancora mal rasciutto, rimaneva pallido come prima, con gli occhi chiusi, più doloroso, più morto che mai.
La madre, martoriata da quella lunga agonia, disperata pel rifiuto della Beata Vergine, che era rimasta insensibile alla malattia della sua creatura, singhiozzava.
Eppure, quando la Vêtu entrò alla sua volta, nella piscina, con un impeto da moribonda che va a bere la vita, il grido perpetuo scoppiò ancora, senza scoraggiamento e senza stanchezza.
- Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!...
Il cappuccino era caduto colla faccia al suolo, e la folla, ruggente, con le braccia in croce, copriva la terra di baci.
Pietro voleva raggiungere la Vincent per dirle qualche buona parola ed incoraggiarla; ma una nuova onda di pellegrini gli impedì il passo, respingendolo verso la fontana, assediata da un'altra turba.
Era una costruzione bassa, un lungo muro di pietra, con cima scolpita; e sebbene dodici zampilli fluissero nell'angusta vasca, si era dovuto ordinare a quei miseri di far coda.
Molti venivano a riempire delle bottiglie, delle secchie di latta, delle mezzine di terra. Per evitare il soverchio spreco d'acqua, ogni rubinetto non funzionava che quando si premeva un bottone.
V'erano delle donne che stentavano a far muovere il congegno con le deboli mani e s'inondavano i piedi. Quelle che non avevano secchie da riempire, venivano almeno a bere ed a lavarsi la faccia.
Pietro osservò un giovane che beveva sette bicchierini e si lavava sette volte gli occhi di seguito, senza asciugarsi. Altri bevevano con delle conchiglie, dei bicchieri di stagno, delle tasche di cuoio. E quello che lo interessò in ispecial modo fu l'aspetto di Elisa Rouquet, la quale, giudicando inutile di andare alla piscina per l'orrenda piaga che le rodeva il viso, si limitava, dalla mattina in poi, a lavarsela ogni due ore alla fonte.
Si inginocchiava, scostava lo scialletto, applicando a lungo sulla piaga una pezzuola che inzuppava come una spugna nell'acqua miracolosa: e la folla si pigiava con tale impeto attorno a lei che nessuno più badava al suo viso da mostro, lavandosi e bevendo alla canna stessa su cui ella bagnava continuamente la sua pezzuola.
Ma, in quel punto, Gerardo che passava, trascinando alla piscina il signor Sabathier, chiamò Pietro che vedeva disoccupato e lo pregò di seguirlo, per dargli una mano, perchè non sarebbe stato certo cosa facile, muovere e calare nell'acqua l'atassico. Fu così che Pietro si trattenne quasi mezz'ora nella piscina degli uomini, dove era rimasto coll'ammalato, mentre Gerardo tornava a prenderne un altro alla Grotta. Quelle piscine gli parvero ben disposte. Consistevano di tre vani, tre tinozze, in cui si scendeva da alcuni gradini, divise da pareti; all'ingresso di ognuno dei camerini v'erano delle tende di tela che si potevano tirare per isolare l'ammalato.
Prima, però, v'era una sala comune, un locale selciato, senz'altro mobilio che un tavolo e due seggiole, che serviva di sala d'aspetto. Gli ammalati si spogliavano e si rivestivano colà con una fretta mal destra, un inquieto studio per non offendere il pudore.
C'era un uomo ancora nudo, che si ravvolgeva nella tenda, per rifarsi una fasciatura, con le mani tremanti. Un altro, un tisico, di una magrezza spaventevole, batteva i denti, rantolando, colla pelle livida, chiazzata da macchie paonazze.
Ma Pietro si occupò specialmente di frate Isidoro, che toglievano da una tinozza: era svenuto, e, per un momento, lo credettero morto, poi cominciò a mandare dei gemiti: ed era una vista straziante, quel lungo corpo, disseccato dagli spasimi, simile ad un brandello di carne umana gettato sul banco di un beccaio e forato nel fianco da una piaga che suppurava.
I due infermieri che gli avevano fatto il bagno stentavano immensamente a rimettergli la camicia, temendo di vederlo spirare per una scossa troppo forte.
- Signor abate, mi aiuterete, non è vero? ? domandò l'infermiere che spogliava Sabathier.
Pietro rispose pronto all'appello e, nel guardarlo, riconobbe in quell'uomo, che disimpegnava funzioni così umili, il marchese di Salmon-Roquebert, che Guersaint gli aveva mostrato, mentre smontavano dal treno.
Era un uomo d'una quarantina d'anni, dal viso lungo, dal naso cavalleresco, ultimo rappresentante di una delle più antiche ed illustri famiglie di Francia; aveva una sostanza cospicua, un palazzo principesco a Parigi, in via Lilla, delle tenute immense in Normandia.
Veniva ogni anno a Lourdes, durante i tre giorni del pellegrinaggio nazionale, per impulso di carità, senza nessuno zelo religioso, perchè non era osservante che per rispetto delle forme. E si ostinava a non accettare onori, a rimanere un semplice infermiere, destinato, quell'anno, a fare il bagno agli ammalati, con le braccia rotte dalla fatica, le mani intente, dalla mattina alla sera, a rimestare dei cenci, a togliere e rimettere delle fascie.
- Badate bene ? raccomandò ? di togliere le calze senza fretta. Un momento fa, a quel povero uomo che stanno rivestendo, si sono levati, con le calze, dei brandelli di carne.
E, mentre lasciava per un momento Sabathier per rimettere la calzatura a quell'infelice, sentì colle dita che lo stivale sinistro era bagnato nell'interno.
Guardò: della marcia riempiva la punta dello stivale, e dovette andarlo a vuotare di fuori, prima di infilarlo nel piede dell'ammalato, con precauzioni infinite, evitando di toccare la gamba, consumata da un'ulcera.
- Adesso ? disse a Pietro, tornando presso Sabathier ? tirate le mutande per toglierle in una volta sola.
Non c'erano, nella piccola sala, che degli ammalati e degli ospitalieri addetti al servizio della piscina. Vi stava inoltre un cappellano che recitava dei Pater e degli Ave, perchè le orazioni non dovevano venire interrotte neppure per un momento. Una tenda mobile divideva solo la porta dal largo spazio libero, protetto dalla corda; e le fervide supplicazioni della folla giungevano, in un clamore continuo, mentre s'udiva la voce acuta del cappuccino ripetere senza tregua: "Signore! Fa' guarire i nostri ammalati! Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!"
Dai grandi finestroni calava una luce fredda, ed una umidità perenne regnava in quel recinto, un tanfo di cantina piena d'acqua.
Finalmente Sabathier apparve nudo, senz'altro indumento che uno stretto grembiule sul ventre per la decenza.
- Ve ne prego ? disse ? non mi calate che a poco a poco.
L'acqua fredda gli metteva ribrezzo. Raccontava sempre che la prima volta aveva risentito una impressione così atroce che s'era promesso di non tornar daccapo. A udirlo, non v'era peggiore tortura. Poi l'acqua, come diceva, non invitava molto; poichè i Padri della Grotta, temendo che il prodotto della fonte non bastasse, non facevano cambiar l'acqua della tinozza che due volte al giorno; e, siccome circa cento ammalati passavano nella stessa acqua, è facile imaginare che terribile broda ne risultasse. Vi si trovava di tutto, dei fili di sangue, dei frammenti di pelle, delle croste, dei lembi di filaccie e di fascie: era un raccapricciante sugo di tutti i morbi, di tutte le piaghe, di tutte le infezioni. Era una cultura di germi venefici, un'essenza dei contagi i più terribili, ed il vero miracolo pareva fosse la possibilità di uscir vivi da quel fango umano.
- Adagio, adagio ? ripeteva Sabathier a Pietro ed al marchese, che lo avevano afferrato sotto le coscie per portarlo alla tinozza.
E guardava l'acqua con un terrore da bambino, quell'acqua densa, livida d'aspetto, su cui galleggiavano delle sostanze lucide e dubbie. C'era, sull'orlo, a sinistra, un grumo rosso, come se un accesso fosse scoppiato in quel punto.
Dei brandelli di tela nuotavano con dei pezzi di carne morta. Ma era tale il suo sgomento dell'acqua fredda, che preferiva, dopo tutto, quei bagni insudiciati del pomeriggio, perchè i corpi che vi si immergevano finivano col riscaldarla un po'.
- Vi lascieremo scivolare sui gradini ? disse il marchese, a mezza voce.
Poi raccomandò a Pietro di sostenerlo con forza sotto le spalle.
- Non temete nulla ? disse il prete ? lo terrò saldo.
E Sabathier venne calato lentamente. Non si vedeva più altro che la sua schiena, la sua povera schiena spasimante che si scuoteva, si gonfiava, tutta corsa da brividi. E quando venne immerso, la testa gli si rovesciò in una convulsione, si udì come uno scricchiolìo delle ossa, mentre ansava forte, con respiro affannoso.
Subito, il cappellano, ritto davanti alla tinozza, aveva ripreso con nuovo fervore il suo grido:
- Signore! Fa' guarire i nostri ammalati! Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!
Il marchese di Salmon-Roquebert ripetè il grido, che era regolamentare per gli ospitalieri ad ogni immersione.
Dovette ripeterlo anche Pietro, e la sua pietà di fronte a tanto patire era così grande che ritrovava un po' della sua fede; era un pezzo che non aveva pregato così, augurando che vi fosse un Dio in cielo, di cui l'onnipotenza potesse sollevare l'umanità.
Ma, in capo a tre o quattro minuti, quando tolsero a gran fatica dalla tinozza Sabathier, livido e rabbrividente, egli risentì una tristezza più disperata, nel vederlo così infelice, come annichilito, di non sentire sollievo alcuno. Era un altro tentativo inutile: per la settima volta la Beata Vergine non si era degnata di ascoltarlo.
Chiudeva gli occhi, e due grosse lagrime gli piovevano dalle palpebre chine mentre lo rivestivano!
Pietro ravvisò poi il piccolo Gustavo Vigneron, che entrava, colle gruccie, per prendere il suo primo bagno. La famiglia si era inginocchiata alla porta, il padre, la madre e la zia, la Chaise, tutti e tre riccamente vestiti e d'una devozione esemplare.
Si bisbigliava, nella folla, che Vigneron fosse un alto impiegato del Ministero delle finanze.
Ma, mentre il ragazzo cominciava a svestirsi, vi fu una agitazione improvvisa: ed il padre Fourcade ed il padre Massias giunsero, dando l'ordine di sospendere le immersioni. Stavano per tentare il sommo miracolo, il favore straordinario, fervidamente sollecitato fin dalla mattina: la risurrezione dell'uomo.
Fuori, le preghiere continuavano: un impetuoso appello di voci si perdeva nel cielo, in quel caldo pomeriggio di estate.
Ed apparve una barella che due lettighieri posero in mezzo alla sala.
La seguiva il barone Suire, presidente dell'Opera pia, con Berthaud, uno dei capi del servizio, perchè l'avventura metteva in scompiglio tutto il personale, e vi fu un breve scambio di parole sommesse tra quei signori ed i due padri dell'Assunzione. Poi, questi caddero in ginocchio, con le braccia in croce, piangendo, col volto illuminato, trasfigurato dal loro cocente desiderio di vedere l'onnipotenza di Dio resa manifesta.
- Signore! Ascoltaci!... Signore! esaudisci la nostra preghiera!
Avevano portato via Sabatier e non c'era più nessun ammalato all'infuori del piccolo Gustavo, mezzo spogliato, dimenticato sopra una seggiola.
Tirarono la tenda della barella ed il cadavere dell'uomo apparve, già rigido, come diminuito e fatto più sottile, con gli occhioni ostinatamente aperti.
Ma conveniva spogliarlo, perchè era ancora vestito, e questo terribile còmpito fece esitare, per un momento, gli ospitalieri.
Pietro notò che il marchese di Salmon-Roquebert, così pronto a sacrificarsi pei vivi, senza ripugnanza alcuna, si era tirato in disparte, inginocchiandosi anche lui, per non toccare il cadavere. E lo imitò, prosternandosi accanto a lui, tanto per non rimanere spettatore inerte.
A poco a poco, il padre Massias si esaltava, gridando con voce così alta, che copriva quella del suo superiore il padre Fourcade:
- Signore! Benedici nostro fratello!... Signore! Fallo per la tua gloria!
Uno degli ospitalieri si era già deciso a tagliare i calzoni dell'uomo: ma le gambe non cedevano, si sarebbe dovuto sollevare il corpo; e l'altro ospitaliere che sbottonava il vecchio abito, fece, a mezza voce, la riflessione che sarebbe stato più spiccio di tagliare ogni cosa colle forbici; non se ne sarebbe mai venuti a capo altrimenti.
Berthaud si fece avanti allora. Aveva consultato il barone Suire con una parola rapidamente balbettata. In fondo, lui, da uomo politico, disapprovava il tentativo del padre Fourcade. Ma, ormai, non era più possibile indietreggiare; la folla aspettava, scongiurando Iddio sino dal mattino. E la più savia era di finirla subito e col massimo rispetto possibile verso il morto. Quindi, invece di scuoterlo troppo per spogliarlo, Berthaud pensava che valesse meglio immergerlo nella piscina bell'e vestito. Ci sarebbe sempre stato tempo di cambiarlo, se risuscitava; e nel caso contrario, poco importava, Dio buono! Disse rapidamente queste cose agli ospitalieri, aiutandoli a passare le cinghie sotto alle spalle ed alle coscie dell'uomo.
Il padre Fourcade aveva approvato, con un cenno del capo, il raddoppiamento di fervore del padre Massias.
- Signore! Soffia su di lui e rinascerà!... Signore! rendigli l'anima sua perchè ti glorifichi!
Con uno sforzo, i due ospitalieri sollevarono l'uomo sulle cinghie e lo portarono al disopra della tinozza, calandolo pian piano nell'acqua, collo spavento che scivolasse dalle loro mani. E Pietro, il quale, preso dal raccapriccio, non poteva però far a meno dal guardare, vide benissimo il corpo sommergersi, coi suoi poveri vestiti, di cui la stoffa aderiva alle ossa, disegnando lo scheletro. Galleggiava come un annegato. Poi, il più atroce si fu che la testa, malgrado la rigidità cadaverica, ricadeva indietro, ed era sott'acqua; gli ospitalieri si sforzavano invano di tirare la cinghia delle spalle: l'uomo corse rischio di scivolare in fondo alla vasca. Come mai avrebbe potuto ricuperare il soffio vitale, avendo la bocca piena d'acqua, con quegli occhi spalancati che sembrava morissero per la seconda volta?
Allora, durante i tre interminabili minuti dell'immersione, i due padri dell'Assunzione, ed il cappellano, si sforzarono di far violenza al cielo, in un parossismo di desiderio e di fede, alzando in tal modo la voce che finiva col rimanersene strozzata.
- Signore! guardalo soltanto e risusciterà: Signore! che egli si levi alla tua voce, per convertire la terra!... Signore! non hai che una parola da dire perchè il tuo popolo ti acclami!
Il padre Massias cadde sui gomiti, rantolando, come se gli si fosse rotta una vena in gola, e non avesse più che la forza di baciare le lastre del selciato.
E, dal di fuori, giunsero i clamori della folla, il grido ripetuto, senza posa, che il cappuccino gettava sempre nell'aria:
- Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!... Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!
Quel grido echeggiava in un momento così inopportuno che Pietro ne soffrì più del solito. Sentiva il marchese fremere vicino a lui.
Fu quindi un sollievo generale quando Berthaud, assolutamente seccato di quell'avventura, disse, con voce brusca, agli ospitalieri:
- Ma ritiratelo, ritiratelo dunque!
Lo tolsero dalle acque, adagiandolo sulla barella, coi suoi cenci di annegato aderenti alle membra. L'acqua gli stillava dai capelli, dei rivi scorrevano da tutta la sua persona, inondando la sala.
Ed il morto restava morto, naturalmente.
Tutti si erano alzati, guardandolo, in mezzo ad un silenzio angoscioso. Poi, mentre lo ricoprivano e lo portavano via, il padre Fourcade lo seguì, poggiato alle spalle del padre Massias, trascinando la gamba gottosa, di cui aveva scordato per un momento la dolorosa pesantezza.
Egli ritrovava già la sua balda serenità e lo si udì che diceva alla folla, durante una pausa:
- Cari fratelli, care sorelle, Dio non ha voluto rendercelo. Probabilmente, nella sua bontà infinita, lo serba fra i suoi eletti.
E non vi fu altro, non si parlò più dell'uomo. Conducevano di nuovo altri ammalati, le altre due vasche erano occupate. Frattanto il piccolo Gustavo, che aveva tenuto dietro alla scena col suo occhio acuto e curioso, senza terrore alcuno, finiva di svestirsi. Il suo misero corpo di fanciullo scrofoloso apparve colle coste sporgenti e la resca spinosa della sua schiena, così magro che le sue gambe rassomigliavano a due mazze, la sinistra in ispecie ridotta al puro osso: ed aveva due piaghe, l'una alla coscia, l'altra alle reni, quest'ultima atroce con la carne a nudo. Sorrideva però, reso così lucido e profondo di mente dal male, che pareva avesse il senno e la filosofia coraggiosa di un uomo, lui che toccava appena i quindici anni, mostrandone dieci.
Il marchese di Salmon Roquebert che l'aveva preso delicatamente fra le braccia, rifiutò l'aiuto di Pietro.
- Grazie, non pesa più di un uccello... E non aver paura, piccino mio, farò piano...
- Oh, non temo l'acqua fredda, caro signore; potete tuffarmi.
E così venne immerso nella tinozza dove avevano tenuto il morto.
La Vigneron e la Chaise, cui non era lecito di entrare, si erano rimesse in orazione sul limitare; mentre il padre, Vigneron, ammesso nella sala, si sbracciava a fare il segno della croce.
Pietro se ne andò, vedendo che non avevano più bisogno di lui. L'idea improvvisa che erano suonate da un pezzo le tre e che Maria doveva aspettarlo, lo spinse ad affrettarsi. Ma mentre tentava di aprirsi un varco tra la folla, vide la fanciulla che giungeva nella sua carrozzetta tirata da Gerardo, il quale non aveva mai cessato di condurre ammalati alla piscina. Essa aveva perduto la pazienza, presa, ad un tratto, dalla certezza di essere finalmente in stato di grazia. E gli rivolse una parola di rimprovero.
- Oh! amico mio, mi avete dunque scordata?
Egli non trovò nulla da rispondere; e la guardò sparire nella piscina delle donne, poi cadde in ginocchio, mortalmente triste. Voleva aspettarla così, prosternato, per ricondurla alla Grotta, guarita senza dubbio, e cantando delle lodi. Dal momento che era sicura di guarire, perchè quel miracolo non accadrebbe?
Del resto, cercava invano delle preghiere in fondo all'anima perturbata. Rimaneva sotto il colpo delle cose terribili da lui vedute, affranto dalla fatica fisica e col cervello depresso, non sapendo più quello che voleva, nè quello che udiva. Soltanto la sua tenerezza sconfinata per Maria, lo spingeva ad una smania di sollecitazioni e di umiltà, con quel pensiero che gli infermi, quando amano molto e scongiurano fervidamente i possenti, finiscono coll'ottenerne delle grazie.
E si sorprese a ripetere, insieme alla folla, con voce di schianto, sgorgata dai precordii.
- Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!... Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!
Stette così per dieci minuti, per un quarto d'ora forse. Poi, Maria riapparve, nella sua carrozzella. Aveva sempre la sua faccia pallida e disperata, coi bei capelli annodati in un grosso gruppo d'oro che l'acqua non aveva toccato. E non era guarita. Lo stupore di uno scoramento infinito le incavava la faccia, mentre chinava gli occhi, come per non incontrare quelli del prete, il quale, colpito e col cuore gelato, si decise a riprendere il timone per ricondurla davanti alla Grotta.
Ed il grido dei fedeli, genuflessi a baciar la terra, colle braccia in croce, vibrava di nuovo con follia crescente, spronata dalla voce acuta del cappuccino:
- Signore! Fa' guarire i nostri ammalati! Signore! Fa' guarire i nostri ammalati!
Come Pietro la rimetteva al suo posto davanti alla Grotta, Maria ebbe uno svenimento. Subito, Gerardo, che era là, vide accorrere Raimonda con una scodella di brodo, e da quel momento in poi vi fu, tra loro, una gara di zelo per assistere l'inferma.
Raimonda specialmente insisteva per farle gradire il brodo, reggendo cortesemente la tazza ed assumendo un fare carezzevole da buona infermiera, mentre Gerardo la trovava graziosissima, quella ragazza senza patrimonio, già esperta delle cose della vita, pronta a dirigere una casa con mano sicura, senza cessare per ciò di essere amabile.
Berthaud aveva ragione: quella era la moglie che ci voleva per lui.
- Desiderate che io sollevi un po' l'ammalata, signorina?
- Grazie, signore, basto da me ad alzarla... Eppoi le darò da bere col cucchiaio, sarà meglio.
Ma Maria ricusava ed ostinata nel suo fiero silenzio, rifiutava il brodo, con un cenno. Non voleva che le parlassero, voleva rimanere in pace. E soltanto quando gli altri due si furono allontanati, sorridendosi, disse a Pietro, con voce sorda:
- Mio padre non è venuto dunque?
Il prete dovette, dopo breve esitanza, confessarle la verità.
- Ho lasciato vostro padre che dormiva e non si sarà ancora destato.
Allora Maria, ricadendo nella sua prostrazione, lo accomiatò anche lui, col gesto con cui respingeva ogni soccorso. Immobile, non pregava più, guardando con gli occhioni fissi la Vergine di marmo, la statua bianca, nello sfolgorìo della Grotta. E siccome suonavano le quattro, Pietro, col cuore straziato, se ne andò all'uffizio delle constatazioni, rammentando l'appuntamento datogli dal dottor Chassaigné.

 4.
Il dottor Chassaigné aspettava Pietro davanti all'ufficio delle constatazioni. Una folla compatta, febbrile, si pigiava colà, spiando gli ammalati che entravano, interrogandoli, acclamandoli all'uscita, quando si diffondeva la nuova del miracolo: un cieco che vedeva, una sorda che udiva, una paralitica che ricuperava l'uso delle gambe.
Pietro stentò molto ad attraversare quella calca.
- E così? ? domandò al dottore ? avremo qualche miracolo oggi, ma un miracolo vero, incontestabile?
Il dottore sorrise, indulgente nella sua fede.
- Ah! caspita! I miracoli non si fanno per ordine. Dio interviene quando gli pare.
Degli ospitalieri custodivano severamente la porta. Ma tutti conoscevano Chassaigné e si scostarono rispettosamente per lasciarlo entrare col compagno.
Quell'uffizio in cui si constatavano le guarigioni era in una miserabile capanna di tavole, divisa in due locali, una piccola anticamera ed una sala comune di riunione, insufficientissima. Si parlava, del resto, di migliorare quel servizio l'anno venturo, mettendolo in un luogo più spazioso, in un ampio locale, sotto una delle scalinate del Rosario, locale che si stava riordinando a questo scopo.
Nell'anticamera, dove non c'era che una panchina di legno, Pietro scorse due ammalati che sedevano, aspettando il loro turno, sotto la sorveglianza di un giovine ospitaliero.
Ma quando penetrò nella sala comune, fu stupito dalla quantità di persone stipate colà, mentre il caldo asfissiante raccolto fra le pareti di legno, arse dal sole, gli bruciava la faccia. Era un locale quadrato, spoglio, dipinto di giallo chiaro, con una sola finestra, di cui i vetri erano impiastricciati di bianco, perchè la folla che si stipava fuori non potesse guardar dentro. Non si arrischiavano neppure ad aprir la finestra per dar un po' d'aria, perchè, subito, l'onda delle teste curiose penetrava.
Ed il mobilio restava rudimentale: due tavole di legno greggio, di diversa altezza, poste l'una dietro all'altra e nemmeno ricoperte da un tappeto, una specie di gran casellario, ingombro di scartafacci mal tenuti, di incartamenti, di registri, di opuscoli: e, finalmente, delle seggiole di paglia, una trentina, che occupavano tutto lo spazio, e due vecchie poltrone in brandelli per gli ammalati.
Il dottor Bonamy si era affrettato a muovere incontro al dottor Chassaigné, che era una delle ultime e più gloriose conquiste della Grotta. Gli trovò una seggiola, e fece sedere anche Pietro, di cui salutò l'abito.
Poi col suo fare di somma cortesia:
- Caro collega, mi permetterete di continuare... Stavamo esaminando la signorina.
Si trattava di una sorda, una contadina ventenne, seduta in una delle poltrone. Ma, invece di ascoltare, Pietro, molto stanco, con la testa ancora piena di un ronzìo confuso, procurava di rendersi conto del personale raccolto colà. Erano in cinquanta, forse, e molti stavano in piedi appoggiati al muro. Davanti alle due tavole erano in cinque: in mezzo il capo del servizio della piscina, che consultava continuamente un grosso registro, poi, un padre dell'Assunzione e tre giovani seminaristi, che facevano da segretari scrivendo, porgendo i registri e rimettendoli al loro posto dopo ogni esame.
E Pietro si interessò specialmente di un padre della Immacolata Concezione, il padre Dargelés, redattore capo del giornale della Grotta, che gli avevano mostrato alla mattina. Il suo visetto minuto, dagli occhi ammiccanti, col naso acuto e la bocca fine, sorrideva sempre. Modestamente seduto in capo alla più bassa delle tavole, prendeva talvolta degli appunti pel suo giornale.
Egli era il solo della Congregazione che si mostrasse nei tre giorni del pellegrinaggio nazionale. Ma dietro di lui si indovinavano tutti gli altri, come una forza lentamente concentrata ed occulta, che organizzava e raccoglieva tutto.
II resto degli astanti era composto di curiosi, di testimoni, di una ventina di medici e di alcuni preti.
Quei medici, venuti da luoghi diversi, serbavano quasi tutti un silenzio assoluto: alcuni si arrischiavano a fare delle domande e, tratto tratto, si osservavano di sottecchi, sembrando più occupati a sorvegliarsi tra di loro che a constatare i fatti sottoposti al loro esame.
Chi potevano essere? Si profferivano nomi affatto ignoti.
Uno solo di essi aveva suscitata una certa emozione, un dottore celebre venuto da un'università cattolica.
Ma, in quel giorno, il dottor Bonamy, il quale non sedeva mai, dirigendo la seduta, interrogando gli ammalati, riserbava le sue premure più ossequiose per un omettino biondo, capitato a Lourdes per caso quella mattina stessa: era un letterato d'un certo talento, che collaborava ad uno dei giornali più diffusi di Parigi, e pel dottore rappresentava un incredulo da convertire, un'influenza ed una pubblicità da mettere a profitto. Egli lo aveva costretto quindi a prendere la prima poltrona, ed ostentava una bonarietà serena, dandogli lo spettacolo di gala, ripetendogli che non v'era nulla da nascondere, che si faceva tutto in pieno meriggio.
- Non domandiamo che la luce ? ripeteva. ? Provochiamo continuamente l'esame degli uomini di buona volontà.
Poi, siccome la pretesa guarigione della sorda si presentava malissimo, le parlò un po' bruscamente.
- Via, via, cara la mia ragazza, non c'è che un principio... Tornerete.
E, a mezza voce:
- Se si badasse a quello che dicono, sarebbero sempre guariti. Ma non accettiamo che le guarigioni chiaramente dimostrate, sfolgoranti come il sole... Notate che dico guarigioni e non miracoli: poichè, noi altri medici, non ci permettiamo di interpretare: siamo qui al solo scopo di constatare che gli ammalati, sottoposti al nostro esame, non offrano più nessuna traccia di malattia.
Si pavoneggiava, mettendo al sicuro la propria onestà. Del resto non era punto più sciocco di un altro, e, credendo senza credere, perchè sapeva la scienza così oscura, così piena di sorprese, che l'impossibile può sempre avverarsi, si era fatta, sul tramonto della sua vita di professionista, una posizione speciale, che aveva i suoi inconvenienti ed i suoi vantaggi, essendo però molto dolce e felice, in complesso.
Adesso, in risposta ad una domanda del giornalista di Parigi, spiegava il suo modo di procedere.
Ogni ammalato del pellegrinaggio portava dei documenti, tra cui si trovava quasi sempre un certificato del medico che lo curava: alle volte vi erano perfino dei certificati di vari medici dei bollettini d'ospedale, tutta una storia della malattia. E quindi, quando si verificava una guarigione, e la persona guarita si presentava, bastava esaminare i documenti, e leggere i certificati, per porre in sodo di che male soffriva, e constatare, esaminandola, se quel male era realmente scomparso.
Pietro ascoltava, e, dacchè era seduto in quel luogo, ed in riposo, ricuperava la chiarezza dell'intelligenza.
Il caldo solo gli dava noia. Quindi, interessandosi delle spiegazioni del dottor Bonamy, e desiderando di formarsi un criterio esatto della cosa, avrebbe preso la parola se non fosse stato l'abito che portava. Quella sottana lo condannava a rimanere perpetuamente nell'ombra. E fu beato di udire il biondino, lo scrittore influente, formulare le obbiezioni che si presentavano subito. Non era grave che un medico facesse la diagnosi del male ed un altro medico constatasse la guarigione?
Vi era in questo fatto la possibilità di continui errori. Il meglio sarebbe stato che una commissione medica avesse esaminato tutti gli ammalati, al loro arrivo a Lourdes, compilando dei processi verbali, a cui la stessa Commissione si sarebbe riferita, in caso di guarigione.
Ma il dottor Bonamy protestava dicendo, non senza ragione, che nessuna Commissione sarebbe bastata a quel còmpito immane: pensate un po'! Mille ammalati da esaminare in una mattina sola! E quante teorie diverse, quante discussioni, quante diagnosi contrarie che accrescevano l'incertezza! L'esame prealabile degli ammalati, quasi impossibile ad effettuarsi, offriva altrettante cagioni di errori. In pratica, conveniva attenersi ai certificati dati dai medici degli ammalati, i quali certificati assumevano quindi un'importanza capitale, decisiva. Si sfogliarono degli incartamenti sopra una delle tavole e si fecero leggere dei certificati al giornalista di Parigi. Molti erano di un laconismo deplorevole. Altri, meglio redatti, specificavano chiaramente le malattie. Certe firme di medico erano perfino autenticate dai sindaci dei comuni. Ma rimanevano molti dubbi invincibili; chi erano quei medici? Avevano l'autorità scientifica necessaria? Non erano mossi da circostanze ignorate, da interessi puramente personali? Sarebbe stato il caso di istituire un'inchiesta sopra ognuno di loro. Dal momento che si prendevano per base le carte portate dall'infermo, ci sarebbe voluto un controllo accuratissimo dei documenti, perchè ogni cosa rovinava se non si riusciva a stabilire, mediante una critica severa, la certezza assoluta dei fatti.
Il dottor Bonamy, molto rosso e sudato, si arrabattava.
- Ma, se è appunto così che facciamo!... Non appena ci sembra che si possa spiegare un caso di guarigione coi mezzi naturali, facciamo un'inchiesta minuziosa, preghiamo la persona guarita che torni a farsi visitare... E, come vedete, evochiamo la luce intorno a noi... Quei signori che ci ascoltano sono quasi tutti medici, accorsi dai punti più opposti della Francia. Noi li scongiuriamo di dire i loro dubbi, di discutere i casi con noi, e si fa, di ogni seduta, un processo verbale molto particolareggiato... Mi udite, signori: siete pregati di protestare ove, secondo voi, qualcosa qui offendesse la verità.
Nessuno degli astanti si mosse. Il maggior numero dei medici presenti, essendo cattolici, si chinava, riverente.
In quanto agli altri, gli increduli, gli scienziati, guardavano, prendendo interesse a certi fenomeni, ma evitando per cortesia di entrare in discussioni affatto superflue d'altronde; poi, quando il loro disgusto di uomini sensati cresceva troppo e si sentivano sul punto di montare sulle furie, se ne andavano.
Allora, nessuno avendo proferito sillaba, il dottor Bonamy trionfò. E, siccome il giornalista gli chiedeva se faceva da sè un lavoro così enorme, rispose:
- Da me, assolutamente; ed il mio ufficio di medico della Grotta non è complicato, perchè consiste semplicemente nel constatare le guarigioni, quando ne avvengono.
Ma si corresse, soggiungendo con un sorriso:
- Ah! dimenticavo: c'è Raboin, che mi aiuta a mettere un po' d'ordine qui.
Ed accennava col gesto un omaccione sulla quarantina, brizzolato, con faccia tozza e mascelle da mastino. Era un fervido credente, un fanatico, il quale non permetteva che si mettessero in dubbio i miracoli. Per cui soffriva del suo impiego all'ufficio delle constatazioni, sempre pronto a ruggire di collera quando si discuteva. L'appello ai dottori avendolo mandato fuori dei gangheri, il dottore dovette calmarlo.
- Suvvia, Raboin, amico mio, tacete! Tutte le opinioni sincere hanno il diritto di manifestarsi.
Frattanto gli ammalati sfilavano. Si condusse un uomo, il quale aveva tutto il corpo coperto da un eczema, cosicchè, quando si toglieva la camicia. gli pioveva una farina grigia dalla pelle.
Non era guarito, ma affermava che veniva ogni anno a Lourdes e ne partiva migliorato. Poi comparve una signora, una contessa, di una magrezza spaventevole, di cui la storia era straordinaria: guarita una prima volta, sette anni prima, da una tubercolosi, per opera della Beata Vergine, aveva avuto quattro figli, poi, ricaduta nell'etisia, era diventata morfinomane: ma aveva già sentito vantaggio dal primo bagno e si preparava, in quella sera, ad assistere alla fiaccolata, con le ventisette persone della sua famiglia condotte da lei. Venne poi una donna, la quale, colpita da afonia nervosa e muta da quattro mesi, aveva ricuperato improvvisamente la voce alla processione delle quattro, mentre passava il Santissimo Sacramento.
- Signori ? dichiarò il dottor Bonamy, colla cortesia ostentata di un sapiente dalle idee molto larghe ? sapete che non contiamo i casi, quando si tratta di affezioni nervose. Osservate però che questa donna è stata curata, per sei mesi, alla Salpetrière, e che ha dovuto venire qui perchè la lingua le si snodasse di un tratto.
Mostrava un po' d'impazienza però, perchè avrebbe voluto offrire al giornalista di Parigi qualche bel caso, come se ne producevano alle volte durante quella processione delle quattro, che era l'ora di grazie e di esaltazione in cui la Vergine intercedeva per le sue elette. Invece, per l'appunto, le guarigioni che si erano manifestate erano dubbie e senza interesse.
E, fuori, si udiva lo scalpiccìo ed il ronzìo della folla, infervorata dai cantici, eccitata dalla smania frenetica dell'intervento divino e sempre più snervata dall'attesa.
Ma era entrata una ragazzetta, sorridente e modesta, con occhi chiari, splendenti d'intelligenza.
- Ah! ? esclamò con gioia il dottore ? ecco la nostra piccola amica Sofia. Una guarigione degna di nota, signori, che è avvenuta qui l'anno scorso a quest'epoca, e di cui con vostra licenza vi mostrerò i risultati.
Pietro aveva riconosciuto Sofia Couteau, la miracolata, che era salita nel suo scompartimento a Poitiers. Ed assistè ad una ripetizione della scena, già recitata davanti a lui. Il dottor Bonamy dava ora le spiegazioni le più diffuse al biondino molto attento: una carie delle ossa del tallone sinistro, un principio di necrosi che necessitava la resezione, una piaga orribile, sempre in suppurazione, guarita in un minuto la prima volta che era stata immersa nella piscina.
- Sofia, raccontate un po' al signore.
La ragazzetta fece il solito gesto grazioso con cui imponeva l'attenzione.
- Dunque, come io dicevo, il mio piede era perduto, non potevo neppure più andare in chiesa, e bisognava sempre ravvilupparlo di tela, perchè ne colavano delle cose poco pulite... Il dottor Rivoire, che aveva fatto un taglio per veder dentro, diceva che bisognava levare un pezzo dell'osso, il che mi avrebbe fatto diventare zoppa... Ed allora, dopo aver pregato ben bene la Beata Vergine, sono andata a cacciare il piede nell'acqua, con un tal proposito di guarire che non ho neppur preso il tempo di levare la fascia. E tutto è rimasto nell'acqua: il mio piede non aveva più nulla quando l'ho tirato fuori.
Il dottor Bonamy accompagnava e confermava ogni parola con un nicchiare del capo.
- Sofia, ripeteteci ora quello che ha detto il vostro medico.
- A casa, quando il dottor Rivoire ha veduto il mio piede, ha detto: "Non so se sia stato Dio o il diavolo che ha fatto guarire questa piccina, e poco m'importa. Ma la verità si è che è guarita."
Quella parola era di un effetto sicuro: suonarono delle risate.
- E, Sofia, la vostra parola alla signora contessa, la direttrice della sala?
- Ah! sì... Non avevo preso molta tela pel mio piede, e le ho detto: "La Beata Vergine è stata pur buona di farmi guarire il primo giorno, perchè, l'indomani, la mia provvista sarebbe stata esaurita."
Si udirono nuove risate: tutti si divertivano nel vederla così carina, recitando un po' troppo la sua storia che aveva finito coll'imparare a memoria, ma molto toccante ed evidentemente molto sincera.
- Sofia, toglietevi la scarpa e mostrate un po' il vostro piede a quei signori... Bisogna che lo tocchino, perchè nessuno possa serbare dei dubbi.
Subito il piedino apparve, molto lindo, molto bianco, tenuto con cura anzi, con la cicatrice sotto la caviglia, una lunga cicatrice, di cui la striscia biancastra rivelava la gravità del male.
Alcuni medici si erano avvicinati, guardando in silenzio. Altri, di cui la convinzione era già formata, non si disturbavano neppure. Uno di questi domandò, con fare molto cortese, perchè la Beata Vergine non aveva rifatto un piede nuovo, poichè, dal momento che s'era messa all'opera, sarebbe stato lo stesso per lei.
Ma il dottore Bonamy replicò con fuoco, che se la Beata Vergine aveva lasciato il vecchio, era stato certamente perchè esistesse una traccia, una prova del miracolo. Entrava in particolari tecnici, dimostrando che un frammento d'osso ed un pezzo di carne si erano rifatti istantaneamente, cosa che non si poteva spiegare mediante le vie naturali.
- Dio buono! ? interruppe il biondino ? non domando tanto. Mi si mostri solo un dito ferito da un taglio di temperino, che esca cicatrizzato dall'acqua; il miracolo sarà uguale e mi inchinerò.
Poi soggiunse:
- Per conto mio se avessi una sorgente che sanasse e chiudesse in tal modo le piaghe, vorrei mettere sossopra il mondo. Non so come farei, ma convocherei i popoli, ed i popoli verrebbero. Farei constatare i miracoli con tale evidenza, che sarei il padrone della terra. Pensate un po' a quella forza straordinaria, veramente divina? Ma bisognerebbe che non rimanesse neppure un dubbio, che la verità splendesse, chiara come il sole. Tutta la terra vedrebbe e crederebbe.
E discusse, col dottore, i mezzi di controllo. Aveva ammesso che non si potevano esaminare tutti gli ammalati all'arrivo. Ma perchè non si apriva all'ospedale una sala speciale, riservata alle piaghe apparenti? Colà non si terrebbe che una trentina di soggetti al più, e si potrebbe sottoporli alla visita prealabile di una Commissione. Si farebbero poi dei processi verbali di constatazione e si prenderebbe la fotografia delle piaghe. Indi, se si verificasse una guarigione, la Commissione non avrebbe altro da fare che constatarla, in un nuovo processo verbale. E non si tratterebbe più di malattie interne, di cui la diagnosi è difficile e sempre discutibile. L'evidenza ne risulterebbe lampante.
Un po' impacciato, il dottore Bonamy ripeteva:
- Certo, certo, non domandiamo che la luce. Il difficile sarebbe di comporre questa Commissione. Se sapeste come si pena ad intendersi! Ad ogni modo, quest'è certamente un'idea.
L'arrivo d'una nuova ammalata gli venne in aiuto. Mentre la piccola Sofia Couteau, già dimenticata, rimetteva lo stivaletto, Elisa Rouquet comparve, colla sua faccia da mostro che espose liberamente, togliendosi lo scialletto.
Essa raccontava che, dalla mattina in poi, si bagnava alla fontana e che le sembrava che la piaga, così vivida, cominciasse a prosciugarsi e ad impallidire. Era vero; e Pietro, molto sorpreso, constatava che l'aspetto del lupus era meno orribile.
Questo caso diede nuova esca alla discussione sulle piaghe apparenti; perchè il biondino si ostinava nell'idea di una sala speciale. Infatti, se si fosse constatato quella mattina stessa lo stato di quella ragazza, e se fosse guarita, che trionfo per la Grotta l'aver curato un lupus! Non si potrebbe più negare il miracolo.
Fin allora, il dottor Chassaigné si era tenuto in disparte, muto ed immobile, come se avesse voluto abbandonare Pietro alla sola influenza dei fatti.
All'improvviso però egli si chinò, per sussurrargli a mezza voce:
- Le piaghe apparenti, le piaghe apparenti!... Quel signore non immagina che, oggi, i nostri medici più sapienti sospettano che queste piaghe sieno d'origine nervosa. Sicuro, si è scoperto che non dipendono forse che da una cattiva nutrizione della pelle. Sono ancora tanto mal studiati quei quesiti delle nutrizioni!... E si giunge a dimostrare che la fede che guarisce può perfettamente curare le piaghe, fra cui certi lupus. Le cose stando in questi termini, vi domando qual certezza otterrebbe quel signorino, con la sua famosa sala delle piaghe apparenti! Un po' più di confusione e di chiasso nell'eterna lite... No, no! La scienza è vana, è il mare dell'incertezza.
Sorrideva dolorosamente, mentre il dottor Bonamy invitava Elisa Rouquet a continuare la bagnatura ed a farsi visitare ogni giorno. Poi ripetè, col suo tratto prudente ed affabile:
- Insomma, signori, c'è un principio, non si può metterlo in dubbio.
Ma l'ufficio venne messo in scompiglio: la Grivotte era entrata impetuosamente, con passo leggero, quasi ballando, e gridava a squarciagola:
- Sono guarita!... sono guarita!...
E raccontò che, sulle prime, non volevano farle il bagno, che aveva dovuto insistere, supplicare, singhiozzare perchè si decidessero a concederle l'immersione, dietro un permesso formale del padre Fourcade. E non si era ingannata, predicendolo: non erano tre minuti che l'avevano tuffata nell'acqua diaccia, tutta in sudore, col suo rantolo da tisica, che già sentiva le forze tornarle, come sotto una sferzata che le flagellasse tutta la persona. Non poteva star ferma, agitata, raggiante, tutt'accesa da un fervore, da un fuoco intenso.
- Sono guarita, cari signori... Sono guarita.
Stupefatto questa volta, Pietro la guardava. Era davvero quella donna che egli aveva veduto, la notte precedente, giacere, annichilita, sul sedile del vagone, con la faccia terrea tossendo e sputando sangue? Non la riconosceva più, ora che appariva diritta, slanciata, con le guance rosse come fiamme, gli occhi scintillanti, tutta la persona animata da una volontà e da una gioia ardente di vivere.
- Signori ? dichiarò il dottore Bonamy ? il caso mi pare molto interessante... Vedremo ora...
Domandò i documenti della Grivotte. Ma non si trovavano fra il mucchio degli scartafacci, raccolti sulle due tavole.
I segretari, i giovani seminaristi mettevano tutto a soqquadro ed il capo del servizio della piscina, seduto in mezzo alla sala, dovette alzarsi e guardare nel casellario. Finalmente, quando fu tornato al suo posto, scoprì i documenti sotto il registro che aveva davanti, bell'e aperto. Conteneva tre certificati di medici, di cui diede lettura egli stesso. Tutti e tre, d'altronde, concludevano che si trattava di un'etisia molto inoltrata, complicata e resa speciale da fenomeni nervosi.
Il dottor Bonamy nicchiò col capo, come per dire che un tale insieme non lasciava alcun dubbio. Poi ascoltò a lungo l'ammalata. E mormorava:
- Non sento nulla... non sento nulla...
Si corresse.
- Ossia, quasi nulla.
Poi, si volse verso i venticinque o trenta medici che assistevano alla scena, silenziosi.
- Signori, se qualcuno di voi volesse essere tanto cortese da aiutarmi, coi suoi lumi... Siamo qui per studiare e discutere.
Sulle prime, nessuno si mosse. Poi un medico si arrischiò. Ascoltò anche lui la giovine donna, ma non si pronunziava e continuava a riflettere, dondolando il capo con fare preoccupato. Finalmente balbettò che, per conto suo, conveniva stare in osservazione. Ma un altro lo surrogò subito, e fu più categorico: non udiva assolutamente nulla e quella donna non era mai stata tisica. Degli altri lo seguirono ed alla fine sfilarono tutti, meno cinque o sei che restavano abbottonati, sorridendo argutamente.
E la confusione era al colmo, perchè ognuno dava il proprio avviso notevolmente diverso da quello del vicino, cosicchè le voci sorgevano in un tal frastuono che non ci si udiva più. Soltanto il padre Dargelés mostrava una calma profondamente serena, perchè subodorava uno di quei casi che infervorano la gente e sono la gloria di Nostra Donna di Lourdes. Prendeva già degli appunti sopra un angolo della tavola.
Allora Pietro ed il dottor Chassaigné poterono discorrere in disparte, senza essere uditi, grazie al chiasso delle voci.
- Oh! quella piscina che ho veduto or ora! ? disse il giovane prete ? quella piscina di cui rinnovano così di rado l'acqua! Che sudiciume, che broda di microbi! Ah! danno un vero schiaffo qui alla smania, alla rabbia di precauzioni antisettiche che ci invade ora! Stupisco che una stessa pestilenza non porti via tutti quegli ammalati! Come gli avversari della teoria dei microbi devono ridere!
Il dottore lo interruppe.
- Ma no, ragazzo mio. I bagni sebbene poco puliti non offrono nessun pericolo. Notate che l'acqua non supera i dieci gradi e che ce ne vogliono venticinque per la cultura dei germi. Poi, non si vede generalmente a Lourdes nessun caso di malattia contagiosa, nè colera, nè tifo, nè vaiuolo, nè morbillo, nè scarlattina. Non ci convengono che certe malattie organiche, le paralisi, le scrofole, i tumori, le ulceri e gli ascessi, il cancro, la tisi e questa non è trasmissibile mediante l'acqua dei bagni. Le vecchie piaghe che vi s'immergono non fanno correre nessun rischio di contagio e non soffrono dal bagno... Vi assicuro che su questo punto la Beata Vergine non ha neppur bisogno d'intervenire.
- Ma voi, dottore, nella vostra sala avreste fatto immergere gli ammalati nell'acqua diaccia, le donne in qualsiasi epoca del mese, la gente afflitta da reumi, da disturbo cardiaco, i tisici? Avreste ordinato il bagno a quella sciagurata, mezza morta in sudore?
- No, di certo!... Vi sono dei mezzi eroici a cui non si ha il coraggio di appigliarsi nelle cure consuete. Un bagno diaccio può certamente uccidere un tisico: ma sappiamo noi, se, in date circostanze, non può salvarlo? Io, che ho finito coll'ammettere che un potere soprannaturale agisce qui, riconosco anche però che certe guarigioni debbono succedere naturalmente, grazie a questa immersione nell'acqua fredda che, a noi pare barbara e stolta... Ah! ignoriamo ancora tanta parte del vero, tanta!
Ricadeva nella sua ira, nel suo odio contro la scienza, che disprezzava dacchè lo aveva lasciato, atterrito ed impossente, di fronte all'agonia della moglie e della figlia.
- Voi chiedete una certezza; ma non è la medicina che ve la darà... Ascoltate per un momento quei signori e sarete edificato... Non è buffa una simile confusione, in cui tutte le opinioni cozzano fra di loro? Vi sono certamente delle malattie che si conoscono mirabilmente, sin nelle minime fasi della loro evoluzione: vi sono dei rimedi di cui si sono studiati gli effetti, con la cura la più scrupolosa; ma quello che non si sa, che non si può sapere, è il rapporto del rimedio colla malattia, poichè altrettanti sono gli ammalati ed altrettante le varietà dei casi, ed ogni volta l'esperienza ricomincia. Ecco perchè la medicina resta un'arte, ecco perchè non può avere una esattezza sperimentale; la guarigione dipende sempre dal caso, da una circostanza felice, dalla trovata di genio di un medico... E capirete, quindi, che la gente che viene qui a discutere mi fa ridere, quando parla in nome delle leggi assolute della scienza. Dove sono queste leggi in medicina? Fatemele vedere!
Non voleva dirne di più, ma il suo fervore lo vinse.
- Vi ho detto che ero diventato un credente... Per altro, intendo benissimo che quel bravo dottor Bonamy resti così calmo e che convochi dei medici del mondo intero per studiare i suoi miracoli.
"Più medici vi sono, meno la verità si manifesta, in mezzo alla battaglia delle diagnosi e dei metodi di cura. Se non ci si può metter d'accordo sulla quistione delle piaghe apparenti, non sarà certo verosimile che ci si intenda sopra una lesione interna, che gli uni negano e gli altri affermano. E le cose stando così, perchè tutto non potrebbe diventar miracolo? Poichè, in fondo, che agisca la natura od una forza occulta, i medici rimangono stupiti, il più delle volte, davanti a certi scioglimenti che non sempre hanno preveduto...
"Certo, le cose sono molto male organizzate qui. Quei certificati di medici che non si conoscono, non hanno nessun valore serio. Ci vorrebbe un controllo severissimo dei documenti. Ma, dato anche un assoluto rigore scientifico, siete molto ingenuo, caro ragazzo, se credete che la convinzione ne risulterebbe chiara e lampante, per tutti. L'errore è nell'uomo, e non v'ha assunto più eroico che quello di stabilire la più piccola delle verità."
Pietro cominciò a intendere allora quello che accadeva a Lourdes, lo spettacolo straordinario a cui il mondo assisteva da anni, tra l'adorazione devota degli uni e le beffe insultanti degli altri. Certo, delle forze ancora mal studiate e forse ignote, agivano in quel caso: auto-suggestione, commozione, preparata da lunga mano, eccitamento del viaggio, delle preghiere e dei cantici, esaltazione crescente; e, sopratutto, il soffio rigeneratore, la forza occulta che si sprigiona dalla folla, nella crisi acuta della fede.
Gli parve quindi poco intelligente ormai credere a delle soperchierie. I fatti erano, nello stesso tempo, molto più alti e molto più semplici. I padri della Grotta non erano obbligati di abbassarsi alla menzogna; bastava che venissero in aiuto alla confusione, mettendo a profitto l'ignoranza universale. Anzi, si poteva ammettere che tutti fossero in buona fede, i medici senza talento che davano i certificati, gli infermi consolati che si credevano guariti, i testimoni infervorati che giuravano di aver veduto. E da tutto ciò scaturiva evidente, l'impossibilità di dimostrare che il miracolo sussisteva, o non sussisteva. Dato questo, il miracolo non diventava una realtà, pel massimo numero, per tutti quelli che soffrivano e che avevano bisogno di guarire?
Il dottor Bonamy si avvicinò ai due amici, vedendoli discorrere in disparte, e Pietro allora si arrischiò a domandargli:
- In quali proporzioni circa si verificano le guarigioni?
- Il dieci per cento ? rispose Bonamy.
Poi, leggendo negli occhi del giovane prete quello che egli non poteva dire, soggiunse, con bonarietà assoluta:
- Oh! se ne otterrebbero molte di più; a vederli, tutti si direbbero guariti. Ma bisogna pur confessarlo: io non sono qui che per fare un po' la guardia al miracolo, per la sola funzione di frenare gli zeli troppo fervidi, di non permettere che le cose sante cadano nel ridicolo. Insomma, io non ho altro da fare che dare il visto quando le guarigioni constatate sembrano serie.
Ma fu interrotto da sordi grugniti.
Era Raboin che andava in collera.
- Le guarigioni constatate, le guarigioni constatate... A che prò? Il miracolo è continuo... Che giova constatare pei credenti? Non hanno altro da fare che inchinarsi e credere. Per gli increduli poi, che giova? Non si potrà mai persuaderli... Quello che noi facciamo qui è una corbelleria, ecco.
Con atto severo, il dottore gli impose di smettere.
- Raboin, siete un ribelle... Dirò al padre Capdebarthe che non vi voglio più, giacchè seminate la disobbedienza.
Aveva ragione, però, quel giovane che mostrava i denti, sempre pronto a mordere quando si metteva in dubbio la sua fede; e Pietro lo guardò con simpatia. Tutto quel lavoro dell'uffizio delle constatazioni, così mal disimpegnato d'altronde, era realmente inutile; offensivo pei devoti, insufficiente per gli increduli. Il miracolo è cosa che si dimostra forse? Bisogna credervi! Non si tratta più di intendere, dal momento che Dio interviene. Nei secoli di vera fede, la scienza non si permetteva di spiegare Iddio. Che veniva a fare colà? Inceppava la fede e sminuiva sè stessa. No, no! Buttarsi in terra, baciare la terra e credere. Oppure andarsene. Non vi era transazione possibile! Se l'esame cominciava, non doveva più fermarsi e metteva fatalmente capo al dubbio.
Ma Pietro soffriva specialmente delle conversazioni straordinarie che udiva attorno a sè. Vi erano là dei credenti che parlavano dei miracoli con una facilità, una tranquillità inaudite. I fatti i più stupefacenti li lasciavano placidi e sereni. Ancora un miracolo, un altro ancora! E raccontavano, con un sorriso, delle fantasticherie di teste vaneggianti, senza che la loro ragione facesse la menoma protesta. Vivevano evidentemente in un tale ambiente di febbre visionaria, che nulla più li stupiva. E non erano soltanto dei semplici, dei mezzi scemi, degli analfabeti, degli allucinati come Raboin; ma si trovavano fra essi degli uomini d'intelletto, delle menti colte, dei sapienti, il dottor Bonamy ed altri. Era incredibile. Quindi Pietro sentiva un disgusto sempre maggiore sorgere in lui, uno sdegno sordo che avrebbe finito coll'erompere. La sua ragione si dibatteva come un povero essere, buttato in acqua, il quale sente l'onda ravvolgerlo da tutte le parti e soffocarlo: e pensava che le menti, le quali, come quella del dottor Chassaigné, si sommergono nella fede cieca, debbono essere passate per quel malessere e quella lotta, prima del naufragio definitivo.
Lo guardò, lo vide infinitamente triste, fulminato dal destino, debole come un fanciullo che piange, e solo al mondo. Eppure, non potè frenare il grido di protesta che gli saliva alle labbra.
- No, no! Seppure non si sa tutto e non si saprà mai, questo non è un motivo per cessare dallo studio. Non va bene che l'ignoto profitti delle debolezze e dell'ignoranza. Dev'essere anzi una speranza perenne che i fatti inesplicabili si spieghino un giorno, e noi non dobbiamo avere altro ideale, sanamente, che questo viaggio verso l'ignoto per imparare a conoscerlo, che questa lenta vittoria della ragione, in mezzo alle miserie del nostro corpo e della nostra intelligenza. Ah! la ragione! E' per colpa sua che soffro, ma è anche da lei che aspetto tutta la mia forza! Quando essa muore, muore l'essere tutto intero. A costo di lasciarvi la felicità, non ho che la sete ardente di appagarla sempre più.
Delle lagrime salirono agli occhi del dottor Chassaigné. Probabilmente gli era balenato il ricordo delle sue care morte. E mormorò anche lui:
- La ragione, la ragione, sì certo, è un grande orgoglio, è la dignità stessa della vita. Ma c'è l'amore, che è la onnipotenza della vita, l'unico bene da riconquistare quando si è perduto.
E la sua voce si ruppe in un singhiozzo profondo; e, siccome sfogliava macchinalmente gli incartamenti sulla tavola, trovò per caso quello che recava, a lettere di scatola, il nome di Maria di Guersaint. Lo aprì e lesse due dei certificati che concludevano ad una paralisi del midollo. Indi riprese:
- Suvvia, caro ragazzo, voi avete, lo so, un vivo affetto per la signorina di Guersaint. Che cosa direste se ella guarisse qui? Scopro fra queste carte dei certificati, con firme molto autorevoli, e sapete che le paralisi di quel genere sono presso a poco incurabili. Ebbene, se questa fanciulla cominciasse ad un tratto a correre ed a saltare, come tante altre vedute da me, non sareste molto felice e non vorreste finalmente ammettere l'intervento di una forza soprannaturale?
Pietro stava per rispondere quando, all'improvviso, ricordò il consulto di suo cugino Beauclair, il miracolo predetto da lui, il colpo di fulmine in un risveglio, una esaltazione di tutto l'essere; e sentì la sua ansia segreta accrescersi, per cui si limitò a rispondere:
- Infatti, sarei felicissimo... Ed avete ragione; probabilmente in tutta l'agitazione di codesta gente non c'è che il fermo volere di conquistare la felicità.
Ma non poteva più rimanere in quel luogo. Il caldo diventava così eccessivo che il sudore stillava da tutte le facce. Il dottor Bonamy dettava ad uno dei seminaristi il risultato dell'esame della Grivotte; mentre il padre Dargelès, attento alle sue espressioni, si rizzava alle volte per sussurrargli all'orecchio la modificazione di qualche frase.
Attorno a loro, il frastuono continuava; soltanto la discussione dei medici aveva cambiato argomento, aggirandosi ora su i punti tecnici senza interesse pel caso speciale, messo allo studio.
II respiro veniva meno tra quelle pareti di legno, e l'afa metteva nausea e faceva girare il capo. Il biondino, lo scrittore influente di Parigi, se n'era andato, malcontento di non aver veduto un vero miracolo.
Pietro disse al dottor Chassaigné:
- Usciamo, mi vien male.
E se ne andarono, appunto mentre usciva anche la Grivotte, licenziata. E subito, sul limitare, ricaddero nella calca che si pigiava e si spingeva avanti per vedere la miracolata. La voce del miracolo si era probabilmente già diffusa, e tutti facevano a gara per vedere l'eletta, interrogarla e toccarla. E lei, con le guance coperte di viva fiamma, con gli occhi accesi, non sapeva che ripetere, allontanandosi col suo passo leggero da ballo:
- Sono guarita... sono guarita...
Delle grida coprirono la sua voce, le onde della folla la sommersero, la travolsero. Per un momento, non la si vide più, quasi fosse naufragata: poi ricomparve ad un tratto, vicin vicino a Pietro ed al dottore, che procuravano di liberarsi.
Avevano trovato là il commendatore, fra le cui manìe v'era quella di scendere alla piscina ed alla Grotta per pigliarsi delle arrabbiature.
Militarmente stretto nell'abito nero, si appoggiava, come al solito, alla mazza dal pomo d'argento, trascinando un po' la gamba sinistra, rimasta rigida, dopo il secondo accesso di paralisi.
E si fece rosso in volto, i suoi occhi divamparono per l'ira quando la Grivotte gli diede uno spintone per passare, ripetendo, in mezzo all'entusiasmo scatenato della folla:
- Sono guarita... sono guarita...
- Ebbene! ? esclamò, preso da improvviso furore ? peggio per voi, ragazza mia!
La gente diede in esclamazioni ed in risate, perchè lo conosceva e gli perdonava la sua passione maniaca della morte. Però, quando si diede a balbettare delle parole confuse, dicendo che chi non aveva nè danari nè bellezza, era ridicolo volendo vivere, e che quella ragazza doveva piuttosto desiderar di morir subito, si cominciò a mormorare contro di lui, e fu ventura che l'abate Judaine, passando, venisse a liberarlo. Lo trasse subito in disparte.
- Suvvia, tacete, amico mio! E' scandaloso... Perchè vi ribellate contro la bontà di Dio, il quale, alle volte, fa grazia alle nostre miserie, sollevandole?... Dovreste cader in ginocchio anche voi, ve lo ripeto, e supplicarlo di rendervi la vostra gamba e di lasciarvi vivere altri dieci anni.
Allora, gli venne meno la voce dalla rabbia.
- Io, io! domandare dieci anni di vita, mentre il mio più bel giorno sarà quello in cui me ne andrò! Io essere sciocco, essere vile, come quelle migliaia di ammalati che vedo sfilare qui, in un terrore codardo della morte, manifestando con urla la loro debolezza, la loro inconfessabile smania di vivere? Ah! no! Sentirei troppo sprezzo di me medesimo!... Su via, che io crepi! E subito; mi sarà così dolce non esistere più!
Si trovò di nuovo lungo il Gave presso al dottor Chassaignè ed a Pietro, finalmente liberati dalla ressa dei pellegrini. E si rivolse al dottore che incontrava spesso:
- Non hanno forse tentato, un momento fa, di risuscitare un uomo? Me l'hanno raccontato, e quasi quasi ne morivo dalla stizza... Mi capite, eh, dottore? Un uomo che aveva la gioia di essere morto e che si sono permessi di tuffare nella loro acqua, colla colpevole speranza di farlo rivivere! Ma se ci fossero riusciti, se la loro acqua lo avesse rianimato (perchè in questo mondo originale non si sa mai quello che può capitare), credete che quell'uomo non sarebbe stato in diritto di sputar la sua ira in faccia a quegli aggiustatori di cadaveri?... Quel morto li aveva forse pregati di svegliarlo? Sapevano se non era contento di essere morto? Si consulta la gente, se non altro... Li vedete voi, farmi quel tiro da bestie a me, quando dormirò finalmente il buon sonno senza fine? Ah! come li riceverei! "Badate un po' ai vostri affari e non vi curate di me!" E con che premura vorrei rimorire!
Era così buffo nella sua rabbia, che l'abate Judaine ed il dottore non seppero frenare un sorriso.
Ma Pietro restava serio, agghiacciato dal gran brivido che sentiva nell'aria. Non erano le imprecazioni disperate di Lazzaro che aveva udite or ora? Spesso si era figurato che Lazzaro, uscito dalla tomba, gridasse a Gesù: Oh! Signore, perchè mi hai ridestato a questa vita abbominevole? Dormivo così placidamente il sonno eterno, senza sogni; assaporavo finalmente un riposo così dolce, nelle delizie del nulla! Avevo conosciuto tutte le miserie e tutti i dolori, i tradimenti, le speranze fallaci, le sconfitte, le malattie; avevo pagato alla sofferenza il mio atroce debito di vivente, perchè ero nato senza saper perchè ed avevo vissuto senza saper come, ed ecco, Signore, che mi fai pagar doppio scotto, che mi condanni a ricominciare i miei anni di galera!... Ho io dunque commesso qualche fallo inespiabile, che tu mi punisci con pena così crudele! Rivivere ahimè! sentirsi morire un po' per giorno nella propria carne, non aver intelligenza che per dubitare, volontà che per non potere, tenerezza che per piangere sulle proprie angoscie! Ed era finito ed io avevo varcato il passo spaventevole della morte, quell'attimo così orribile che basta ad avvelenare tutta l'esistenza. Avevo sentito il sudore dell'agonia bagnarmi la fronte, il sangue ritirarsi dalle mie membra, il soffio sfuggirmi, perdendosi in un ultimo singhiozzo. Questa angoscia, tu vuoi dunque che io l'assaggi due volte? Due volte dovrò morire e la miseria umana dovrà sorpassare quella di tutti gli uomini?... Ah! Signore! che ciò accada subito, se non altro! Sì, te ne scongiuro, fa' quest'altro grande miracolo, che io torni ad adagiarmi in quel sepolcro e che mi riaddormenti, senza soffrire di quell'interruzione del mio sonno eterno. In grazia, non mi infliggere il tormento di rivivere, quel tormento così atroce che non hai condannato nessun essere quaggiù a soffrirlo! Io ti ho sempre servito ed amato: non fare di me il più grande esempio della tua ira, sgomentando le generazioni. Sii mite e generoso, oh Signore: rendimi il sonno che mi son ben meritato, riaddormentami nelle delizie del nulla..."
Frattanto l'abate Judaine aveva condotto via il commendatore che finiva coll'acquietarsi alle sue parole, e Pietro stringeva la mano al dottor Chassaigné, ricordandosi che erano più delle cinque e che Maria doveva aspettarlo. Poi, mentre tornava finalmente alla Grotta, fece un nuovo incontro, l'abate des Hermoises, in gran conversazione con Guersaint, il quale usciva allora soltanto di camera, ristorato da un buon sonno. Ammiravano entrambi la bellezza straordinaria che l'esaltazione della fede dava a certe facce di donna. E discorrevano anche del loro progetto di escursione al circo di Gavarnie.
Per altro, Guersaint seguì immediatamente Pietro, come udì da questi che Maria aveva preso un primo bagno senza risultato. Trovarono la fanciulla immersa nello stesso torpore doloroso, con gli occhi sempre fissi sulla Beata Vergine, che non l'aveva ascoltata. Essa non rispose alle parole di tenerezza che il padre le rivolse, lo guardò solo per un momento, coi grandi occhi desolati, tornando a fissarli subito sulla statua di marmo bianca nel raggiare dei ceri. E mentre Pietro aspettava, in piedi, per ricondurla all'ospedale, Guersaint s'inginocchiò divotamente.
Anzitutto pregò con fervore per la guarigione della figlia. Poi sollecitò per sè la fortuna di trovare un accomandatario, il quale gli desse il milione che gli occorreva pei suoi studi sul pallone dirigibile.
Verso le undici di sera, Pietro, lasciato che ebbe Guersaint nella sua camera, all'albergo delle Apparizioni, pensò di tornare, per un momento, prima di coricarsi, all'ospedale di Nostra Donna dei Dolori. Aveva lasciato Maria tanto disperata, chiusa in un silenzio così fiero, che si sentiva inquietissimo. Ed appena ebbe fatto chiamare la signora di Jonquière, alla porta della sala Sant'Onorina, s'impensierì anche più, perchè le nuove non erano buone; la direttrice gli riferì che Maria non aveva ancora aperto bocca, non rispondendo ad alcuno e rifiutando di mangiare. Quindi essa volle assolutamente che Pietro entrasse. L'ingresso delle sale delle donne era vietato agli uomini, ma un prete non è un uomo.
- Essa non vuoi bene che a voi, non darà retta che a voi. Ve ne prego, andate a sedere presso il suo letto ed aspettate l'abate Judaine, il quale deve venire, verso l'una, a dar la comunione alle più aggravate, a quelle che non possono muoversi e che mangiano appena si fa giorno. Lo assisterete.
Pietro seguì allora la signora di Jonquière, che lo fece sedere al capezzale di Maria.
- Cara fanciulla, vi conduco qualcuno che vi vuol molto bene. Discorrerete con lui, non è vero? e sarete buonina.
Ma l'ammalata, ravvisando Pietro, lo fissò, col suo solito sguardo di sofferenza esasperata, fatta fosca e bieca in volto dalla ribellione.
- Volete che egli vi legga qualcuna di quelle belle cose che danno sollievo all'anima, come quelle che ci ha lette in vagone?... No? Non vi divertirebbe, non vi siete disposta?... Ebbene! Vedremo poi... Vi lascio con lui e sono convinta che, fra un momento, sarete docile e buona...
Ma invano Pietro le parlò sottovoce, dicendole tutte le cose tenere e carezzevoli che il suo affetto gli suggeriva, e scongiurandola di non abbandonarsi così alla disperazione. Se la Beata Vergine non l'aveva fatta guarire il primo giorno, era perchè si preparava a farlo con qualche miracolo straordinario. Maria aveva voltato la testa dall'altra parte e pareva quasi che non lo ascoltasse neppure, con la bocca amaramente contratta e gli occhi sdegnosi, erranti nel vuoto. Ed egli dovette tacere e si diede a guardare la sala, all'intorno.
Era uno spettacolo orribile. In vita sua non si era mai sentito rimescolare da una tale nausea di pietà e di terrore. Avevano pranzato da un pezzo: eppure delle porzioni, recate dalla cucina, giravano ancora pei letti; e vi erano delle ammalate che mangiavano così tutta la notte, mentre altre gemevano senza posa, supplicando che si venisse a voltarle, od a metterle sul vaso. E più la notte s'inoltrava, più erano invase, tutte, da una specie di delirio; poche dormivano tranquille, le une, spogliate sotto le lenzuola, il più gran numero restava adagiato sulle coltri, così difficili da spogliare che non si cambiavano neppure di biancheria, durante i cinque giorni del pellegrinaggio. E, nell'ombra, il disordine della sala pareva ancora maggiore; i quindici letti posti lungo le pareti, le sette materasse che riempivano la corsia centrale, ed altre ancora, aggiunte recentemente, un mucchio di cenci senza nome, fra cui dei bagagli, delle casse, dei vecchi canestri, delle valigie, formavano un ingombro incredibile. Non si sapeva più dove mettere il piede. Due lampade fumose rischiaravano di luce fioca quell'accampamento di moribondi, e, sebbene le due finestre fossero socchiuse, il lezzo era terribile, perchè non penetrava che il caldo afoso della notte di agosto. Delle ombre, delle grida d'incubo sorgevano, popolando quell'inferno, nell'agonia notturna di tanti spasimi.
Frattanto, Pietro riconobbe Raimonda, la quale, avendo finito il suo servizio, veniva ad abbracciare la madre, prima di salire a coricarsi in una delle soffitte, riserbate alle suore.
La signora di Jonquière, prendendosi molto a petto le sue funzioni di direttrice, non chiudeva occhio per tre notti. Aveva bensì una poltrona per distendersi; ma non poteva rimaner seduta, neppure per un momento, senza che la chiamassero.
Del resto, era coraggiosamente assecondata dalla piccola Désagneaux, di cui lo zelo era così fervido, che suor Giacinta le aveva detto, sorridendo: "Ma perchè non vi fate monaca?" A cui essa aveva risposto, con una sorpresa piena di sbigottimento:
- Eh! non posso, sono maritata e adoro mio marito!
La Volmar non era neppure comparsa. Si diceva che la signora di Jonquière l'avesse mandata a letto, tanto si lagnava di un'atroce emicrania; il che faceva salire in furore la Dèsagneaux che esclamava, non senza ragione, che quando si era così gracili, non si veniva ad assistere gli ammalati.
Però cominciava ad avere le braccia e le gambe rotte anche lei, sebbene non volesse convenirne, accorrendo al menomo lamento e sempre pronta a dare una mano. Lei, che nel suo appartamento di Parigi avrebbe suonato pel servitore, piuttostochè cambiar di posto un candeliere, portava attorno i vasi e le catinelle, vuotava i bacilli, sosteneva le ammalate di peso, mentre la signora di Jonquière accomodava i guanciali.
Ma, come suonarono le undici, restò fulminata. Avendo commesso l'imprudenza di allungarsi, per un attimo, sulla poltrona, soggiacque al sonno, si addormentò di colpo, colla bella testolina sulla spalla, tra l'arruffio dei mirabili capelli biondi. E nè i gemiti, nè le chiamate, nessun rumore più, potè destarla.
La signora Jonquière era tornata intanto, per dire al giovane prete:
- Avevo pensato, sapete, a mandare pel signor Ferrand, il medico che ci accompagna, perchè desse qualche calmante a quella povera signorina. Ma è occupato laggiù nella sala dei coniugi, presso il frate Isidoro. Eppoi, come vi è noto, non facciamo nessuna cura qui, non veniamo che per rimettere i nostri infermi nelle mani della Beata Vergine.
Suor Giacinta, che era decisa a passar la notte colla direttrice, si avvicinò.
- Vengo dalla sala dei coniugi, dove avevo promesso di portar delle melarancie al signor Sabathier, ed ho veduto il signor Ferrand che è riuscito a far rinvenire il frate Isidoro... Volete che scenda a chiamarlo?
Ma Pietro vi si oppose.
- No, no, Maria sarà buona ora. Fra un momento, le leggerò qualche bella pagina, ed essa riposerà.
Maria restava sempre muta, ostinata. Una delle due lampade era appesa lì accanto, e Pietro vedeva nettamente il suo viso sottile, immobile come un marmo. Poi, al di là, nel letto seguente, scorgeva la testa di Elisa Rouquet, profondamente addormentata, esponendo, senza scialletto, la sua faccia da mostro, di cui l'orribile piaga continuava ad impallidire. Ed a sinistra c'era la Vêtu, indebolita, condannata, che non poteva assopirsi neppure per un momento, scossa da un rantolo atroce. Il prete le rivolse alcune buone parole, ed essa lo ringraziò con un cenno del capo.
Poi, raccogliendo le sue ultime forze, finì col dirgli, molto piano:
- Vi sono state varie guarigioni oggi! Ne ho avuto molto piacere.
Infatti, la Grivotte, stesa sopra una materassa, al piede stesso del letto, si rizzava continuamente, in una febbre di attività, per ripetere a tutti la sua solita frase:
- Sono guarita... sono guarita...
E raccontava di aver divorato un mezzo pollo, lei che non mangiava più da mesi. Poi, per quasi due ore aveva seguìto, a piedi, la fiaccolata. Avrebbe ballato sino all'alba, se la Beata Vergine avesse dato una festa.
- Sono guarita, oh! completamente guarita.
Allora, la Vêtu potè dire ancora, con una serenità infantile, un'abnegazione assoluta e sorridente:
- La beata Vergine ha fatto bene a guarirla, quella ragazza, perchè è povera. Sono più contenta di vederla guarita, che se fossi guarita io stessa, perchè ho ancora la mia botteguccia d'orologeria e posso aspettare... Ognuno alla sua ora, ognuno alla sua ora.
E tutte mostravano la stessa carità, la stessa gioia, per la guarigione delle altre. Ben di rado erano invidiose, cedendo ad una specie di epidemia della gioia, la speranza contagiosa di guarire anch'esse, quando la Beata Vergine lo volesse. Non bisognava scontentarla, manifestando troppa impazienza, poichè essa aveva certamente le sue buone ragioni e sapeva perchè cominciava da un'ammalata piuttostochè da un'altra.
Quindi le più aggravate pregavano per le vicine, in quella fraternità di dolore e di speranza: nessuno mai disperava, ogni nuovo miracolo era pegno di altro miracolo prossimo.
La loro fede restava incrollabile.
Si raccontava la storia d'una serva di fattoria, paralitica, la quale aveva fatti alcuni passi alla Grotta, con una forza di volontà straordinaria; poi, di ritorno all'ospedale, aveva voluto che la portassero giù di nuovo per tornare alla Grotta; ma, a metà strada, s'era fermata, barcollando, trafelata e livida; e, riportata sopra una barella, era morta, guarita, dicevano le sue vicine di sala. Ognuna alla sua ora; la Beata Vergine non dimenticava nessuna delle sue carissime figlie, a meno che non avesse l'intenzione di concedere subito il paradiso a qualche eletta.
Ad un tratto, mentre Pietro si chinava verso di lei per chiederle se doveva leggerle qualcosa, Maria ruppe in singhiozzi disperati e, lasciando cadere la testa sulla spalla dell'amico; disse la sua ribellione, con voce sommessa e fiera, fra le ombre indistinte della sala terribile. Era stata, come le accadeva spesso, una perdita subitanea della fede, una mancanza di coraggio, un'impazienza febbrile dell'essere spasimante che non può più aspettare. E giungeva al sacrilegio.
- No, no, essa è malvagia, è ingiusta di non avermi fatto guarire poco fa. Ero tanto certa che mi esaudirebbe oggi e l'avevo pregata tanto! Non guarirò più, ora che questa prima giornata è passata. Era un sabato ed io ero convinta che essa mi farebbe guarire di sabato... Avevo fatto il proponimento di non parlar più: impeditemi di parlare, perchè ho il cuore troppo gonfio e ne direi troppe...
Egli le chiuse rapidamente la testa in una stretta fraterna, tentando di soffocare il suo grido di ribellione.
- Maria, tacete per carità! Nessuno deve udirvi! Voi così pia! Volete dunque scandalizzare tutte le anime?
Ma, nonostante ogni sforzo, essa non poteva tacere.
- Soffocherei, debbo dirvi tutto. Non l'amo più, non ho più fede in lei. Sono bugie tutte le storie che raccontano qui: non c'è nulla, essa non esiste neppure, poichè non ode quando le si parla e si piange! Se sapeste tutto quello che le ho detto!... Voglio andarmene subito. Conducetemi via, portatemi via fra le vostre braccia, perchè io vada a morire in strada, dove la gente che passa, se non altro, avrà pietà del mio strazio.
Sempre più debole, era ricaduta supina, balbettando delle frasi puerili.
- Eppoi, nessuno mi vuol bene. Neppur mio padre era con me. Voi, povero amico mio, mi avevate abbandonata! Quando ho veduto che era un altro che mi conduceva alla piscina, ho cominciato a sentirmi un gelo nelle vene. Oh! quel gelo del dubbio che ho sentito più volte a Parigi! Ed io sono sicura che se essa non mi ha fatto guarire, vuol dire che ho dubitato. Avrò pregato male, non sono abbastanza santa...
Cessava già di bestemmiare, trovava delle scuse al cielo. Ma, in quella lotta contro la potenza superiore, tanto amata e tanto invocata, che non le aveva obbedito, il suo volto restava fiero. Quando passava così una tempesta di collera e v'erano delle ribellioni di quel genere nei letti, degli accessi di disperazione, dei singhiozzi e persino delle bestemmie, le dame ospitaliere e le suore, un po' sbigottite, si limitavano a tirare le cortine. La grazia si era ritirata, bisognava aspettare che tornasse. E tutto si quietava, si spegneva, dopo poche ore, nel gran silenzio doloroso.
- Calmatevi, calmatevi, ve ne scongiuro ? ripeteva Pietro a Maria con somma dolcezza, vedendola presa da un'altra crisi, il dubbio di se stessa, il timore di non essere degna di grazia.
Suor Giacinta s'era avvicinata.
- Non potrete far la comunione or ora, cara fanciulla, se vi ostinate a restare in questo eccitamento... Suvvia, dal momento che permettiamo al signor abate di leggervi qualcosa, perchè non accettate?
Maria fece un gesto stanco, come per dire che accettava e Pietro si affrettò a prendere nella valigia, appiedi del letto, il libro dalla copertina turchina, che narrava ingenuamente la storia di Bernadette. Ma, come la notte precedente, mentre il treno correva, non si attenne al testo laconico dell'opuscolo, ma improvvisò, facendo rivivere i fatti a modo suo, per affascinare ed inebbriare le povere di spirito che lo ascoltavano.
Soltanto il ragionatore, l'analista che c'era in lui, non poteva schermirsi dal ricostituire, sottovoce, la verità, riducendo, per proprio conto, alle proporzioni umane quella leggenda, di cui il continuo prodigio concorreva alla guarigione delle ammalate.
In breve, da tutti i letti vicini, delle donne si sollevarono. Volevano udire la fine della storia, vegliando tutte, perchè la fervida attesa della comunione sbandiva il sonno dalle loro palpebre. E, nella luce fioca della lampada, appesa alla parete; al disopra di lui, Pietro alzava a poco a poco la voce per essere udito da tutta la sala.
- Fin dai primi miracoli, le persecuzioni cominciarono e Bernadette venne minacciata della prigione e chiamata bugiarda e pazza. L'abate Peyramale e monsignor Laurence, vescovo di Tarbes, come pure tutto il clero, restavano in disparte, aspettando con la massima prudenza; mentre le autorità civili, il prefetto, il procuratore imperiale, il sindaco, il commissario di polizia si abbandonavano ad eccessi deplorevoli contro la religione!...
Mentre proseguiva così, Pietro vedeva la storia vera sorgergli davanti, con forza invincibile. Tornava un po' indietro, ritrovava Bernadette, nell'ora delle prime apparizioni, così candida, così gentile di speranza e di buona fede, in mezzo alle sue sofferenze. Ed essa era la veggente, la santa, di cui, nella crisi dell'estasi, il volto assumeva una espressione di bellezza sovrumana: la fronte era raggiante, i lineamenti si affinavano, gli occhi splendevano, penetrati di luce, mentre la bocca socchiusa ardeva d'amore.
Poi, da tutta la sua persona esalava una vera maestà; e, quando faceva il segno della croce, il suo gesto, nobilissimo e lentissimo, pareva abbracciasse tutto l'orizzonte.
Nelle valli vicine, nei paeselli, nelle città non si parlava più che di Bernadette. Sebbene la Vergine non avesse ancora detto il suo nome, tutti la ravvisavano, dicevano: ? E' lei, è la Beata Vergine.
Il primo giorno di mercato, venne tanta gente, che Lourdes era invaso. Tutti volevano vedere la fanciullina benedetta, l'eletta della Regina degli angeli, che diventava così bella, quando i cieli si aprivano ai suoi occhi rapiti.
Ogni mattina la folla cresceva, lungo il Gave, ed alla fine delle migliaia di persone vi si stabilirono, pigiandosi per non perdere nulla dello spettacolo. Appena compariva Bernadette, scoppiava un mormorìo di fervore: "Ecco la santa, la santa, la santa!"
Si precipitavano per baciarle i vestiti.
Essa era il Messia, l'eterno Messia aspettato dai popoli e di cui il bisogno rinasce perenne attraverso alle generazioni. Sempre si rinnovava la stessa avventura, un'apparizione della Vergine ad una pastorella, una voce che esortava il mondo alla penitenza, una sorgente che zampillava, dei miracoli che meravigliavano e rapivano le turbe, accorrenti sempre più numerose.
Ah! quei primi miracoli di Lourdes, che fioritura primaverile di conforto e di speranza erano stati mai, pel cuore dei miserabili, tormentati dalla povertà e dalla malattia! L'occhio guarito del vecchio Bourriette, il bambino Bonhorst, risuscitato nell'acqua diaccia, i sordi che udivano, gli zoppi che camminavano e tanti altri, Biagio Maumus, Bernardo Soubies, Augusto Bordes, Blaisette Soupenne, Benoite Cazeaux, salvati dai peggiori spasimi, diventavano argomento di conversazioni interminabili, esaltando l'illusione di tutti quelli che soffrivano nel cuore e nella carne. Il giovedì 4 marzo, ultimo giorno delle quindici visite chieste dalla Vergine, v'erano più di ventimila persone davanti alla Grotta. Tutta la montagna era discesa. E quella folla immensa trovava là quello di cui era avida, l'alimento del soprannaturale, il banchetto del meraviglioso, quella dose d'impossibile, che ci voleva per appagare la sua fede in una forza superiore che degnava di occuparsi dei poveri uomini, e di intervenire, con evidenza indiscutibile, nelle deplorevoli vicende umane, per infondere in esse un po' di giustizia e di mansuetudine. Era il grido della carità divina che erompeva, la mano invisibile e benefica che si stendeva finalmente per versare del balsamo sull'eterna piaga umana.
Ah! quel sogno che ogni generazione ripeteva, per conto proprio, con quale energia indistruttibile risorgeva nei diseredati, non appena trovava un terreno propizio, preparato dalle circostanze! E, da secoli forse, i fatti non si erano combinati in modo tanto idoneo ad accendere il fuoco mistico della fede, come quella volta a Lourdes! Nasceva una nuova religione e, subito, le persecuzioni si manifestavano, perchè le religioni non crescono che in mezzo ai tormenti ed agli ostacoli. Come altre volte a Gerusalemme quando si sparse la voce che dei miracoli fiorivano sui passi del sospirato Salvatore, le autorità si misero in subbuglio, il procuratore imperiale, il giudice di pace, il sindaco, specialmente il prefetto di Tarbes.
Questi era per l'appunto un cattolico convinto, osservante, e di una onorabilità indiscutibile, ma in pari tempo una testa fredda da amministratore, un difensore fervidissimo dell'ordine, un avversario dichiarato del fanatismo, da cui nascono le sommosse e i pervertimenti religiosi.
C'era a Lourdes, sotto i suoi ordini naturalmente, un commissariò di polizia, molto intelligente e molto pieghevole, correttissimo d'altronde, il quale vedeva, legittimamente, nell'affare delle apparizioni, un'occasione di manifestare le sue doti di sagacità e di destrezza. E la lotta cominciò. Fu questo commissario il quale, la prima domenica di quaresima, fino dalle prime visioni, fece venire Bernadette nel suo ufficio per interrogarla. Invano si mostrò affettuoso, poi corrucciato, invano passò alla minaccia: non potè ottenere dalla fanciullina che la stessa, solita risposta. La storia che raccontava, coi suoi particolari, a poco a poco accresciuti, si era irrevocabilmente fissata nel suo cervello da mezza scema.
E non era menzogna in quella povera creatura malaticcia, appartenente alla schiera delle isteriche; era l'ossessione inconsapevole, la mancanza radicata della forza di volontà necessaria per liberarsi dall'allucinazione. Non sapeva, non poteva, non voleva volere! Ah! quella misera bambina, quella cara bambina così gentile, così savia, incapace di un pensiero cattivo, perduta da allora in poi, per la vita, messa in croce dalla fissazione, da cui non si sarebbe potuto liberarla che facendole cambiare ambiente, rimettendola nell'aria libera, in qualche terra benedetta dal sole e dalla tenerezza umana!
Ma essa era l'eletta, aveva veduto la Vergine e doveva soffrirne per tutta la vita e morirne.
Pietro, che conosceva bene Bernadette, ed aveva votato alla sua memoria una pietà fraterna, la devozione che si risente per una santa umana, una creatura semplice, retta e generosa nel supplizio della sua fede, rivelò la sua emozione, negli occhi umidi, nella voce tremante.
Vi fu una pausa, e Maria, rimasta fino allora rigida, colla faccia bieca da ribelle, sciolse le mani e fece un gesto di pietà.
- Ah! ? mormorò ? povera piccina, sola di fronte ai magistrati e così innocente, così superba, così invincibile nel dire la verità!
Da tutti i letti sorgeva la stessa simpatia dolorosa.
L'inferno di quella sala, nella sua miseria notturna, nel suo lezzo appestato, nella sua accozzaglia di giacigli di spasimo, nel suo andirivieni spettrale di donne e di suore, affrante dalla fatica, pareva che si illuminasse di uno splendore di carità divina. Non era la perenne illusione della felicità che rifioriva persino tra le lagrime e l'inconsapevole menzogna?
Povera, povera Bernadette! Tutti si sdegnavano nell'udire le persecuzioni che aveva sofferto per difendere la sua fede.
Allora Pietro, ricominciando il racconto, disse tutti i tormenti della fanciullina. Dopo l'interrogatorio del commissario, aveva dovuto comparire davanti al tribunale. Tutta la magistratura si mostrava accanita contro di lei, volendo strapparle una ritrattazione. Ma l'ostinatezza del suo sogno era più forte che il senno delle autorità civili riunite. Due medici, mandati dal prefetto per fare un esame accurato dell'inferma, avevano concluso onestamente, come qualsiasi medico avrebbe fatto, che ella soffriva di fenomeni nervosi, chiaramente indicati dall'asma, fenomeni che potevano aver determinata la visione in date circostanze: conclusione per cui ella corse rischio di essere rapita e chiusa in un ospedale di Tarbes. Ma le autorità ebbero paura dell'ira popolare. Un vescovo era venuto a prostrarsi davanti a Bernadette. Delle signore volevano comprare da lei delle grazie a peso d'oro. Oppressa dalla visita di una turba sempre crescente di fedeli, si era rifugiata presso le suore di Nevers, che facevano il servizio dell'ospizio della città. Aveva fatta con loro la sua prima comunione ed imparava a leggere ed a scrivere, ma con grande difficoltà.
Siccome pareva che la Vergine non l'avesse prescelta che per la felicità degli altri e non la facesse guarire dalla sua soffocazione cronica, si erano decisi a farle fare la cura delle acque minerali di Cauterets, tanto vicine, ma essa non ne ottenne nessun vantaggio. Ed appena fu di ritorno a Lourdes, la tortura delle interrogazioni e dell'adorazione di tutto un popolo ricominciò, aggravandosi ed ispirandole un ribrezzo sempre maggiore del mondo. Ah! essa aveva finito di essere la birichina vaga di giuochi, la fanciulla che sogna un marito, la giovane sposa che bacia le guance di grossi marmocchi. Aveva veduto la Vergine, era l'eletta, la martire. I credenti dicevano che la Vergine non le avesse affidati tre segreti, cingendola così di triplice corazza, che per sostenerla nella lotta.
Per lungo tempo, il clero, pieno di dubbi e di inquietudini anch'esso, si era astenuto da ogni intervento. Il curato di Lourdes, l'abate Peyramale, era un uomo burbero, di una bontà infinita, di una lealtà e di una energia mirabile, quando credeva di essere nella buona strada.
La prima volta che ebbe la visita di Bernadette, l'accolse duramente quanto il commissario di polizia, quella fanciullina, cresciuta a Bartrès, che egli non aveva ancora veduta al catechismo: rifiutò di credere alla sua storia, le impose, con una certa ironia, di pregare la Signora che facesse anzitutto fiorire il rosario selvatico che era ai suoi piedi, il che la Signora non fece, d'altronde; e se, più tardi, finì col prendere la piccina sotto la sua protezione, da buon pastore che difende il proprio gregge, fu solo quando le persecuzioni cominciarono e si parlò di mettere in prigione quella meschina, dai limpidi occhi sinceri, così ostinata a ripetere lo stesso racconto nella sua dolcezza vereconda.
Eppoi, perchè avrebbe continuato a negare il miracolo, dopo averne dubitato soltanto, da curato prudente, che non vorrebbe compromettere la religione in un'avventura sospetta? I libri sacri sono pieni di prodigi, tutto il dogma è basato sul mistero. Nulla quindi doveva rendere impossibile, agli occhi di un prete, il fatto che la Vergine avesse affidato un messaggio per lui a quella bambina pia, facendogli dire di edificare una chiesa, dove i fedeli si recherebbero in processione. E fu così che egli prese ad amare e a difendere Bernadette, per la sua grazia, tenendosi però correttamente in disparte, in attesa della decisione del suo vescovo.
Quel vescovo, monsignor Laurence, pareva si fosse chiuso a triplice mandata, in fondo al suo vescovado di Tarbes, serbando il più assoluto silenzio, come se a Lourdes non fosse accaduto nulla che potesse interessarlo. Aveva dato degli ordini severi al suo clero e nessun prete si era mostrato fra le turbe che passavano la giornata davanti alla Grotta. Egli aspettava, lasciando dire al prefetto, nelle circolari amministrative, che l'autorità civile operava d'accordo con l'autorità religiosa. In fondo, è probabile che non credesse alle apparizioni della Grotta di Massabielle e non vedesse in quei fatti che l'allucinazione di una bambina ammalata.
Il caso che metteva in subbuglio il paese era abbastanza importante, perchè lo facesse studiare attentamente, di giorno in giorno: ed il modo con cui lo trascurò per tanto tempo, dimostrava quanta poca fede avesse nel preteso miracolo, ponendo la sua cura principale nel non compromettere la Chiesa in una faccenda che doveva aver poco lieto fine. Monsignor Laurence, molto pio, era una intelligenza fredda e positiva che governava la sua diocesi con molto senno. In quel tempo gli impazienti, gli infervorati, lo soprannominarono San Tommaso, per la persistenza del suo dubbio, fino al giorno in cui i fatti gli sforzarono la mano. Faceva orecchie da mercante, fermamente deciso a non cedere che quando fosse convinto che la religione non aveva nulla da perdere.
Ma le persecuzioni dovevano farsi anche maggiori. Il ministro dei culti, a Parigi, avvertito, esigeva che i disordini cessassero; ed il prefetto aveva fatto occupare militarmente i dintorni della Grotta. Già lo zelo dei fedeli, la riconoscenza delle persone guarite, l'avevano coperta di vasi di fiori. Vi si buttavano delle monete, si offrivano dei regali alla Beata Vergine. Vi si erano anche fatte spontaneamente delle migliorie rudimentali: dei cavatori avevano scolpito una specie di serbatoio per ricevere l'acqua miracolosa; altri avevano tolto i macigni, tracciando una via su pel poggio. E fu di fronte all'onda sempre crescente della folla che il prefetto, rinunziando ad arrestare Bernadette, prese la grave determinazione di impedire alla gente l'accesso alla Grotta, chiudendolo con un forte steccato. Erano accadute delle cose spiacevoli: dei ragazzi pretendevano di aver veduto il diavolo, gli uni rei di simulazione, gli altri vittime di veri accessi, in quel contagio di squilibrio morboso che spirava nell'aria. Ma che faccenda seria lo sgombro della Grotta! Non fu che verso sera che il commissario potè trovare una ragazza che acconsentisse a noleggiargli una carretta; e due ore dopo, colei essendo caduta, si ruppe di colpo una costa.
Così pure un uomo che aveva prestato un'accetta, ebbe l'indomani il piede schiacciato dalla caduta di una pietra. Il commissario portò via, tra i fischi e le contumelie, i vasi di fiori, i pochi ceri che ardevano, le monete ed i cuori d'argento sparsi sulla sabbia. La gente mostrava i pugni e gli dava sottovoce del ladro e dell'assassino.
Poi, piantarono i pali dello steccato, inchiodarono le tavole, fecero tutto un lavoro per chiudere il mistero, per mettere una barricata davanti all'ignoto, per imprigionare il miracolo. E le autorità civili ebbero l'ingenuità di credere che tutto fosse finito, che quelle poche tavole arresterebbero la povera gente, affamata d'illusione e di speranza.
Appena fu proscritta e vietata dalla legge, come un delitto, la nuova religione arse di fiamma inestinguibile in fondo a tutte le anime. I credenti venivano, ad ogni modo, ed in numero anche maggiore, ad inginocchiarsi in lontananza, singhiozzando rimpetto al paradiso proibito. E gli ammalati specialmente, a cui un barbaro decreto vietava la guarigione, irrompevano, nonostante i divieti, scivolando attraverso gli interstizi, varcando gli ostacoli, nell'unico e ardente desiderio di rubare dell'acqua. Come! Vi era là un'acqua portentosa, che rendeva la vista ai ciechi, che raddrizzava gli storpi, che dava immediato refrigerio a tutti i mali e si trovavano al potere degli uomini tanto crudeli da mettere quell'acqua sotto chiave, perchè non facesse più guarire la povera gente? Ma era mostruoso! Un grido di esecrazione risuonava nel popolino, fra tutti i diseredati, i quali per vivere avevano bisogno di portenti quanto di pane.
In obbedienza al decreto, bisognava fare il processo verbale ai delinquenti, e fu così che si vide davanti al tribunale una lamentevole sfilata di vecchie e di uomini infermi, di cui la colpa era di aver attinto dell'acqua a quella sorgente di vita. Quei meschini balbettavano, scongiuravano, non potendo capire perchè venissero colpiti da una multa. E, fuori, la folla ruggiva, un'impopolarità furiosa fermentava contro quei magistrati, così duri per la miseria umana, contro quei padroni spietati, i quali, non paghi di aver preso per sè tutte le ricchezze, non volevano lasciare ai poveri neppure il sogno dell'al di là, la credenza che una forza superiore e benefica si occupasse di loro maternamente, diffondendo la pace nelle anime e la salute nei corpi. Un intero stormo di cenciosi e di ammalati andò dal sindaco: quei miseri si inginocchiarono nel cortile, lo scongiurarono, singhiozzando, di far riaprire la Grotta, e quello che dicevano era così commovente che tutti piangevano. Una madre mostrava la sua creaturina mezza morta: permetterebbero essi che le si spegnesse fra le braccia così, mentre c'era, lì accanto, una sorgente che aveva salvato le creature delle altre madri? Un cieco additava i suoi occhi torbidi: un pallido giovanetto scrofoloso metteva in mostra le piaghe delle sue gambe: una paralitica tentava di congiungere, in atto di preghiera, le povere mani rattratte: volevano lasciarli morire così, vietando che ricorressero all'ultimo mezzo divino, essi, che la scienza degli uomini abbandonava?
E l'afflizione dei credenti non era meno profonda; convinti com'erano che un lembo del cielo si fosse manifestato, nella notte della loro triste esistenza, si irritavano di vedersi rapita quella gioia della chimera, quel conforto supremo alle loro sofferenze umane e sociali, che derivavano dal credere che la Beata Vergine fosse scesa dal cielo, per recare la dolcezza infinita del suo intervento. Il sindaco non aveva potuto far nessuna promessa, e le turbe si erano ritirate piangenti e pronte alla ribellione, come sotto il colpo di una grande ingiustizia, di una crudeltà stolta contro gli umili ed i semplici; crudeltà di cui il cielo farebbe le vendette.
La lotta continuò per parecchi mesi. Ed era uno spettacolo straordinario vedere quegli uomini di buon senso, il ministro, il prefetto, il commissario di polizia, certamente animati dalle migliori intenzioni, combattere quelle turbe, sempre crescenti, di disperati, che non volevano vedersi chiudere davanti la porta del sogno, la mistica prospettiva della felicità futura, che li confortava nella miseria presente.
Le autorità esigevano l'ordine, il rispetto di una religione savia, il trionfo della ragione: mentre la smania della felicità trascinava il popolo al desiderio esaltato della guarigione, in questo mondo e nell'altro. Oh! non soffrir più, conquistare l'eguaglianza del benessere, camminare sotto la protezione di una Madre giusta e buona, morire per ridestarsi in cielo.
Ed il desiderio ardente delle moltitudini, quella follia santa della felicità universale, doveva assolutamente vincere il rigido e tetro concetto di una società ben regolata, in cui le crisi epidemiche delle allucinazioni religiose sono condannate come attentato al buon ordine, voluto dalle menti sane.
Nell'udire quella storia, anche la sala Sant'Onorina si ribellava. Pietro dovette interrompere, per un momento, la sua lettura, davanti alle esclamazioni soffocate dirette contro il commissario di polizia, a cui davano del Satana e dell'Erode.
La Grivotte s'era rizzata sulla materassa, balbettando:
- Ah! che mostri! Quella buona Vergine che mi ha fatto guarire!
Ed anche la Vêtu, la quale nella confusa certezza che stava per morire, sentiva ora risorgere la speranza, si stizziva all'idea che se il prefetto avesse vinto, la Grotta non sussisterebbe.
- Dunque, non vi sarebbero pellegrinaggi, noi non saremmo qua e la gente non guarirebbe a centinaia ogni anno?
Le mancava il respiro e suor Giacinta dovette metterla a sedere. La signora di Jonquière approfittava dell'interruzione per recare il bacile ad una giovane donna, colpita da una malattia della spina. Due altre donne che non potevano rimanere in letto, tanto il caldo era intollerabile, vagavano lentamente qua e là, a passi silenziosi, bianche bianche nelle ombre fosche: ed in fondo alla sala, usciva dalle tenebre un respiro affannoso che non era mai cessato, accompagnando la lettura d'un rantolo.
Sempre supina, Elisa Rouquet dormiva placidamente, mettendo in mostra la sua orribile piaga che si stava essicando.
Erano le dodici ed un quarto e l'abate Judaine poteva venire da un momento all'altro per la comunione. La grazia rientrava nel cuore di Maria, convinta ora che se la Beata Vergine non aveva voluto farla guarire, la colpa era certamente sua, perchè aveva avuto un dubbio, entrando nella piscina. E si pentiva della sua ribellione, come d'un delitto; potrebbe mai ottenere il perdono? Il suo pallido visino affondava tra i bei capelli biondi; gli occhi le si riempivano di lagrime e guardava Pietro con una tristezza piena di sgomento.
- Oh! amico mio, come sono stata cattiva! E' stato nell'udire i delitti d'orgoglio di quel prefetto e dei suoi magistrati che ho compreso la mia colpa... Bisogna credere, amico mio; non v'ha bene all'infuori della fede e dell'amore.
Poi, siccome Pietro voleva cessare la lettura a quel punto, tutte diedero in esclamazioni e vollero il seguito. Egli dovette promettere di arrivare sino al trionfo della Grotta.
Lo steccato la chiudeva sempre: bisognava venire di notte, furtivamente, per pregare e portar via una boccia d'acqua rubata.
Per altro, i timori di insurrezione crescevano: si riferiva che dei villagi interi volessero calare dalla montagna e venire a liberare Dio. Era una leva in massa degli umili, un impeto così irresistibile degli affamati di miracolo, che il buon senso ed il buon ordine dovevano venirne spazzati come paglia al vento.
E fu monsignor Laurence che dovette arrendersi pel primo, nel suo vescovado di Tarbes.
Tutta la sua prudenza, tutti i suoi dubbi erano travolti dalla corrente del movimento popolare. Egli aveva potuto, per cinque mesi interi, tenersi in disparte, impedire al suo Clero di seguire i fedeli alla Grotta, difendere la Chiesa contro quel vento scatenato di superstizione.
Ma a che prò lottare più a lungo? Sentiva che la miseria del popolo angosciato di cui aveva la custodia era così grande, che si rassegnava a dargli il culto idolatra di cui lo vedeva avido. Per altro si limitò, per un resto di prudenza, a nominare una Commissione a cui diede l'incarico di fare un'inchiesta; ciò equivaleva ad accettare i miracoli, a scadenza più o meno lunga. Se monsignor Laurence era l'uomo di sana dottrina e di freddo raziocinio per cui lo si teneva, quale angoscia dovette mai essere stata la sua nella mattina del giorno in cui firmò quel decreto! Dovette inginocchiarsi sul suo oratorio, supplicando quel Dio che è il Signore del mondo, di dettargli la sua condotta. Egli non credeva alle apparizioni, avendo un concetto più alto e più intellettuale delle manifestazioni dell'Ente divino. Ma non era pietà e misericordia in questo caso, far tacere gli scrupoli della sua ragione, la sublimità del suo culto, di fronte alla necessità di quel pane della menzogna, di cui i miseri uomini hanno bisogno per vivere felici?
- Oh! Signore, perdonami se ti faccio scendere dalla potenza eterna in cui sussisti, se ti abbasso a questo trastullo puerile dei miracoli inutili. E' un farti ingiuria l'arrischiare la tua gloria in questa miseranda avventura, in cui non vi ha che morte ed insensatezza. Ma essi soffrono tanto, o Signore! hanno una tal fame del portento per dimenticare quel gran dolore perenne che è la loro vita! Tu stesso, se fossero il tuo gregge, aiuteresti ad ingannarli. Che il concetto della tua divinità ne resti diminuito, ma che essi siano confortati!
Così il vescovo in lagrime aveva fatto il sacrifizio del suo Dio, alla viva compassione che, come pastore, risentiva pel suo miserando gregge umano.
Poi, l'imperatore, il padrone si arrese anche lui. Si trovava allora a Biarritz, e gli si davano, quotidianamente, i particolari di quella storia delle apparizioni, di cui tutta la stampa si occupava a Parigi: perchè la persecuzione non sarebbe stata completa se non vi si fosse aggiunto l'inchiostro dei giornalisti volterriani.
E mentre il suo ministro, il suo prefetto, il suo commissario di polizia, combattevano pel buon senso e pel buon ordine, l'imperatore restava chiuso in quel profondo silenzio da sognatore ad occhi aperti, al cui mistero nessuno mai era iniziato.
Giungevano ogni giorno delle petizioni ed egli taceva.
Dei vescovi, dei dignitari, delle dame del suo seguito spiavano il momento opportuno per tirarlo in disparte; ed egli taceva.
Una battaglia senza tregua ferveva attorno alla sua volontà: da una parte i credenti o, semplicemente, le teste chimeriche che l'idea del mistero riscaldava; dall'altra gli increduli, gli uomini politici, che diffidavano dei disordini dell'imaginazione: ed egli taceva.
Poi, ad un tratto, nella sua rapida risoluzione da timido, parlò.
Corse la voce che si fosse deciso per le suppliche dell'imperatrice. Essa intervenne ceno, ma prevalse probabilmente nell'imperatore un risveglio del suo antico sogno umanitario, un ritorno della sua schietta bontà pei diseredati. Al pari del vescovo, egli non volle chiudere ai miserabili la porta dell'illusione, mantenendo il decreto impopolare del prefetto che vietava agli infermi disperati di bere la vita alla sorgente sacra.
E mandò un dispaccio, con l'ordine laconico di buttar giù lo steccato, perchè la Grotta restasse libera.
Allora suonò l'osanna, folgorò il trionfo.
Il nuovo decreto venne letto a Lourdes, fra rulli di tamburo e fanfare di tromba.
Lo stesso commissario di polizia dovette intervenire per far togliere lo steccato.
Lo si cambiò di sede poi, come pure il prefetto. Le popolazioni arrivavano da tutte le parti, si organizzava il culto della Grotta. Ed un grido di allegrezza divina sorgeva: Dio aveva vinto. Dio? Ah! no, purtroppo! ma la miseria umana, l'eterno bisogno della menzogna, quella fame del meraviglioso, quella speranza del condannato che si affida per la propria salvezza, ad un'onnipotenza invisibile, più forte della natura, sol essa capace, ove lo voglia, di frangerne le leggi inesorabili. E quello che aveva vinto inoltre, era la somma pietà dei pastori pel gregge, il vescovo, l'imperatore misericordioso, i quali lasciavano a quelle genti, simili a fanciulli malati, il feticcio che consolava gli uni ed alle volte persino guariva gli altri.
Fino dalla metà di novembre, la Commissione episcopale venne a Lourdes per procedere all'inchiesta di cui aveva avuto l'incarico.
Interrogò ancora una volta Bernadette, studiò un gran numero di miracoli. Però, non ammise che trenta guarigioni, perchè l'evidenza fosse assoluta. E monsignor Laurence si mostrò convinto. Fece prova però di un'ultima prudenza, aspettando ancora tre anni prima di dichiarare in una bolla che la Beata Vergine era veramente apparsa alla Grotta di Massabielle e che si erano verificati poi dei numerosi miracoli. Aveva comperato dalla città di Lourdes, in nome del Vescovado, la Grotta stessa, con tutto il terreno che la circondava. Si fecero alcuni lavori, prima modesti, poi sempre più importanti, man mano che i denari affluivano da tutta la cristianità. Si mettevano degli arredi nella Grotta, la si chiudeva con un cancello. Il Gave veniva respinto nel suo nuovo letto per stabilire un largo margine, dei viali, dei prati, delle passeggiate. Finalmente la chiesa domandata dalla Beata Vergine, la Basilica, cominciò a sorgere, sulla cima della roccia stessa. Dacchè si era dato il primo colpo di vanga, il curato di Lourdes, l'abate Peyramale dirigeva tutto, con uno zelo eccessivo, perchè la lotta aveva fatto di lui il credente il più fervido, il più sincero dell'opera sua. Si era messo ad adorare Bernadette, colla sua paternità un po' burbera, facendo sua la missione della bambina, dandosi corpo ed anima all'effettuazione degli ordini ricevuti dal cielo, per bocca di quell'innocente. E si rifiniva in sforzi imperiosi, voleva che tutto fosse molto bello, molto grandioso, degno della Regina degli Angeli, che aveva avuto tanta condiscendenza da visitare quell'angolo perduto fra i monti.
La prima cerimonia religiosa non ebbe luogo che sei anni dopo le apparizioni: si collocò nella Grotta, con gran pompa, una statua in marmo della Vergine, nel punto in cui questa era apparsa. Quel giorno, il tempo era splendido, Lourdes imbandierata e tutte le campane suonavano. Cinque anni dopo, nel 1869, la prima messa venne detta nella cripta della Basilica, di cui la guglia non era finita, i doni aumentavano sempre: un fiume d'oro affluiva verso la Grotta; una città intera stava per sorgere dal suolo. Era la nuova religione che affermava il suo regno. Il desiderio di guarire guariva; la sete del miracolo faceva il miracolo.
Un Dio di pietà e di speranza scaturiva dalle sofferenze umane, da quel bisogno di menzogna e di conforto, il quale ha creato, in tutte le êre dell'umanità, i meravigliosi paradisi dell'al di là, dove una possa suprema impera e diffonde la felicità perenne.
Quindi, le ammalate della sala Sant'Onorina non vedevano nella vittoria della Grotta che il trionfo della loro speranza di guarigione. E vi fu, lungo i letti, un fremito di gioia quando Pietro, col cuore commosso da tutte quelle povere faccie che si sporgevano verso di lui, cupide di notizie, ripetè:
- Dio aveva vinto: e da quel giorno in poi, i miracoli non sono più cessati e le creature le più umili sono quelle che vengono maggiormente soccorse.
Depose il libricino. L'abate Judaine entrava; stava per cominciare la comunione.
Allora Maria, ripresa dalla febbre della fede, colle mani ardenti, si chinò.
- Amico mio, oh! ve ne prego, rendetemi l'immenso servizio di ascoltare la confessione del mio fallo e di assolvermi. Ho bestemmiato, sono in peccato mortale. Se non mi venite in aiuto, non potrò ricevere l'ostia consacrata ed ho tanto bisogno di essere consolata ed incuorata!
Il giovane prete rifiutava col gesto. Non aveva mai voluto confessare quell'amica, la sola donna che avesse amata e desiderata, negli anni baldi e ridenti della gioventù.
Ma essa insisteva:
- Ve ne scongiuro, coopererete al miracolo della mia guarigione.
Ed egli si arrese, e ricevette la confessione della sua colpa, della empia ribellione del suo spasimo contro la Vergine, rimasta sorda alle sue preghiere; poi le diede l'assoluzione colla formola sacramentale.
Già l'abate Judaine aveva messo il ciborio sopra un tavolino, tra due doppieri accesi, due stelle tristi nella semi-oscurità della sala.
Si erano decisi a spalancare una delle finestre del cortile, tanto l'odore di quei corpi infermi e di quei cenci ammucchiati si era fatto insopportabile; ma non entrava nessun soffio d'aria; il cortile angusto, pieno di tenebre, somigliava un pozzo incandescente. Pietro si offrì per servire e recitò il Confiteor. Poi il cappellano, in camice, dopo aver risposto col Miserere e l'Indulgentiam, alzò il ciborio, dicendo: "Ecco l'Agnello di Dio che cancella i peccati del mondo."
Ognuna delle donne che, rattratte dagli spasimi, aspettavano impazientemente la comunione, come il moribondo aspetta la vita da un nuovo farmaco, tardo a venire, ripeteva tre volte quell'atto di umiltà, a bocca chiusa: ? Signore, non sono degna che voi entriate in me, ma dite una sola parola e l'anima mia sarà guarita.
L'abate Judaine aveva cominciato a fare il giro dei letti di dolore, seguìto da Pietro, mentre la signora di Jonquière e suor Giacinta li accompagnavano, ognuna di esse reggendo un doppiere in mano. La suora indicava quelle delle ammalate che dovevano far la comunione: ed il prete si chinava, e deponeva l'ostia sulla lingua, un po' a casaccio, mormorando le parole latine. Quasi tutte aspettavano, con gli occhi spalancati e lucidi, in mezzo al disordine di quell'allestimento troppo rapido.
Convenne però svegliarne due che dormivano di sonno profondo. Molte gemevano senza averne coscienza e continuavano a gemere dopo aver ricevuto Dio. In fondo alla sala, il rantolo di quella che non si poteva discernere, continuava ininterrotto. E nulla era più triste che quel piccolo corteggio in quell'ombra, stellata dalle due macchie gialle dei candelabri.
Ma il volto di Maria era splendente di estasi per una apparizione divina. Avevano rifiutato la comunione alla Grivotte; essa doveva farla la mattina al Rosario, anelante al pane di vita; e la Vêtu, muta, aveva ricevuto l'ostia sulla lingua nera, in un rantolo.
Adesso Maria, sotto la luce pallida dei candelabri, appariva così bella, coi capelli biondi, con gli occhi dilatati, col volto trasfigurato dalla fede, che tutti l'ammiravano. Fece la comunione con intenso fervore; il cielo scendeva visibilmente in lei, nella sua misera personcina giovanile, ridotta ad un tal punto di miseria fisica. Durante un attimo, trattenne Pietro per la mano.
- Oh! amico mio, essa mi farà guarire, me lo ha detto or ora... Andate a riposare. Io dormirò di un sonno così dolce!
Nel ritirarsi con l'abate Judaine, Pietro scorse la piccola signora Désagneaux sulla poltrona dove la fatica l'aveva fatta cadere, come fulminata. Nulla poteva destarla.
Era l'una e mezza di notte.
E la signora di Jonquiere, aiutata da suor Giacinta, lavorava ancora, voltando le ammalate nel letto, forbendole e fasciandone le piaghe.
La sala si acquetava già; un'ombra più grave e più dolce vi si diffondeva, dacchè vi era passata Bernadette colla sua grazia.
La piccola ombra della veggente vagava ora fra i letti, trionfale, avendo compiuto l'opera sua, avendo recato una particella di cielo ad ogni disperata, ad ogni diseredata di questa terra: e mentre tutte, a poco a poco, si adagiavano nel sonno, la vedevano chinarsi, su di loro, lei, così gracile, così malata anch'essa, a baciarle sorridendo.

 TERZA GIORNATA
 1.
In quella bella mattina festiva di agosto, calda e limpida, Guersaint alle sette era già alzato e vestito di tutto punto, in una delle due camerette che aveva avuto la fortuna di trovare, al terzo piano dell'Albergo delle Apparizioni, in via della Grotta.
S'era coricato alle undici e si svegliava, ristorato e contento: e, subito, entrò nella camera vicina, quella occupata da Pietro. Ma questi, tornato dopo il tocco di notte, eccitato dall'insonnia, non si era assopito che verso l'alba e dormiva ancora.
La sua sottana, buttata sopra una seggiola ed i suoi altri capi di vestiario, sparsi qua e là, rivelavano la sua stanchezza ed il suo turbamento.
- E così, che fate, pigraccio? ? gridò allegramente Guersaint ? Non udite le campane?
Pietro si destò di soprassalto, stupito di trovarsi in quell'angusta cameretta dalbergo, inondata dal sole. Infatti, dalla finestra, rimasta aperta, entrava l'allegro squillo delle campane, l'appello di tutta la città festosa e felice.
- Non siamo certo in tempo di giungere, prima delle otto all'ospedale per prendere Maria, poichè faremo colazione, non è vero?
- Certo: ordinate subito due tazze di cioccolatte. Mi alzo e non ci metterò molto.
Quando fu solo, Pietro balzò dal letto, sebbene avesse le ossa rotte dalla fatica, e si affrettò. Aveva ancora la faccia in fondo alla catinella, bagnandosi d'acqua fredda, quando Guersaint, che non poteva restar solo, ricomparve.
- E' fatto ? ce le porteranno qui... Ah! quest'albergo! Avete veduto il padrone, il signor Majesté, tutto vestito di bianco e così dignitoso nel suo uffizio? A quanto pare, l'albergo è zeppo; non hanno mai avuto tanta gente... Ma che chiasso infernale! M'hanno svegliato tre volte, questa notte. Io non so precisamente che diamine possano fare nella camera vicina alla mia: un momento fa ancora, s'è udito un colpo nella parete, eppoi dei bisbigli, eppoi dei sospiri...
Si interruppe per domandare:
- E voi, avete dormito bene?
- Ma no ? rispose Pietro. ? Ero rifinito dalla stanchezza e non m'è riuscito di chiudere occhio. Probabilmente era il chiasso che dite.
E parlò anche lui delle pareti sottili, della casa zeppa e scricchiolante per tutta quella folla che vi si pigiava. Durante tutta la notte erano urli inesplicabili, corse improvvise negli anditi, passi pesanti, voci forti che vibravano non si sapeva d'onde: tacendo dei gemiti degli ammalati, e delle tossi, le tossi orribili, che pareva uscissero dalle mura, in ogni parte. Evidentemente, da un capo all'altro della notte, della gente tornava a casa ed usciva di nuovo, si alzava e tornava a coricarsi; perchè non vi erano più ore: si viveva nella sregolatezza degli accessi di fervore andando alle pratiche devote come si sarebbe andati al piacere.
- E Maria, come l'avete lasciata iersera? ? domandò all'improvviso Guersaint.
- Molto meglio ? rispose Pietro. ? Ha avuto una crisi dolorosa, poi ha ritrovato tutto il suo coraggio e la sua fede.
Vi fu una pausa.
- Oh! non sono in pena ? riprese il padre, col suo placido ottimismo. ? Vedrete che le cose andranno benissimo. Per conto mio, sono beato. Avevo chiesto alla Santa Vergine la sua protezione pei miei affari, sapete, la mia grande invenzione dei palloni dirigibili. Ebbene, che ne direste, se vi assicurassi che è già intervenuta in mio favore? Sì, iersera, discorrendo coll'abate Des Hermoises, questi mi ha detto che mi troverebbe, probabilmente a Tolosa, una persona disposta a prestarmi il capitale, un suo amico, ricchissimo, che s'interessa alla meccanica! E, subito, ho veduto in questo il dito di Dio!
Rideva del suo riso da fanciullo. Poi soggiunse:
- Che uomo affascinante, quell'abate Des Hermoises! Questo dopo pranzo vedrò se non posso trovar modo di fare con lui la gita del circo di Gavarnie, a buon conto.
Pietro, che voleva pagargli tutto, l'albergo ed il resto, lo incoraggiò amichevolmente.
- Certo, non perdete quest'occasione di visitare le montagne, giacchè lo desiderate tanto. Vostra figlia sarà tanto felice di sapervi contento.
Ma vennero interrotti: una serva portava le due tazze di cioccolatte con due panini, sopra un vassoio ricoperto da un tovagliolo; e, siccome aveva lasciato la porta aperta, si scorgeva una parte dell'andito nella sua lunghezza.
- Tò! Fanno già la camera del mio vicino ? osservò Guersaint, curioso. ? Ha moglie non è vero?
La serva stupì.
- Oh! no, è solo affatto.
- Come, solo? Ma se non ha cessato di muoversi, se questa mattina si discorreva, si sospirava nella sua camera.
- Non è possibile, è solo affatto... E' sceso or ora, dopo aver dato l'ordine di fare al più presto la sua camera. E non c'è che una sola camera, con un immenso armadio nel muro, armadio di cui ha portato via con sè la chiave: probabilmente vi ha messo dei valori.
Perdeva il tempo in ciarle, mentre disponeva le due tazze di cioccolatte sulla tavola.
- Oh! è un signore veramente ammodo. L'anno scorso gli era riuscito di avere uno dei due padiglioni isolati che il padrone affitta, nel vicolo vicino. Ma quest'anno ha avvertito troppo tardi ed ha dovuto accontentarsi di questa camera, il che gli ha dato gran noia. Siccome non vuol mangiare con gli altri, si fa servire in camera, e beve del buon vino e mangia dei buoni bocconi.
- Sarà così ? concluse allegramente Guersaint ? avrà pranzato troppo lautamente solo, soletto, iersera.
Pietro aveva ascoltato con curiosità.
- E da questa parte, dalla mia, non vi sono due signore con un signore ed un ragazzo che cammina con le gruccie?
- Sì, signor abate, li conosco. La zia, la signora Chaise ha preso una delle due camere; mentre i coniugi Vigneron, col figlio Gustavo, hanno dovuto stiparsi nell'altra. Oh, gente per bene anche quella! E' il secondo anno che vengono!
Infatti, durante la notte, era sembrato a Pietro di riconoscere la voce di Vigneron, che il gran caldo disturbava forse.
Poi, la servetta essendo avviata, indicò gli altri inquilini dell'andito; a sinistra, un prete, una madre con tre figli, ed una coppia attempata; a destra, un altro signore solo, una giovane signora sola, ed una famiglia intera, con cinque bambini in tenera età. L'albergo era pieno fino al solaio. Le serve, che avevano ceduto le loro camere agli avventori, dormivano tutte insieme nella lavanderia. La notte scorsa avevano messo delle brande persino sui pianerottoli. Un onorevole sacerdote era perfino stato costretto a dormire sul biliardo. Quando la serva se ne fu finalmente andata e i due uomini ebbero preso il cioccolatte, Guersaint se ne andò in camera sua a lavarsi di nuovo le mani, perchè aveva molta cura della propria persona. Pietro, rimasto solo, attratto dal limpido sole, uscì un momento sull'angusta loggia. Tutte le camere del terzo piano, poste da quel lato dell'albergo, avevano una piccola loggia, ornata da una balaustrata di legno a traforo. Ma ebbe un'immensa sorpresa. Sulla loggia vicina, quella che corrispondeva alla camera abitata dal signore solo, vide una donna sporgere il viso e ravvisò la signora Volmar; era veramente lei, il suo viso lungo, coi lineamenti fini, un po' patiti, i grandi occhi stupendi, due fiamme su cui, tratto tratto, passava come un velo, una nube che pareva li spegnesse. Essa diede un grido di spavento nel ravvisarlo. Pietro stesso, molto impacciato e dolente di averla turbata così, si ritirò in tutta fretta. Ed un baleno improvviso gli fece comprendere ogni cosa: il signore, non avendo trovato che quella camera, vi celava l'amante agli sguardi di tutti, chiudendola nel grande armadio quando rigovernavano la camera, dandole parte dei pasti che gli portavano, i due bevendo nello stesso bicchiere; e così si spiegavano i rumori della notte. Essa passerebbe così tre giorni di prigionia assoluta e di passione delirante, in fondo a quella camera murata. Probabilmente, dopo che la serva aveva rigovernato, si era arrischiata ad aprire l'armadio dall'interno e sporgeva il capo per guardare in istrada se l'amico tornava. Era per questo dunque che non la si era riveduta all'ospedale, dove la piccola Désagneaux chiedeva continuamente conto di lei!
Pietro, immobile, col cuore sconvolto, cadde in una profonda meditazione, pensando a quella vita femminile che conosceva; a Parigi, la tortura dell'esistenza coniugale fra una suocera fiera ed un marito indegno, poi quei tre soli giorni di libertà assoluta all'anno, quell'improvviso sfogo di passione, col pretesto sacrilego di venire a Lourdes per servire il Signore. Delle lagrime, di cui egli non si spiegava neppure bene la causa, delle lagrime salite dalle più recondite latebre dell'esser suo, dalla sua castità volontaria, gli salirono agli occhi, in un accesso di tristezza sconfinata.
- E così, ci siamo? ? gridò allegramente Guersaint che riappariva, coi guanti, stretto nella sua giacca di panno grigio.
- Sì, sì, andiamo ? disse Pietro, il quale gli voltò le spalle per asciugarsi gli occhi, mostrando di cercare il cappello.
Mentre uscivano, udirono a sinistra una voce grossa che riconobbero, la voce di Vigneron, che stava recitando, molto forte, le orazioni della mattina.
Ma un incontro li incuriosì: nel seguire l'andito, si incrociarono con un signore sulla quarantina, robusto e tarchiato, colla faccia incorniciata da basette ben lisciate. Costui inarcò la schiena e passò così veloce che non poterono distinguere i suoi lineamenti. Portava in mano un pacco, ravvolto con cura. E fece girare la chiave nella toppa, richiuse l'uscio, e sparì, come un'ombra, senza rumore.
Guersaint si era voltato.
- To'! E' il signore solo... deve aver fatto la spesa; porta a casa delle ghiottonerie...
Pietro finse di non udire, perchè giudicava il compagno troppo leggero per metterlo nella confidenza di un segreto che non era il suo. Poi sentiva un certo impaccio, una specie di sgomento pudico nel pensare a quella rivincita della carne scoperta da lui in mezzo alla mistica esaltazione da cui era circondato.
Giunsero all'ospedale al momento stesso in cui portavano giù le ammalate per condurle alla Grotta.
E trovarono Maria molto allegra, avendo dormito bene. Abbracciò il padre, rimproverandolo quando seppe che non aveva ancora deciso la sua gita a Gavarnie. Disse che le avrebbe dato molto dolore se avesse rinunziato a farla. Soggiungeva, colla sua aria posata e sorridente, che non guarirebbe quel giorno.
Prese poi un fare misterioso, scongiurando Pietro di permetterle di passare la notte seguente davanti alla Grotta; era questo un favore, ardentemente desiderato da tutte, ma che si concedeva a stento a poche protette.
Dopo aver protestato perchè si preoccupava, per la sua salute, delle conseguenze di una notte passata all'aria libera, Pietro dovette prometterle di fare le pratiche necessarie, vedendo che si era fatta mestissima.
Probabilmente sperava di potersi far ascoltare dalla Beata Vergine da sola a sola, nella pace sonnacchiosa delle tenebre. E quella mattina, si trovò così isolata fra gli infermi, stipati davanti alla Grotta, che, fin dalle dieci, domandò di essere ricondotta all'ospedale, lagnandosi che la luce troppo viva le facesse male agli occhi. Quando suo padre e il prete l'ebbero accompagnata nella sala Santa Onorina, disse che li lasciava liberi per tutto il giorno.
- No, non venite a prendermi, non torno alla Grotta questo dopo pranzo, è inutile... Ma questa sera, alle nove in punto, venite per condurmi via, non è vero, Pietro? E' convenuto: mi avete data la vostra parola.
Egli ripetè che procurerebbe di ottenere il permesso, rivolgendosi al padre Fourcade, se fosse necessario.
- A questa sera, dunque, cara ? disse alla sua volta Guersaint, abbracciandola.
E la lasciarono in letto, molto calma, meditabonda, coi grandi occhi sognanti e sorridenti, perduti nelle lontananze. Quando tornarono all'Albergo delle Apparizioni erano appena le nove e mezza. Guersaint, beato del bel tempo, propose di far colazione subito, per andare al più presto a girare Lourdes. Volle per altro risalire un momento in camera, e Pietro, avendolo seguito, capitarono in un dramma.
La porta dei Vigneron era spalancata, si scorgeva il piccolo Gustavo disteso sopra un canapè che gli serviva da letto. Era livido, essendo stato colto all'improvviso da uno svenimento, che aveva fatto credere, per un attimo, al padre ed alla madre che fosse la fine. La Vigneron, abbandonata sopra una seggiola, era ancora inebetita dallo spavento preso, mentre Vigneron, in corsa per la camera, metteva tutto in iscompiglio per preparare un bicchier d'acqua zuccherata, in cui versava qualche goccia di elixir. Gridava che quel rimedio lo rimetterebbe completamente. Ma chi ne capiva niente? Un ragazzo, robustissimo ancora, svenire così, diventar bianco come un panno lavato? E guardava la Chaise, la zia, in piedi davanti al canapè, e di ottimo aspetto quella mattina, e le sue mani tremavano ancor più all'idea confusa che, se quella bestia di crisi avesse portato via suo figlio, non avrebbero più avuta l'eredità della zia.
Era fuori di sè; aprì per forza i denti del ragazzo e lo costrinse a bere tutto il bicchierino.
Poi, quando lo vide respirare e riaprire gli occhi, la affettuosità paterna ricomparve. Pianse, lo chiamò il suo caro piccino. Allora, la Chaise, essendosi accostata per aiutare, Gustavo la respinse, con gesto di odio, quasi avesse indovinato il pervertimento inconsapevole che i denari di quella donna mettevano nell'anima dei suoi genitori, buona gente in fondo.
Offesa, la vecchia signora sedette in disparte, mentre padre e madre, rassicurati ormai, ringraziavano la Beata Vergine di aver salvato quel caro tesoretto, il quale sorrideva ai suoi con un sorriso arguto e tristissimo, sapendo ogni cosa, ed a quindici anni non avendo più amore alla vita...
- Possiamo giovarvi in qualche modo? ? domandò Pietro, servizievolmente.
- No, no, tante grazie, rispose Vigneron, uscendo un momento nell'andito. Oh! abbiamo avuto una paura!... Pensate un pò: un figlio unico che ci è così caro.
Frattanto, l'ora della colazione metteva in moto la casa attorno a loro. Tutte le porte battevano, gli anditi e le scale risuonavano di corse continue. Tre ragazzone passarono in uno sventolìo di gonnelle; in fondo ad una camera vicina, dei bambini in tenera età piangevano. Poi erano vecchi stralunati, preti smarriti, frettolosi, che uscivano dal loro carattere, rialzando la sottana con tutte e due le mani per correre più presto.
Da cima a fondo si udivano le tavole dell'impiantito tremare sotto il carico troppo grosso della gente stipata. Ed una serva che portava una colazione sopra un gran vassoio, essendo venuta a bussare all'uscio del signore solo, quell'uscio tardò molto ad aprirsi, e finalmente si socchiuse, lasciando vedere la camera tranquilla, in cui il signore si trovava solo, voltando le spalle, e quando la serva se ne andò, le si richiuse dietro subito, con discrezione.
- Oh! spero sia finita davvero e che la Beata Vergine lo farà guarire ? ripeteva Vigneron che non abbandonava più i due vicini. ? Noi scenderemo ora, perchè vi confesso che quel caso mi ha rifinito ed ho una fame da lupo.
Quando Pietro e Guersaint scesero dalla loro camera ebbero la seccatura di non trovar nemmeno un angolo di tavola disponibile, nella sala da pranzo. La calca era straordinaria, la gente si pigiava ed i pochi posti vuoti erano già presi. Un cameriere dichiarò che, dalle dieci al tocco, la sala non si sfollava, sempre presa d'assalto dagli appetiti che l'aria vibrata dei monti incitava. E dovettero rassegnarsi ad aspettare, pregando il cameriere di avvertirli, appena ci fossero due posti liberi. E, non sapendo cosa fare, andarono a girare sotto l'atrio dell'albergo, spalancato sulla via dove sfilava senza posa la popolazione vestita da festa.
Ma il padrone dell'albergo, il sor Majesté in persona apparve, tutto vestito di bianco, e disse con somma cortesia:
- Prego i signori di aspettare in salone.
Era un omaccione di quarantacinque anni, che si studiava di portare degnamente il suo nome. Calvo e senza peli, con occhi turchini e tondi in un viso di cera, e triplice pappagorgia, ostentava una gran dignità. Era venuto da Nevers colle suore dell'orfanotrofio ed aveva sposato una donna di Lourdes, piccola e nera. Fra loro due, avevano fatto del loro albergo, in meno di quindici anni, una delle case più ricche e meglio frequentate della città. Da alcuni anni aveva anche iniziato un commercio di oggetti sacri, che occupava a sinistra un ampio magazzino diretto da una giovine nipote, sotto la sorveglianza della signora Majesté.
- I signori potrebbero sedere in salone, ripetè l'albergatore che l'abito di Pietro rendeva molto premuroso.
Ma essi dissero che preferivano di camminare, aspettando in piedi all'aria libera.
Ed allora Majesté non li lasciò più e si diede a discorrere un momento con loro, come faceva di solito con gli avventori che voleva onorare; la conversazione si aggirò prima sulla fiaccolata della sera, che prometteva di riuscire splendida, con quel tempo mirabile. C'erano più di cinquantamila forestieri a Lourdes: erano venuti dei viaggiatori dalle stazioni balnearie vicine: il che spiegava la folla della tavola rotonda. Forse la città resterebbe senza pane, come era accaduto l'anno prima.
- Vedete che baraonda, concluse Majesté, non sappiamo dove battere il capo. Non è colpa mia, in verità, se vi fanno aspettare un pochino.
Ma, in quel punto, giunse il postino con una quantità di roba, un pacco di giornali e di lettere che distese sulla tavola dell'albergo. Poi, siccome serbava in mano un'ultima lettera, chiese:
- La signora Maze non è qui?
- La signora Maze, la signora Maze, ripetè l'albergatore. No, certo.
Pietro aveva udito e si accostò per dire:
- C'è una signora Maze che dev'essere scesa presso le suore dell'Immacolata Concezione, le suore azzurre, come le chiamano qui, credo.
Il postino, ringraziando, se ne andò. Ma un sorriso amaro era salito alle labbra di Majesté.
- Le suore azzurre, mormorò. Ah! le suore azzurre... Gettò un'occhiata obliqua sull'abito di Pietro, poi si interruppe di colpo, col timore di essere incauto. Però il suo cuore era troppo pieno: avrebbe voluto sfogarsi con quel giovane prete di Parigi che sembrava uno spirito libero, non doveva far parte della banda, come egli chiamava i serventi della Grotta, tutti quelli che battevano cassa con Lourdes. A poco a poco, si arrischiò:
- Signor abate, vi giuro che sono un buon cristiano; qui lo siamo tutti, d'altronde. E sono osservante; mi confesso a Pasqua... Ma, in verità, dico che quelle suore non dovrebbero tenere un albergo. No, no, non sta bene.
E sfogò tutto il suo rancore di commerciante, colpito da una concorrenza sleale. Quelle suore dell'Immacolata Concezione, quelle suore azzurre, non avrebbero dovuto limitarsi al loro vero assunto, fabbricare delle ostie, tenere in assetto e lavare la roba di chiesa? Ma no: avevano trasformato il loro convento in un vero albergo, dove le signore trovavano delle camere separate, mangiando insieme, o facendosi servire a parte. Tutto questo era molto bene organizzato, molto pulito e costava poco, grazie ai mille vantaggi di cui le suore fruivano.
Nessun albergo di Lourdes lavorava tanto.
- Insomma, vi par conveniente che delle monache si mettano a fare le albergatrici? Aggiungete che la superiora è una donna di polso, che ha voluto la sua casa per sè, quando si è accorta che la fortuna le sorrideva e si è divisa assolutamente dai padri della Grotta, che si sforzavano di tenerla sotto il loro dominio. Sissignori: è andata fino a Roma, ha vinto, ed intasca lei ora il denaro dei conti. Delle monache, delle monache, Dio buono! affittare delle camere ammobigliate e tenere una tavola rotonda!
Alzava le braccia al cielo fuori di sè per l'ira.
- Ma ? disse finalmente Pietro con dolcezza ? dal momento che la vostra casa è piena zeppa, che non avete più un letto, nè un piatto libero, dove mettereste i forastieri se ve ne giungessero ancora?
Majesté protestò con fuoco:
- Ah! signor abate, si vede bene che non conoscete il paese. E' vero, lavoriamo tutti, nel tempo del pellegrinaggio nazionale, e non possiamo lamentarci. Ma questo non dura che quattro o cinque giorni; e nei tempi normali il lavoro è molto minore... Oh! in quanto a me, grazie al cielo, sono sempre contento. La mia casa è conosciuta, è dello stesso ordine che l'albergo della Grotta, dove due padroni già si sono arricchiti... Non importa: fa rabbia vedere le suore azzurre tenersi il meglio della clientela, prendersi le signore della borghesia che passano a Lourdes quindici giorni, e fino a tre settimane; e questo, nei tempi tranquilli, in cui c'è poca gente. Mi capite, eh? Delle persone bene educate, che rifuggono dal chiasso e vanno alla Grotta per pregare sole, durante giorni interi e pagano bene sempre, senza contrattare.
Madama Majesté, che Pietro e Guersaint non avevano veduta, curva come era sopra un registro a fare delle somme, intervenne allora colla sua voce stridula:
- L'anno scorso, signori, abbiamo avuto una cliente di quel genere per due mesi. Andava alla Grotta, ne tornava, vi andava di nuovo, mangiava, si coricava. E mai un'osservazione: sempre un sorriso che approvava tutto. Ha pagato il suo conto senza nemmeno guardarlo... Ah! certo: dei clienti simili si rimpiangono.
Si era alzata, piccola, magra, molto scura di pelle, tutta vestita di nero, con un collettino piatto. Ed offrì la sua merce.
- Se, prima di partire, questi signori, vogliono portar via qualche ricordo di Lourdes, li prego di non dimenticarci. Abbiamo, qui accanto, un magazzino dove troveranno la più grande scelta degli oggetti che incontrano maggiormente il favore del pubblico. I forastieri che scendono all'albergo hanno, generalmente, la bontà di non rivolgersi che a noi.
Ma Majesté crollava di nuovo la testa, col suo fare da buon cristiano, addolorato dagli scandali dei tempi.
- Certo, non voglio mancar di rispetto ai reverendi, ma bisogna pur confessare che sono troppo cupidi... Avete veduto la bottega che hanno aperto vicino alla Grotta, quella bottega sempre affollata, in cui si vendono degli oggetti sacri e dei ceri? Un vescovo ha dichiarato che era una vergogna e che bisognava di nuovo scacciare i venditori dal tempio... Si dice anche che i padri siano accomanditari del grande magazzino, rimpetto a noi, nella via, magazzino dove i piccoli rivenditori vanno a provvedersi, insomma, se si desse retta alle voci che corrono, essi avrebbero la mano in tutto il commercio degli oggetti religiosi, ritirando un tanto per cento sui milioni di rosari, di medaglie e di statuette che si vendono ogni anno a Lourdes.
Abbassava la voce, perchè avendo specificata l'accusa, finiva coll'aver paura di affidarsi così a degli estranei. La dolce fisionomia di Pietro lo indusse per altro a continuare, deciso, nel suo sdegno da concorrente ferito, a rivelare ogni cosa.
- Ammetto che vi sia dell'esagerazione in tutto ciò. Ma è verissimo, per altro, che è un gran peccato per la religione che i reverendi padri tengano bottega, come l'ultimo di noi. Io, non vado certo a domandare una parte del denaro che guadagnano colle messe, nè un tanto per cento sui regali che ricevono! Perchè dunque si mettono a vendere la stessa roba che vendo io? La nostra ultima annata è stata poco buona, in grazia loro. Siamo già in troppi: tutti quanti, a Lourdes, trafficano sul Signore, cosicchè, fra poco, non si troverà più pane da mangiare nè acqua da bere. Ah! signor abate, sebbene la Beata Vergine sia con noi, ci sono dei momenti in cui le cose vanno malissimo.
Un avventore lo interruppe; ma egli riapparve, appunto mentre una giovinetta veniva a chieder della signora Majesté. Era una ragazza di Lourdes, molto bellina, piccola e grassa, con bei capelli neri e viso tondo, molto allegro.
- Nostra nipote Appoline ? riprese Majesté ? dirige da un anno la nostra bottega. E' la figlia d'un fratello povero di mia moglie; custodiva le pecore ad Ossun, dalle parti di Bartrés, quando, colpiti dalla sua grazia, ci siamo decisi a prenderla con noi e non ce ne siamo pentiti; essa ha molto merito e s'è fatta un'ottima venditrice.
Quello che non diceva erano le voci che correvano sul conto di Appoline, giudicata un po' leggera. L'avevano veduta perdersi di sera, lungo le rive del Gave, con dei giovanotti.
Ma era preziosa, Appoline, perchè attirava la clientela, forse col fascino dei suoi occhi neri, che ridevano così volentieri.
L'anno prima, Gerardo di Peyrelongue non usciva dalla bottega e solo le idee di matrimonio che aveva pel capo ora gli impedivano di tornarvi. Era surrogato, a quanto pareva, dal galante abate Des Hermoises, il quale conduceva molte signore a fare degli acquisti.
- Ah! parlate di Appoline ? disse la signora Majesté tornando dal negozio. ? Non avete osservato una cosa, signori? La sua straordinaria somiglianza con Bernadette. Guardate. C'è qui una fotografia di quest'ultima a diciotto anni.
Pietro e Guersaint si avvicinarono, mentre Majesté esclamava:
- Bernadette, per l'appunto! Sembrava Appoline, ma in brutto, un'Appoline triste e meschina.
Il cameriere comparve finalmente annunziando che una tavola era rimasta libera.
Due volte, Guersaint era andato invano a gettare una occhiata in sala da pranzo, perchè smaniava per la fretta di far colazione e d'uscire, in quella bella domenica. Si affrettò quindi ad entrare, senza badar altro a Majesté, il quale faceva osservare, con un amabile sorrisetto, che quei signori non avevano poi aspettato molto. Il tavolino era in fondo alla sala che dovettero attraversare da un capo all'altro.
Era una lunga sala, dipinta in un'imitazione di rovere d'un giallo oleoso, che si scrostava già, chiazzata da molte macchie. Si vedeva che tutto si era rapidamente consumato e deteriorato, sotto la calca continua di mangiatori voraci che vi convenivano. Tutto il lusso consisteva in una pendola di zinco dorato, posta sul camino, tra due candelabri sottili.
C'erano anche delle tende di merletto guipure alle cinque finestre che davano sulla via in pieno sole. Le stuoie calate lasciavano passare delle freccie ardenti. Ed alla tavola rotonda posta in mezzo lunga dieci metri e capace di trenta persone, ne stavano quaranta; mentre ai tavolini, posti lungo le pareti, a destra ed a sinistra, un'altra quarantina di forestieri si pigiava, urtata dai tre camerieri, ogni volta che passavano.
Sin dalla porta si rimaneva sbalorditi dal frastuono straordinario, dal chiasso delle voci, delle forchette e delle stoviglie, e pareva di penetrare in un forno umido, dove un vapore caldo, penetrato da un odore soffocante di cibo vi saliva alla faccia.
Pietro non aveva potuto discernere nulla, sulle prime. Ma, quando fu seduto al tavolino, uno di quelli del giardino, riportato in sala per la circostanza, e dove v'era appena il posto dei due coperti, si sentì turbato e persino un po' nauseato dall'aspetto della tavola rotonda che sorvolava tutta collo sguardo. Da un'ora che si mangiava, due serie di clienti vi erano passati, i coperti erano sparsi qua e là, delle macchie di vino e di salsa imbrattavano la tovaglia. Nessuno si curava più della simmetria delle fruttiere che erano il solo ornamento della tavola. Ma quello che stupiva maggiormente era la ressa dei commensali, preti enormi, ragazze esili, mamme traboccanti di pinguedine, uomini soli, molto rossi, famiglie in lunghe file, che mettevano in mostra delle generazioni di una bruttezza sempre maggiore e deplorevole. Tutta quella calca sudava e inghiottiva voracemente, seduta in isghembo, con le braccia strette, le mani maldestre.
E fra quei mangiatori, di cui il forte appetito era aguzzato dalla stanchezza, tra quella gente che aveva fretta di rimpinzarsi per tornare in fretta alla Grotta, si vedeva, al centro della tavola, un sacerdote corpulento che non si affrettava, mangiando di tutto con seria lentezza, stritolando dignitosamente colle mascelle, con lavoro ininterrotto.
- Capperi! ? disse Guersaint ? non fa freddo qui! Con tutto questo, mangerò volentieri! perchè, non so come sia, ma dacchè sono a Lourdes, mi sento sempre lo stomaco nelle calcagna... E voi avete fame?
- Sì, sì, mangerò ? rispose Pietro, che sentiva una gran nausea.
I cibi erano copiosi: del salmone, una frittata, delle costolette con delle patate in purée, dei rognoni saltati, dei cavoli fiori, delle carni fredde ed una torta di albicocche, il tutto troppo cotto, sommerso nelle salse e d'una insipidità in cui predominava l'odore di grasso rancido. Ma c'era della frutta piuttosto bella, delle pesche specialmente. E, d'altronde, i commensali non sembravano difficili, senza olfatto e senza nausea. Una giovanetta gentile, molto bellina, con occhi soavi e pelle di velluto, stretta fra un vecchio prete ed un uomo barbuto molto sudicio, mangiava con aria beata dei rognoni, nuotanti nell'acqua grigiastra, che fungeva da salsa.
- Parola d'onore ? disse anche Guersaint ? non è cattivo questo salmone... Aggiungendovi un po' di sale, diventa squisito.
E Pietro si decise a mangiare, perchè bisognava pure tenersi in forza. Ma, in quella, ravvisò ad un tavolino accanto a loro, la Vigneron e la Chaise.
Quelle signore parevano in attesa, scese per le prime, sedendo faccia a faccia: ed in breve difatti Vigneron e suo figlio Gustavo comparvero, quest'ultimo, ancora pallido, poggiandosi più forte sulla gruccia.
- Siedi vicino alla zia, disse Vigneron: io mi metto accanto a tua madre.
Poi, vedendo i suoi due vicini, si avvicinò.
- Ah! è perfettamente rimesso. L'ho strofinato con l'acqua di Colonia e potrà prendere il suo bagno nella piscina.
Si mise a tavola e mangiò a quattro palmenti. Ma che paura! Ne parlava forte, involontariamente, tanto il timore di veder il figlio andarsene prima della zia lo aveva scosso. Questa raccontava che, mentre il giorno prima era genuflessa davanti alla Grotta, si era sentita migliorare all'improvviso; e si lusingava di essere guarita dalla sua malattia di cuore; dava in proposito dei particolari precisi che il cognato ascoltava con gli occhi tondi, inquieto senza volerlo.
Era un ottimo uomo, non c'era che dire, e non aveva mai augurata la morte a nessuno; ma si sdegnava all'idea che la Vergine potesse dar la salute a quella donna attempata, dimenticando suo figlio, così giovane. Era già arrivato alle costolette, di cui infornava a forchettate la purée, quando gli parve di accorgersi che la Chaise teneva il broncio al nipote.
- Gustavo ? disse ad un tratto ? non domandi perdono alla zia?
Il piccino, stupito, spalancò i grandi occhi chiari nel visino affilato.
- Sì: sei stato cattivo, l'hai respinta lassù, quando voleva aiutarti a sedere.
La signora Chaise, molto dignitosa, taceva, aspettando; mentre Gustavo, il quale finiva senza fame la polpa della sua costoletta, tagliata a piccoli pezzi, teneva gli occhi chini sul petto, ostinandosi questa volta a rifiutare quel triste mestiere di affetto simulato che gli si imponeva.
- Andiamo, Gustavo, sii buono; sai che ottimo cuore abbia la zia e quanto intenda di fare per te.
No, no. Egli non voleva cedere. L'abborriva in quel momento, quella donna, che non si decideva a morire, e guastava ai suoi occhi l'affetto dei genitori, a segno che quando li vedeva affaccendarsi attorno a lui, egli non sapeva più se era la sua vita che volevano salvare, oppure l'eredità che quella vita rappresentava.
Ma la Vigneron, così dignitosa, si associò al marito.
- In verità, Gustavo, mi dai molto dolore. Chiedi scusa alla zia, se non vuoi che io vada veramente in collera.
Ed egli si arrese. Perchè lottare? Non valeva meglio che i suoi genitori avessero quei denari? Non morrebbe ad ogni modo lui, dal momento che questo migliorava gli affari della famiglia? Egli sapeva queste cose, comprendeva tutto, anche quando non si parlava, tanto la malattia gli aveva reso l'udito fine, a segno che percepiva persino i pensieri.
- Vi chiedo scusa, zia, di non essere stato cortese con voi, poco fa.
Ma due grosse lagrime gli piovevano dagli occhi, mentre sorrideva, col suo fare d'uomo affettuoso e deluso, che ha già vissuto molto. Subito, la signora Chaise lo abbracciò, dichiarando che non era in collera; e, da allora in poi, i Vigneron misero in mostra con la massima bonarietà la loro gioia di vivere.
- Se i rognoni non sono famosi ? disse Guersaint a Pietro ? ecco dei cavolifiori che sono molto saporiti.
Ed in sala la masticazione formidabile continuava. Pietro non aveva mai veduto mangiare a quel punto ed in un tal sudore, in una tale afa di lavanderia infocata. L'odore del cibo si faceva sempre più denso, come un fumo. Per udirsi bisognava gridare, perchè tutti i commensali parlavano molto forte, ed i camerieri, sbalorditi, maneggiavano le stoviglie con furia, senza contare il rumore delle mascelle, uno stritolìo di macina che si percepiva distintamente.
Quello che urtava il giovane prete era la straordinaria promiscuità di quella tavola rotonda, dove uomini, donne, ragazze, sacerdoti si pigiavano a casaccio come capitava, saziando la fame come un branco di segugi sguinzagliati che ingoiano i bocconi in furia. I canestri di pane circolavano, vuotandosi subito.
Si fece una strage di carni fredde, tutti gli avanzi del giorno prima, spalle di montone, vitella, presciutto, inondati da un lago di gelatina chiara, tremante come colla. S'era già mangiato abbastanza, eppure quelle carni ridestavano l'appetito, col pensiero che non bisognava avanzar nulla. Il prete ghiottone. seduto al centro della tavola indugiava, mangiando le frutta, ed era già alla terza pesca, delle pesche enormi, che sbucciava lentamente ed inghiottiva a fette, con voluttuosa lentezza.
Ma un'emozione agitò la sala; un cameriere distribuiva la posta, di cui la signora Majesté aveva fatto la ripartizione.
- To'! ? disse Vigneron ? una lettera per me! E' sorprendente, perchè non ho dato il mio indirizzo a nessuno.
Poi si rammentò.
- Ah! dev'essere Sauvageot che mi sostituisce alle finanze.
Ma, appena ebbe aperta la lettera, le sue mani si agitarono a un tremito e diede un grido.
- Il capo è morto!
La Vigneron, rimescolata, non potè, neppure lei, tenere in freno la lingua.
- Allora, avrai la tua nomina!
Era il sogno segreto che vagheggiavano tutti e due; la morte del capo d'ufficio, perchè lui, sottocapo da dieci anni, potesse finalmente salire al grado supremo, avere il suo bastone di maresciallo. E la sua gioia era tale, che si lasciò scappare la verità.
- Ah! cara amica... disse, la Beata Vergine è dalla mia. Questa mattina stessa le ho domandato ancora una volta la mia promozione, ed ecco che mi esaudisce.
- Si avvide subito che non bisognava mostrare il suo trionfo così, incontrando gli occhi della signora Chaise fissati su di lui e vedendo il sorrisetto di suo figlio Gustavo.
Ognuno di loro, s'intende, badava ai propri affari, domandando alla Beata Vergine la grazia individuale di cui aveva bisogno. Quindi si corresse col suo fare da buon galantuomo.
- Voglio dire che la Beata Vergine ci vuol molto bene e che ci rimanderà tutti contenti. Ah! quel povero capo! Me ne duole. Bisognerà che mandi un biglietto di visita alla sua vedova.
Nonostante i suoi sforzi per nasconderlo, era esultante però e non dubitava più di veder esauditi i suoi più segreti desideri, quegli stessi che non confessava a sè medesimo.
E fecero festa alla torta di albicocche, permettendo a Gustavo di mangiarne un pezzetto.
- E' sorprendente ? osservò Guersaint, che si era fatto portare una tazza di caffè ? che ci siano così pochi ammalati qui. Tutta questa gente mi pare che abbia molto appetito, in verità.
Per altro, cercando bene, finì con lo scoprire, oltre a Gustavo che non mangiava che delle briciole come un pulcino, un uomo gozzuto che sedeva a tavola fra due donne, di cui l'una doveva certamente avere un cancro. Più là si vedeva una ragazza così magra, così pallida, che si doveva sospettare che fosse tisica. E più là ancora, una idiota, che era entrata, sorretta da due parenti con occhi vitrei e faccia morta, inghiottiva il cibo col cucchiaio, mandando bava sul tovagliolo.
Forse c'erano anche altri ammalati che non si potevano distinguere in mezzo agli appetiti voraci, ammalati che il viaggio aveva eccitato e che mangiavano come non avevano fatto da un pezzo. La torta di albicocche, il formaggio, le frutta, tutto veniva ingoiato nel disordine dei coperti e non rimanevano sulla tovaglia che le macchie sempre più larghe di vino e di salsa.
Era quasi mezzogiorno.
- Torniamo subito alla Grotta, non è vero? ? disse Vigneron.
Non si udivano che quelle parole d'altronde: Alla Grotta! Alla Grotta!
Le bocche piene si affrettavano, tornando alle preghiere ed ai cantici.
- Parola d'onore! ? dichiarò Guersaint ? giacchè abbiamo il dopo pranzo libero, vi propongo di visitare un pochino la città, e penserò anche a trovare una carrozza per fare la mia gita, dal momento che mia figlia ci tiene.
Pietro, a cui veniva meno il respiro, fu contento di lasciare la sala da pranzo. Sotto l'atrio respirò. Ma trovarono colà una nuova ressa di avventori che aspettavano dei posti, e si contendevano i tavolini, il menomo vano alla tavola rotonda era immediatamente occupato. Per più d'un'ora ancora l'assalto continuerebbe, gli stessi cibi sfilando ed andando ad ingolfarsi, fra lo scricchiolìo delle mascelle, il caldo e l'afa crescente.
- Ah! scusate, debbo risalire ? disse Pietro che voleva cambiare il fazzoletto.
E, di sopra, nel giungere all'uscio della sua camera, udì nel gran silenzio della scala e degli anditi deserti, un lieve rumore. Era, nella camera attigua, un dolce risolino che teneva dietro all'urto troppo forte d'una forchetta sul piatto. Poi vi fu, impercettibile, piuttosto indovinato che udito, il fruscìo d'un bacio, delle labbra che si poggiavano su altre labbra per farle tacere.
Anche il signore solo faceva colazione.

 2.
In istrada, Pietro e Guersaint camminarono lentamente in mezzo all'onda, sempre maggiore, della folla, vestita da festa. Il cielo era d'un azzurro smagliante, il sole incendiava la città; e c'era nell'aria un'esultanza festosa, quella allegria vivace delle grandi fiere che espongono libera la vita di tutto un popolo.
Quando furono in fondo al marciapiede affollato del viale della Grotta, dovettero fermarsi all'angolo del poggio della Merlasse, tanto la calca vi rifluiva, tra l'ingombro delle carrozze ed il calpestìo dei cavalli.
- Non abbiamo fretta ? disse Guersaint. ? Ho in mente di salire alla piazza del Marendal, nella città vecchia, perchè la serva dell'albergo mi ha detto che vi si trova un parrucchiere di cui il fratello noleggia delle carrozze a buon mercato. Non vi fa nulla di andare da quella parte?
- A me! ? esclamò Pietro. ? Ma se vi seguo dove volete!
- Benone! E nello stesso tempo mi farò sbarbificare.
Giungevano sulla piazza del Rosario, davanti alle praterie che si stendono sino al Gave, quando un nuovo incontro li fermò.
La signora Désagneaux e Raimonda di Jonquiére si trovavano là, discorrendo allegramente con Gerardo di Peyrelongue.
Avevano, tutte e due, dei vestiti chiari, dei vestiti leggeri da spiaggia, ed i loro ombrellini di seta bianca splendevano al sole. Era una nota gentile, un angolo di allegro chiaccherio mondano, con delle fresche risate giovanili.
- No, no! ? ripeteva la Désagneaux, non verremo certo a visitare così la vostra cucina nel momento in cui tutti i vostri compagni mangiano!
Gerardo insisteva, molto galante, volgendosi verso Raimonda di cui la faccia un po' grossa era illuminata in quel giorno da un fascino luminoso di gioventù.
- Ma vi assicuro che è interessantissimo a vedere e che sarete ricevute con le più grandi feste. Potete affidarvi a me, signorina; e d'altronde, troveremo là di certo il signor Berthaud, che sarà felicissimo di farvi gli onori del nostro locale.
Raimonda sorrideva, dicendo coi suoi occhi limpidi che acconsentirebbe con piacere. E fu allora che Pietro e Guersaint si avvicinarono per salutare quelle signore. Vennero subito informati della cosa.
Si trattava di una specie di mensa, di tavola rotonda che i membri dell'Opera pia di Notre-Dame du Salut, i lettighieri, gli ospedalieri della Grotta, della piscina e degli ospitali, avevano istituita per mangiare in comune a buon mercato.
Siccome molti di essi non erano ricchi, l'Opera pia raccogliendo proseliti in tutti i ceti, erano riusciti a far tre buoni pasti, spendendo tre franchi al giorno per uno; ed avevano persino del cibo d'avanzo che distribuivano ai poveri. Ma amministravano ogni cosa da loro, comperando le provviste, scegliendo un cuoco, dei camerieri, non indietreggiando neppure davanti alla necessità di dare una mano in persona perchè il locale fosse ben tenuto.
- Dev'essere molto interessante! ? esclamò Guersaint. ? Andiamo un po' a vedere, se non siamo di troppo!
Allora la piccola Désagneaux acconsentì anch'essa.
- Ah! se si tratta di andare in brigata, sia pure, ci sto. Temevo che non fosse conveniente.
E siccome essa rideva, tutti si diedero a ridere.
Essa accettò il braccio di Guersaint, mentre Pietro le si poneva vicino dall'altra parte, preso di simpatia per quella allegra donnina, così vivace e così graziosa coi suoi capelli biondi arruffati e la sua pelle di latte.
Dietro di loro veniva Raimonda a braccio di Gerardo, con cui discorreva, col suo fare assennato, da signorina molto savia, sotto la sua apparenza di spensieratezza giovanile. Avendo incontrato finalmente il marito tanto vagheggiato, si riprometteva di conquistarlo questa volta. Lo inebriava quindi del suo profumo di bella ragazza sana, facendolo in pari tempo stupire per la sua pratica delle faccende casalinghe e dell'economia nelle piccole cose; poichè si faceva dare delle spiegazioni sui loro acquisti, dimostrandogli che avrebbero potuto limitare ancor maggiormente le spese.
- Dovete essere terribilmente stanca! ? disse Guersaint alla Désagneaux.
Ella si ribellò con un grido di sdegno.
- Ma no! Figuratevi che ieri, a mezzanotte, la stanchezza mi ha fatta cadere, come fulminata, in una poltrona, laggiù, all'ospedale. Ed allora, quelle signore hanno avuto il cuore di lasciarmi dormire!
Tutti risero di nuovo. Ma essa rimaneva adirata.
- Così, ho dormito fino alla mattina, come un sasso. Io che avevo giurato di vegliare tutta notte!
Finì col ridere anche lei, mostrando, in un accesso d'ilarità, i bei denti bianchi.
- Che brava infermiera, eh?... Chi è rimasta, in piedi è stata quella povera Jonquière. Ho tentato un momento fa di sedurla, perchè venisse con noi. Ma ha preferito di coricarsi un momento.
Raimonda, che aveva udito, alzò la voce:
- Ah! sì, quella povera mamma non si reggeva più in piedi. Sono io che l'ho costretta ad andare in letto, assicurandola che poteva dormir tranquilla e che tutto andrebbe bene.
E diede a Gerardo una limpida occhiata ridente. Gli parve persino di sentire una impercettibile pressione del braccio tondo e fresco che poggiava sul suo, come se ella avesse voluto mostrarsi felice di trovarsi così sola con lui, in modo da combinare, senza intervento altrui, i loro affarucci. Quel contegno lo rapiva: e spiegò che non aveva desinato coi compagni quel giorno, perchè una famiglia di amici suoi, che partiva, lo aveva invitato per le dieci alla trattoria della stazione, e non l'aveva lasciato in libertà che dopo la partenza della corsa delle undici e trenta.
- Ah! che bricconi! ? riprese ? Li udite?
Erano giunti e si udiva, infatti, un chiasso giovanile che veniva da una macchia, sotto cui era nascosto il vecchio edifizio di calce e di zinco in cui avevano aperto la trattoria. Egli volle farli entrare, per primo, nella cucina, un ampio locale, molto bene arredato, occupato da un gran fornello ed una gran tavola, senza contare le immense marmitte, e fece notare come il cuoco, un omaccione faceto, portasse anche lui la croce rossa sulla giacchetta bianca, perchè faceva parte del pellegrinaggio. Spinse poi una porta e li introdusse nella sala comune.
Era una lunga sala, dove si vedeva una doppia fila di tavole di legno greggio. Non vi erano altri mobili, all'infuori di una tavola che serviva da credenza, e di molte seggiole di paglia della forma usata nelle osterie. Ma le mura imbiancate, l'ammattonato di un rosso lucente, tutto sembrava pulitissimo, in quella nudità volontaria da refettorio di convento. E quello che colpiva specialmente, sin dal limitare, era l'allegria infantile che regnava là dentro, fra i centocinquanta commensali di tutte le età, che stavano mangiando con grande appetito, ridendo ed applaudendo quelli che cantavano a bocca piena.
Una fraternità straordinaria univa quegli uomini, venuti un po' da ogni luogo, ed usciti da tutti i ceti, da tutte le provincie, da tutte le condizioni. Molti si conoscevano, ravvicinandosi ogni anno per tre giorni, e vivendo da fratelli, per ripartire poi ed ignorarsi durante tutto il resto dell'anno.
E nulla era dolce come quel loro ritrovarsi nella carità, passando insieme alcuni giorni di somma fatica, ma anche di allegria birichina, cosicchè quel sacrifizio finiva col diventare una specie di gita di gioventù festosa, che girava sotto un bel cielo, felice di dedicarsi al bene e di ridere. E perfino la frugalità della mensa, l'orgoglio di amministrare ogni cosa da sè, di mangiare quello che si era comperato e fatto cuocere, aumentavano il buon umore generale.
- Vedete ? disse Gerardo ? che non siamo malinconici, nonostante l'arduo mestiere che ci tocca fare... L'Opera conta più di trecento membri, ma qui non ci sono che centocinquanta commensali, perchè s'è dovuta dividere la mensa in due turni successivi, per facilitare il servizio della Grotta e degli ospedali.
L'aspetto del piccolo gruppo di visitatori, rimasti sul limitare, pareva avesse accresciuta l'allegria di tutti. E Berthaud, il capo dei lettighieri, che mangiava in fondo alla tavola, si alzò galantemente per ricevere le signore.
- Ma che odore squisito! ? esclamò la Désagneaux, col suo fare da stordita. ? Non ci inviterete ad assaggiare la vostra cucina, domani?
- Ah! no, non invitiamo le signore! ? rispose Berthaud, ridendo. ? Ma se questi signori vogliono essere dei nostri domani, ci faranno un piacere.
Aveva notato, con uno sguardo, la buona intelligenza che regnava tra Gerardo e Raimonda; e sembrava beato, perchè desiderava moltissimo che il cugino facesse quel matrimonio.
Rideva quindi dell'allegria entusiastica della fanciulla che lo interrogava.
- Non è il marchese di Salmon-Roquebert quegli che vedo laggiù, tra due giovanotti che sembrano dei commessi di bottega?
- Sono infatti ? rispose Berthaud, i figli di un umile cartolaio di Tarbes... E quell'altro è realmente il marchese, il vostro vicino di via Lille, il proprietario di quel palazzo principesco, uno degli uomini più ricchi e più nobili di Francia... Guardate come gusta il nostro guazzetto di montone!
Ed era vero. Il marchese milionario sembrava beato di mettersi al prezzo di tre franchi al giorno, di attavolarsi, democraticamente, con dei borghesucci e perfino con degli operai, che non avrebbero avuto il coraggio di salutarlo in istrada. Quella mensa di gente raccolta a casaccio, non era la comunione sociale, nella carità? Lui, quella mattina, aveva tanto più fame, inquantochè aveva fatto il bagno nella piscina a più di sessanta ammalati, a tutte le piaghe abbominevoli della triste umanità. Ed in quel convegno la carità evangelica era veramente incarnata, ma probabilmente non poteva sussistere, così gentile e così gaia, che a patto di durar soli tre giorni.
Guersaint, benchè avesse appena finito di far colazione, ebbe la curiosità di assaggiare l'intingolo di montone e dichiarò che era squisito. In quel mentre Pietro, vedendo il barone Suire, il direttore dell'Opera pia, che passeggiava tra le due fila di tavole, con una certa prosopopea, come se si fosse dato il còmpito di badare a tutto, persino al modo con cui il suo personale si nutriva, rammentò ad un tratto il fervido desiderio, esternato da Maria, di passare la notte da vanti alla Grotta; e pensò che il barone potrebbe prendersi l'arbitrio di concederle la desiderata licenza.
- Certo ? rispose questi facendosi serio ? tolleriamo alle volte queste veglie, ma è una cosa tanto delicata! Potete assicurarmi. se non altro, che quella giovine non è tisica? Basta! Giacchè mi dite che le preme tanto, ne dirò una parola al padre Fourcade ed avvertirò la signora di Jonquière perchè vi permetta di condurla via.
Era un buon diavolo in fondo, nonostante la sua aria da uomo indispensabile, oppresso dalle più gravi responsabilità. Trattenne alla sua volta i visitatori, dando i ragguagli i più completi sull'organizzazione dell'Opera pia; le preghiere dette in comune, i due Consigli di amministrazione tenuti quotidianamente, Consigli ai quali assistevano tutti i capi del servizio, come pure i padri ed alcuni cappellani. Si faceva la comunione il più spesso possibile. Poi c'erano delle faccende complicate, uno straordinario movimento di personale, tutto un mondo da governare con mano energica. Parlava da generale che riporta ogni anno una grande vittoria sullo spirito del secolo; e rimandò Berthaud a colazione, volendo assolutamente accompagnare egli stesso le signore fino al piccolo cortile, sparso di ghiaia ed ombreggiato di alberi.
- Molto interessante, molto interessante! ? ripeteva la Désagneaux. ? Oh! quanto vi siamo grati della vostra cortesia, signor barone!
- Ma che! Non è nulla, signora! Sono io che mi trovo felice di avere avuta l'occasione di mostrarvi il mio piccolo popolo.
Gerardo non s'era staccato da Raimonda; Guersaint e Pietro si consultavano già collo sguardo per recarsi finalmente in piazza Marcadal, quando la Désagneaux si ricordò che un'amica l'aveva incaricata di spedirle una bottiglia d'acqua di Lourdes. E domandò a Gerardo come doveva fare. Questi si diede a ridere.
- Volete ancora accettarmi per guida? Guardate: se questi signori acconsentono a seguirci, vi farò vedere, anzitutto, il magazzino in cui si riempiono le bottiglie, che vengono turate, messe in cassa e spedite. E' molto interessante.
Guersaint aderì subito ed i cinque si riposero in cammino, la Désagneaux fra l'architetto ed il prete, Gerardo e Raimonda dietro. La folla cresceva nell'arsura del sollione, la piazza del Rosario riboccava di una ressa confusa che oziava colà come nei giorni di festa pubblica.
Il magazzino era a sinistra, sotto un portico. Si componeva di tre sale in fila, molto semplici. Nella prima si riempivano le bottiglie nel modo il più volgare: un piccolo barile di zinco, dipinto di verde e tirato a mano, molto simile ad una bonza, tornava pieno dalla Grotta: poi si empivano ad una ad una, al rubinetto, delle bottiglie di vetro chiaro, e l'operaio in camiciotto spesso non badava neppure ad impedire che l'acqua traboccasse. C'era una piccola pozza in terra. Le bottiglie non portavano etichette: solo la capsula di piombo, messa sopra il sughero di bella qualità, aveva una scritta che ne indicava la provenienza e la si ricopriva d'una specie di biacca, probabilmente per favorirne la conservazione. Le altre due sale servivano all'imballaggio, e non vi mancava nulla di quello che ci vuole nei magazzini di quel genere: banchi, ferri e molti mucchi di trucioli. Vi si fabbricavano specialmente delle cassette per una o due bottiglie, cassette ben fatte, in cui le bottiglie venivano adagiate sopra uno strato di trucioli finissimi.
Quel luogo somigliava molto ai magazzini in cui a Nizza si spediscono i fiori ed a Grasse le frutta candite.
- Come vedete, l'acqua viene veramente dalla Grotta, il che smentisce gli scherzi poco corretti che si mettono fuori in proposito. E non v'è nessuna complicazione: tutto è naturale e vien fatto alla luce del sole... Vi farò notare inoltre che i padri non vendono l'acqua, come taluno asserisce; è una falsa accusa. Una bottiglia piena, comperata qui, vale venti centesimi, il prezzo del vetro. Naturalmente, dovendola spedire, dovrete aggiungere le spese di imballaggio e di spedizione, e vi costerà un franco e settanta... Ognuno è libero, del resto, di riempire alla fonte tutte le secchie ed altri recipienti che gli piace di portare.
Pietro pensò che l'utile dei padri non doveva essere grande da questo lato, poichè non guadagnavano che sulla fabbricazione delle cassette e sulle bottiglie, le quali, comperate a migliaia, non costavano certo venti centesimi l'una. Ma Raimonda e la Désagneaux, come pure Guersaint, di cui l'immaginazione era fervida, provavano un grande disinganno davanti al barile verde, alle capsule impastate di biacca, ai mucchi di trucioli sparsi attorno ai banchi. Avevano probabilmente sognato che si facessero delle cerimonie, che si osservasse un certo rito nell'imbottigliare l'acqua miracolosa. che dei preti in paludamenti sacri proferissero delle benedizioni, e delle voci limpide di chierici intuonassero un canto.
E, di fronte a quell'imbottigliamento ed a quell'imballaggio volgare, Pietro pensò alla virtù attiva della fede. Quando una di quelle bottiglie giungeva lontan lontano, nella camera d'un ammalato, la si toglieva dalla cassa ed egli cadeva ginocchioni, e si esaltava guardando e bevendo quell'acqua pura, a segno da promuovere la guarigione del suo male, bisognava, in verità, che spiccasse un volo straordinario nel paradiso dell'illusione.
- Ah! ? sclamò Gerardo, mentre uscivano tutti ? volete vedere il magazzino dei ceri, prima di salire all'amministrazione? E' a due passi.
E, senza aspettare la loro risposta, li trasse dall'altra parte della piazza del Rosario, non avendo, in fondo, altro desiderio che quello di svagare Raimonda.
A dir vero, lo spettacolo del magazzino dei ceri era ancor meno esilarante che quello del magazzino di imballaggio, d'onde uscivano. Era sotto il portico destro, una specie di sotterraneo, di cantina fonda, che dei legnami da costruzione dividevano in due parti.
In ognuna di quelle divisioni sorgeva, in mucchio, una straordinaria provvista di ceri, scelti e divisi secondo la loro grandezza.
L'eccedenza dei ceri offerti alla Grotta dormiva colà; e quei ceri erano così numerosi, che dei carri speciali, in cui i pellegrini andavano a deporli, vicino al cancello, dovevano venir più volte al giorno a versarli nelle cantine, per tornare a riempirsi.
In principio, ogni cero offerto doveva ardere ai piedi della Vergine. Ma erano tanto numerosi che, sebbene ne ardessero sempre, giorno e notte, duecento di varia grossezza, non si riusciva mai ad esaurire la spaventosa provvista, di cui la montagna diventava sempre più alta. E correva voce che i padri fossero costretti di rivendere della cera. Certi amici della Grotta confessavano anche essi, con orgoglio, che il reddito dei ceri sarebbe bastato a pagare tutte le spese.
Il loro numero fece strabiliare Raimonda e la signora Désagneaux. Quanti ceri! Quanti ceri! I piccoli specialmente, quelli che costavano da dieci soldi ad una lira, s'ammucchiavano in un numero incalcolabile.
E Guersaint, avendo domandato delle cifre, s'era messo a fare una statistica in cui si perdeva. Pietro guardava, muto, quell'ammasso di cera destinata ad ardere, in pieno giorno, per la gloria di Dio; e sebbene non fosse utilitario e comprendesse le gioie del lusso e delle soddisfazioni illusorie che nutrono l'uomo quanto il pane, non poteva a mena di pensare alle elemosine che si sarebbero potute fare coi denari di tutti quei ceri, che se ne andavano in fumo.
- E così? la bottiglia che devo spedire? ? domandò la Désagneaux.
- Andiamo all'uffizio ? rispose Gerardo. ? Sarà un affare di cinque minuti.
Dovettero riattraversare la piazza del Rosario e salire la scala che conduceva alla basilica. L'uffizio era in cima, a sinistra, all'ingresso stesso della via del Calvario. L'edifizio era molto meschino, una capanna di tavole e di calce, rovinata dai venti e dalla pioggia, con un cartello di legno che recava queste parole:
"Rivolgersi qui per messe, doni, confraternite. Intenzioni raccomandate. Spedizione di acqua di Lourdes. Abbonamenti agli Annali di N. D. di Lourdes."
E molti milioni erano già passati attraverso a quel miserabile uffizio. che datava certo dall'età dell'innocenza, quando si mettevano appena le fondamenta della basilica vicina.
Tutti entrarono, curiosi. Ma non videro che uno sportello. La Désagneaux dovette chinarsi per dare l'indirizzo dell'amica, e, quando ebbe versato un franco e settanta, le diedero una piccola ricevuta, la lista di carta che l'impiegato ai bagagli consegna nelle stazioni.
Fuori, Gerardo riprese, additando un fabbricato a due o trecento metri:
- Guardate, ecco l'abitazione dei padri.
- Ma non si vedono mai ? osservò Pietro.
Il giovanotto, stupito, non rispose per un momento.
- Non si vedono mai, probabilmente, perchè, durante il tempo del pellegrinaggio nazionale, abbandonano la Grotta ed il resto ai padri dell'Assunzione.
Pietro guardava l'edifizio, fabbricato in sasso vivo e molto simile ad una fortezza. Le finestre erano chiuse; sembrava una casa deserta. Tutto quello che si faceva a Lourdes però usciva di là e vi metteva capo. Mentre pareva a Pietro di udire il muto e formidabile colpo di rastrello che si stendeva sulla valle tutta intera, radunando il popolo accorso, riportando ai padri l'oro ed il sangue delle masse, Gerardo continuò, a bassa voce:
- E guardate! vedete che si mostrano. Ecco per l'appunto il reverendo padre direttore Capdebarthe.
Passava infatti un monaco, un contadino appena dirozzato, dal corpo nodoso, con un testone che pareva tagliato a colpi d'accetta. Non gli si leggeva nulla negli occhi spenti, ed il suo viso patito aveva serbato un colore terreo, come il riflesso fulvo e tetro del suolo. Monsignor Laurence aveva fatto una scelta veramente diplomatica nell'affidare l'organizzazione e lo sfruttamento della Grotta a quei missionari di Garaison così tenaci, così cupidi, quasi tutti figli di montanari e appassionati della terra.
I cinque ridiscesero lentamente il poggio della Merlasse, il largo viale che circonda la salita a sinistra e viene a congiungersi col viale della Grotta.
Era già suonato il tocco, ma si continuava ancora a far colazione nella collina riboccante di gente, i cinquantamila pellegrini e curiosi non avendo ancora potuto sfilare tutti davanti alte tavole.
Pietro, che aveva lasciato all'albergo la tavola rotonda affollata, che aveva veduto appunto allora gli ospitalieri radunarsi così volonterosi alla loro mensa, ritrovava ora delle altre tavole, delle tavole sempre. Si mangiava, si mangiava, dappertutto.
Ma qui, all'aria aperta, dai due lati della larga via, era il popolino che invadeva le tavole imbandite sul marciapiede ? delle semplici assi, molto lunghe, fiancheggiate da due panchine e coperte da una stretta tenda di tela. Vi si vendeva del brodo e del caffè a due soldi la tazza. Anche i panini, posti in canestri molto alti, costavano due soldi. Dei salami, dei giamboni, dei sanguinacci oscillavano, appesi ai pali, che reggevano la tenda. Alcuni di quei trattori all'aria libera facevano friggere delle patate, altri dei guazzetti di carne di seconda qualità, condita di cipolle.
Un fumo pieno di acredine, degli odori violenti salivano nel sole, misti alla polvere sollevata dal continuo calpestìo dei passeggiatori. E, davanti ad ognuna di quelle cantine, pazientavano delle code di gente: i commensali si succedevano sulle panchine, lungo le tavole, coperte di tela cerata, appena tanto larghe da potervi collocare le due scodelle di minestra. Tutti si affrettavano, divorando colla fame aguzzata dalla fatica, con quell'appetito insaziabile che le grandi scosse morali provocano sull'organismo. La bestia ritrovava la sua ora, e si rimpinzava, dopo l'esaurimento delle preghiere infinite, l'oblio del proprio corpo, nel cielo della leggenda. Ed era, in verità, sotto la luce sfolgorante di quel cielo delle belle domeniche, un campo di fiera, la voracità di un popolo in festa, la gioia del vivere, che si affermava, malgrado i morbi acuti ed i miracoli troppo scarsi.
- Mangiano, si divertono, che volete? ? disse Gerardo, indovinando le riflessioni dell'amabile brigata che guidava.
- Ah! ? mormorò Pietro ? è ben giusto... Povera gente!
Egli era profondamente commosso da quella rivincita della natura.
Ma, quando si ritrovarono in fondo al viale, sulla via della Grotta, fu seccato dall'accanimento delle venditrici di ceri e di mazzi di fiori di cui gli stormi erranti aggredivano i passeggiatori con un impeto di conquista.
Erano, per lo più, delle donne giovani, le quali, colla testa nuda, o coperta solo da un fazzoletto, si mostravano d'una sfacciataggine straordinaria, nè si trovava maggior discrezione nelle vecchie. Tutte, con un fascio di ceri sotto il braccio, brandivano quello che offrivano, cacciando la loro merce sino nelle mani della gente.
"Signore, signore, comperate un cero, vi porterà fortuna!"
Un signore, circondato, scosso da tre delle più importune, corse pericolo di lasciarvi le falde dell'abito. Poi, la storia ricominciava pei mazzi, grossi mazzi tondi, grossolanamente legati con spago, simili a cavoli.
"Un mazzo, signora, un mazzo per la Beata Vergine!"
Se la signora scappava, udiva dietro di sè un sordo brontolìo di ingiurie. Il commercio, l'impudente commercio, uncinava così i pellegrini fino nelle vicinanze della Grotta. Non solo si insediava, trionfante nelle botteghe, che, fitte fitte, trasformavano ogni via in un bazar; ma correva la strada, inceppava il passo, mettendo in mostra, sopra delle carrozzelle tirate a mano, dei rosari, delle medaglie, delle statuine, delle immagini pie.
Da tutte le parti si comperava quasi quanto si mangiava per portarsi via un ricordo di quella sacra kermesse. E la nota vivace, l'allegria di quella cupidità commerciale, di quella turba di venditori girovaghi, veniva dai monelli che, sguinzagliati attraverso alla folla, strillavano il Giornale della Grotta.
La loro vocina acuta penetrava nelle orecchie: "Il Giornale della Grotta! Il numero di questa mattina! due soldi il Giornale della Grotta!"
In mezzo alle continue spinte, tra l'oscillare di quell'oceano sempre mobile, la brigata si trovò divisa. Raimonda e Gerardo restarono indietro. Entrambi si erano messi a discorrere piano, con intimità sorridente, come perduti e soli, fra tutta quella turba. La signora Désagneaux dovette fermarsi e chiamarli.
- Suvvia, venite avanti: ci perderemo!
Mentre si ravvicinavano, Pietro udì la fanciulla dire:
- La mamma è tanto occupata! Parlatele prima della nostra partenza.
E Gerardo rispose:
- E' una cosa intesa. Mi rendete molto felice, signorina.
Era il matrimonio, conquistato e deciso, durante quella deliziosa passeggiata tra le meraviglie di Lourdes. Essa aveva riportato su di lui la vittoria già iniziata, ed egli aveva finalmente preso una risoluzione nel sentirla così allegra e così ragionevole al suo braccio.
Frattanto Guersaint, il quale teneva gli occhi per aria, esclamò:
- Quei tre lassù, su quel terrazzo, sono quei ricconi che hanno fatto il viaggio con noi, non è vero! Sapete bene, quella povera signora ammalata, col marito e la sorella?
Parlava dei Dieulafay, ed erano essi infatti sulla loggia dell'appartamento, preso a pigione da loro in una casa nuova, di cui le finestre davano sulla prateria del Rosario. Abitavano un primo piano, arredato con tutto il lusso che Lourdes aveva potuto procacciare ? delle tende, dei tappeti, senza contare il personale di servizio, mandato anticipatamente da Parigi. ? E siccome faceva bel tempo, avevano portata fuori l'ammalata, stesa su un gran seggiolone. Vestiva un accappatoio di merletto.
Il marito, sempre in abito nero, stava ritto alla sua destra, mentre la sorella, divinamente vestita in color malva chiaro, sedeva alla sua sinistra, sorridendo e chinandosi talvolta verso di lei, per parlarle, senza ricevere risposta.
- Oh! ? raccontò la piccola Désagneaux ? m'hanno parlato spesso della signora Jousseur, quella giovine signora col vestito color malva. E' la moglie di un diplomatico che la trascura, sebbene sia così bella: e si è discorso assai, l'anno passato, della sua passione per un giovine colonnello, molto noto nella società parigina; ma i salotti cattolici affermano ch'essa ha vinto, grazie alla religione.
Tutti rimanevano fermi, guardando, colla faccia per aria.
- E dire ? continuò ? che sua sorella, l'ammalata che vedete, era il suo ritratto vivente... Aveva anzi nel viso un'aria di bontà e d'allegria ancor più dolce... Ed ora, guardatela! E' una morta al sole, una carne consumata, livida e senza ossa, che non si ha il coraggio di muovere. Ah! infelice!
Raimonda, allora, riferì che la signora Dieulafay, maritata da soli due anni, aveva portato tutti i suoi gioielli di nozze, per farne dono a Nostra Dama di Lourdes: e Gerardo confermò la cosa; gli avevano detto, alla mattina, che quei gioielli erano stati consegnati al tesoro della Basilica; senza contare una lanterna d'oro, tempestata di gemme, ed una forte somma destinata ai poveri. Ma la Beata Vergine non si era ancora lasciata commuovere, pareva anzi che l'ammalata peggiorasse.
E da quel momento in poi, Pietro non vide altro che quella povera donna, su quella ricca loggia, quella creatura miseranda nelle sue immense ricchezze, che sovrastava alla folla in baldoria, a tutta Lourdes sbevacchiante e ridente sotto il bel cielo del giorno festivo.
Le due persone care che l'assistevano così teneramente, la sorella che aveva abbandonato i suoi trionfi mondani, il marito che scordava la sua banca, di cui i milioni penetravano nei quattro angoli del mondo, aggiungevano, col loro contegno inappuntabile, alla miseria del gruppo che formavano così, lassù, al di sopra di tutte le teste, di fronte alla valle mirabile. Non si vedeva più che loro ed erano infinitamente ricchi ed infinitamente miserandi.
Ma cinque che indugiavano, astratti, in mezzo alla via, alzando la testa, rischiavano ogni momento di essere calpestati. Delle carrozze giungevano continuamente dai larghi stradoni, specialmente dei landaus a quattro cavalli, spinti a gran corsa, di cui i sonagli tintinnivano allegramente.
Erano dei viaggiatori, dei bagnanti di Pau, di Barèges, di Cauterets, condotti dalla curiosità, felici del bel tempo, messi di buon umore per la rapida corsa fra i monti, e siccome non si trattenevano che poche ore, correvano alla Grotta ed alla Basilica, coi vestiti da spiaggia, per ripartire fra liete risate, contenti di aver veduto quelle cose. Delle famiglie vestite di chiaro, degli stormi di giovani donne, degli ombrellini smaglianti, correvano fra la folla bigia dei pellegrini, che così somigliava più che mai la baraonda di una festa forese, al cui divertimento la società elegante si degna di prender parte.
Ad un tratto, la Désagneaux gettò un grido.
- Come! sei tu, Berta?
Ed abbracciò un'alta donnina bruna, graziosisima che scendeva da un landau con altre tre giovani signore, molto animate ed allegre. Le voci si incrociavano fra esclamazioni e grida, nella gioia di quell'incontro impreveduto.
- Siamo a Cauterets, cara. Ed abbiamo fatto una gita a Lourdes, noi quattro, come tutti. E tuo marito, è qui con te?
La Désagneaux protestò.
- Ma che! E' a Trouille, lo sai bene. Giovedì vado a raggiungerlo.
- Ma sì, è vero! riprese la bruna, che aveva l'aria di una amabile sventata. Dimenticavo... tu sei col pellegrinaggio... E, dì un po'...
Abbassò la voce per Raimonda che era lì accanto, sorridente.
- Dì un po', quel piccino in ritardo, l'hai chiesto alla Beata vergine?
La signora Désagneaux la fece tacere, arrossendo un pochino, poi le sussurrò all'orecchio:
- Certo; lo domando da due anni, molto annoiata, te lo affermo, di non vedere nessun risultato... Ma, questa volta, credo che ci siamo. Oh! non ridere: ho positivamente sentito alcunchè, questa mattina, mentre pregavo alla Grotta.
Si diede a ridere anche lei però: tutte davano in esclamazioni, divertendosi come pazzarelle. E, subito la Désagneaux offrì alle amiche di guidarle a traverso a Lourdes, impegnandosi a mostrare ogni cosa in meno di due ore.
- Suvvia, venite con noi, Raimonda. Già la mamma non si metterà in pensiero.
Salutarono poi Pietro e Guersaint. Anche Girard si accomiatò, stringendo le mani alla fanciulla con una pressione affettuosa e fissandola negli occhi, come per impegnarsi in modo definitivo,
Poi quelle signore si allontanarono, dirigendosi verso la Grotta, ed erano sei, liete, felici di vivere, che mettevano tra la gente il fascino delizioso della loro gioventù.
Quando Gerardo se ne fu andato anche lui, tornando al suo servizio, Guersaint disse a Pietro:
- Ed il mio parrucchiere di piazza Marcadal? Bisogna pure che io mi rechi da lui... Voi mi accompagnerete ancora, non è vero?
- Certo, dove vorrete. Vi seguo, poichè Maria non ha bisogno di noi.
Si recarono al ponte nuovo, passando pei grandi viali che si stendevano davanti al Rosario. E colà fecero un incontro: l'abate Des Hermoises. che si era fatto la guida di due giovani signore, giunte in quella mattina da Tarbes. Camminava fra loro due, col suo fare galante da prete della buona società, e le conduceva attraverso Lourdes, mostrandolo ed illustrandolo con lo studio però di dissimularne i lati spiacevoli, i poveri, gli ammalati, tutto il lezzo della vile miseria umana, che era quasi scomparsa in quella bella giornata di sole.
Alle prime parole di Guersaint, che parlava di noleggiare una carrozza per la gita di Gavarnie, fu preso da timore di dover abbandonare le sue belle passeggiatrici.
- Come vorrete, caro signore. Incaricatevi della cosa e con la minor spesa possibile; avete ben ragione, perchè avrò con me due sacerdoti poco facoltosi. Saremo in quattro... Basterà poi che mi facciate dire l'ora della partenza questa sera, all'albergo.
E raggiunse le signore; le condusse verso la Grotta, lungo il viale ombroso che fiancheggia il Gave, un viale fresco e romito da innamorati.
Pietro era rimasto in disparte, stanco, poggiandosi al parapetto del ponte nuovo. E rimaneva colpito, per la prima volta, dallo straordinario pullulamento di preti che notava tra la folla. Li guardava mentre passavano, innumerevoli, sul ponte. Tutte le varietà sfilavano colà: preti per bene, arrivati col pellegrinaggio, che si ravvisavano dal loro piglio disinvolto e dal loro abito lindo: poveri curati di campagna, più timidi e quasi tutti mal vestiti, i quali avevano fatto dei sacrifizi per venire, e se ne andavano confusi ed intontiti: finalmente lo stormo dei sacerdoti liberi piovuti a Lourdes non si sapeva d'onde e che vi godeva d'una libertà assoluta, senza che si potesse nemmeno sapere se dicevano la loro messa ogni mattina.
Trovavano probabilmente tanta dolcezza in quella libertà, che il maggior numero era a Lourdes come in vacanza, esonerati da ogni dovere, felici di vivere, così, da semplici particolari, in grazia della baraonda in cui si perdevano. E dal giovine prete, azzimato e profumato, al vecchio parroco in sottana sudicia e ciabatte, la specie intera era rappresentata, i grossi, i pingui, i magri, i grandi, i piccini, quelli condotti dalla fede ed ardenti di zelo, quelli che si limitavano a far il loro mestiere da brava gente, quelli che meditavano raggiri e non venivano che per politica. Pietro rimaneva stupito da quell'onda di preti che gli passava davanti, ognuno col suo fine particolare, tutti correndo alla Grotta come si corre ad un dovere, ad un culto, ad un piacere, ad una seccatura. Ne osservò uno, piccolissimo, vestito di nero, con spiccato accento forestiero, che sembrava levasse il piano di Lourdes, con gli occhietti lucenti, simili a quelle spie che vengono prima della conquista; e ne vide un altro, enorme, d'aspetto paterno, obeso pel troppo cibo, che si fermava davanti ad una vecchia ammalata e finiva col farle scivolare in mano cinque franchi.
Guersaint lo raggiunse.
- Basta passare pel boulevard e la via Bassa ? disse.
Egli lo seguì senza rispondere. S'era accorto anche lui di avere la sottana sulla spalla: ma non l'aveva mai sentita così leggiera, come in mezzo alla confusione del pellegrinaggio. Viveva in una specie di stordimento e d'inconsapevolezza, aspettando e sperando sempre il colpo di fulmine della fede, sebbene lo spettacolo delle cose che vedeva accrescere la sua segreta inquietudine.
E l'affluenza, sempre maggiore, dei preti non lo feriva più; ritrovava in cuore un senso di fraternità per essi; e quanti di loro, benchè pieni di fede, adempivano onestamente, come lui, la loro missione di guide e di consolatori!
Guersaint alzò la voce.
- Sapete, non è vero, che questo boulevard è nuovo? Non si può imaginare quante case si sieno fabbricate, qui, negli ultimi vent'anni. E' sorta, assolutamente, una città nuova.
Il Lapaca scorreva a destra, dietro le case. Essi ebbero la curiosità di mettersi per un viottolo e capitarono sopra uno dei vecchi fabbricati, molto singolari, che fiancheggiavano lo stretto fiumicello. Vi si scorgevano le ruote di parecchi mulini, e qualcuno additò loro quello dato da monsignor Laurence ai genitori di Bernadette dopo l'apparizione. Si faceva anche vedere ai forestieri una bicocca, la pretesa casa di Bernadette, quella in cui i Soubirous si erano stabiliti, lasciando la via dei Petit-Fossés ed in cui la giovinetta, allora in pensione dalle suore di Nevers, non aveva certamente pernottato che rade volte.
Finalmente giunsero, per la via Bassa, alla piazza del Marcadal.
Era una lunga piazza triangolare, la più animata e la più elegante della città vecchia, quella in cui si trovavano i caffè, le farmacie e i bei magazzini.
E fra le botteghe ne spiccava una, dipinta di verde chiaro, ornata di grandi specchi a cui sovrastava una larga insegna, recante in lettere d'oro, queste parole: Cazaban, parrucchiere.
Guersaint e Pietro entrarono. Ma non c'era nessuno nella bottega da parrucchiere e dovettero aspettare.
Un gran tintinnìo di forchette veniva dalla stanza vicina, la solita sala da pranzo, cambiata in sala d'albergo, dove una ventina di persone mangiava ancora, sebbene fossero già le due. La giornata si inoltrava e si mangiava sempre, da un capo all'altro di Lourdes. Cazaban, come tutti i proprietari della città, qualunque fossero le loro opinioni religiose, affittava persino la propria camera, abbandonava la sua sala da pranzo per rifugiarsi in cantina, dove mangiava, dormiva, si stipava colla famiglia, in una tana senza aria, larga tre metri quadrati. Era un furore di traffico; la popolazione spariva, come quella di una città presa d'assalto, abbandonando ai pellegrini persino i letti delle donne e dei ragazzi, facendoli sedere alla loro mensa e mangiare nei loro piatti.
- Non c'è nessuno? ? gridò Guersaint.
Un omettino apparve finalmente, il tipo del montanaro dei Pirenei, vivo e muscoloso, con viso lungo a zigomi sporgenti e colore bronzino; chiazzato di rosso. I suoi occhi, sporgenti e lucidissimi, avevano una mobilità continua, e c'era, in tutta la sua scarna persona, un eccitamento, una esuberanza continua di gesti e di parole.
- E' pel signore..., si tratta di fargli la barba... Domando mille scuse, ma il mio giovine è uscito, e io ero di là, coi miei dozzinanti... Se il signore ha la bontà di sedere, lo servo in un attimo.
E Cazaban, degnandosi di operare in persona, si diè a preparare il sapone e ad affilare il rasoio.
Aveva gettato uno sguardo sospettoso sull'abito di Pietro, che si era messo a sedere, senza aprir bocca, spiegando un giornale in cui si era immerso.
Vi fu un breve silenzio. Ma Cazaban ne soffrì subito, e, mentre copriva di sapone il mento del cliente, disse:
- Figuratevi, signore, che i miei dozzinanti hanno indugiato tanto alla Grotta che si sono messi ora soltanto a fare colazione; li udite? Io rimanevo con loro per cortesia. Ma mi devo anche ai clienti, non è vero? Bisogna accontentare tutti.
Allora Guersaint, a cui premeva quanto a lui di discorrere, lo interrogò:
- Alloggiate dei pellegrini?
- Oh! signore, ne alloggiano tutti ? rispose semplicemente il parrucchiere. ? E' il paese che lo richiede.
- E li accompagnate alla Grotta?
A quelle parole, Cazaban si rivoltò, col rasoio per aria molto dignitoso.
- Mai, signore, mai! In cinque anni, non sono sceso una sola volta in quella città nuova che fabbricano.
Si frenava, guardando di nuovo l'abito di Pietro, che spariva dietro il giornale, e la croce rossa, attaccata alla giacchetta di Guersaint che lo rendevano prudente.
Ma la smania di ciarlare la vinse.
- Ascoltate, signore; tutte le opinioni sono libere, io rispetto la vostra, ma non posso prendere parte a quella fantasmagoria! E non l'ho mai nascosto. Sotto l'imperatore, ero già repubblicano e libero pensatore. Non eravamo in quattro in tutta la città, allora. Oh! me ne glorio!
Aveva cominciato a radere la guancia sinistra e si ringalluzziva.
Da quel momento continuò, con un flusso inesauribile di parole. Ripetè, anzitutto, le accuse di Majesté contro i padri della Grotta; il traffico degli oggetti sacri, la concorrenza sleale fatta ai mercanti di articoli di pietà, agli albergatori, agli affittacamere. Ah! quelle suore azzurre dell'Immacolata Concezione, le odiava profondamente anche lui, perchè gli avevano carpito due dozzinanti, due vecchie signore che passavano a Lourdes tre settimane all'anno. E si sentiva, sopratutto, in lui il rancore lentamente raccolto, oggi traboccante, della città vecchia contro la città, nuova, quella città sorta così presto dall'altra parte del Castello, quella città ricca, dalle case grandi come palazzi, dove rifluivano tutti i danari, il lusso, la vita, cosichè si ingrandiva e si arricchiva continuamente, mentre la sorella maggiore, l'antica cittadina povera dei monti, si andava spegnendo, con le sue viuzze deserte, in cui cresceva l'erba. La lotta continuava però, la città antica non voleva morire, tentando di sforzare la ingrata sorella minore a dividere con lei i suoi beni, alloggiando pellegrini, aprendo botteghe anch'essa; e quel conflitto ineguale aggravava il dissenso, formando della città alta e della città bassa due nemiche irreconciliabili, che si aggredivano sordamente, in continui raggiri.
- Ah! no, di certo! Non mi vedranno mai alla Grotta ? riprese Cazaban, col suo fare stizzoso. ? Come ne abusano della loro Grotta! Come la condiscono in tutte le salse! Una simile idolatria, una soperstizione così grossolana al secolo decimonono!... Domandate un po' a coloro se, in vent'anni, hanno fatto guarire un solo ammalato della città? Abbiamo però un bel numero di storpi nelle nostre vie. In principio, delle persone di qui hanno fruito dei primi miracoli. Ma, a quanto pare, da un pezzo la loro acqua miracolosa ha perduto la sua virtù per noi: siamo troppo vicini, bisogna venire da lontano, se si vuole che abbia effetto... In verità, è troppo sciocco; non mi indurreste a scendere laggiù nemmeno per cento franchi!
L'immobilità di Pietro lo irritava probabilmente. Cominciava la guancia destra, declamando contro i preti dell'Immacolata Concezione, la cupidigia dei quali era l'unica cagione nel dissidio. Quei preti, che erano a casa propria, avendo comperato dal Comune i terreni su cui volevano fabbricare, non rispettavano nemmeno il contratto stretto colla città, perchè in quel contratto si obbligavano formalmente a non esercitare nessun traffico, nè la vendita dell'acqua, nè quella degli oggetti sacri.
Certo, la città avrebbe potuto far causa. Ma essi se ne ridevano, e si sentivano così forti che non permettevano più che un sol dono andasse alla parrocchia, serbando tutti i denari raccolti alla Grotta ed alla Basilica.
E Cazaban diede un'esclamazione ingenua: Se acconsentissero almeno a dividere! Indi proseguì accalorandosi sempre più:
- E se vi dicessi, signori, quello che hanno fatto della nostra povera città! Quarant'anni fa, le ragazze erano molto costumate, qui, ve l'assicuro. Mi ricordo che nell'epoca della mia gioventù, quando un giovane voleva darsi buon tempo, non v'erano in paese più di tre o quattro sfacciate per compiacerlo: cosicchè, nei giorni di fiera, ho veduto gli uomini far coda alla loro porta, parola d'onore!... Ah! i tempi sono mutati, ve ne rispondo, ed i costumi non sono più quelli! Oggi le ragazze del paese si dànno, quasi tutte, alla vendita dei ceri e dei fiori; e avete veduto come arraffano la gente, a cui mettono per forza la merce in mano. Sono una vera vergogna quelle sfrontate! Guadagnano di molto, prendono l'abitudine dell'ozio e non fanno più nulla, all'inverno, in attesa della stagione dei grandi pellegrinaggi. E vi assicuro che i giovanotti in cerca di avventure trovano chi li ascolta, oggi! Aggiungete la popolazione mobile e sospetta che ci invade fin dai primi giorni d'estate: cocchieri, merciai girovaghi, cantinieri, tutta una plebe nomade che trasuda la trivialità ed il vizio: ed avrete l'onesta città nuova che ci hanno fatta, con le folle che vengono alla loro Grotta ed alla loro Basilica!
Pietro, molto colpito, si lasciò sfuggire di mano il foglio. Ascoltava, avendo per la prima volta l'intuizione dei due Lourdes: l'antico Lourdes così onesto, così pio nella sua placida solitudine; il nuovo Lourdes viziato, guasto dal movimento di tanti milioni, di tante ricchezze, sempre rinnovate ed accresciute, ammorbato dalla piena, sempre maggiore, di forestieri che attraversavano la città a corsa, dal soverchio affollarsi e stiparsi della gente, dal contagio dei mali esempi. Ah! che risultato, quando si pensava alla candida Bernadette genuflessa davanti alla Grotta primitiva, quella Grotta solitaria, ed alla fede ingenua, alla fervida purezza dei primi apostoli dell'Opera pia!
Era quell'ammorbamento del paese mediante il lucro e la turpitudine umana, che essi avevano desiderato? Bastava che la gente affluisse perchè scoppiasse la peste.
Vedendo che Pietro ascoltava, Cazaban fece un ultimo gesto di minaccia, come per mettere in fuga tutta quella superstizione corruttrice. Poi, silenzioso, finì di pettinare Guersaint.
- Ecco, signore.
Allora soltanto l'architetto parlò della carrozza. Il parrucchiere si scusò sulle prime, fingendo di dover andare dal fratello, al Campo comune. Alla fine acconsentì ad accettare la commissione. Un landau a due cavalli per Gavarnie valeva cinquanta lire. Ma, felice di aver ciarlato tanto e lusingato nell'udirsi a dare del galantuomo, finì col cederlo a quaranta.
Erano in quattro ? sarebbero dieci lire a testa. E restò stabilito che partirebbero di notte, alle due, per essere di ritorno l'indomani, lunedì sera, per tempo.
- La carrozza sarà davanti all'Albergo dell'Apparizione all'ora fissata, ripetè Cazaban col suo fare enfatico. Contate su di me.
Aguzzò le orecchie. Il cozzo di stoviglie non cessava in fondo alla stanza vicina. I dozzinanti mangiavano ancora, in quella smania vorace che si diffondeva da un capo all'altro della città.
- Scusate, signori ? esclamò prontamente Cazaban ? i miei dozzinanti hanno bisogno di me.
E si slanciò con le mani unte dal pettine. e la porta essendo rimasta aperta per un attimo, Pietro notò sulle pareti della sala da pranzo delle imagini pie, e specialmente una veduta della Grotta, che lo fecero stupire. Probabilmente Cazaban non le metteva là che durante i pellegrinaggi, per far piacere agli ospiti.
Erano quasi le tre, e fuori Pietro e Guersaint si meravigliarono del grande frastuono di campane che risuonava nell'aria. La parrocchia aveva risposto al primo rintocco dei vespri suonato dalla Basilica, ed ora erano i conventi che si associavano, l'uno dopo l'altro, agli squilli crescenti. La campana cristallina delle Carmelitane si univa alla campana sonora dell'Immacolata Concezione ? tutte le campane giulive delle suore di Nevers e delle Domenicane tintinnivano insieme. Nei bei giorni festivi, degli squilli di campane passavano così da mattina a sera, come stormo canoro ad ali spiegate, sulle tettoie di Lourdes.
E nulla era più allegro che quella canzone sonora nell'immenso cielo azzurro, sopra la città vorace la quale avendo finalmente terminata la colazione, faceva lietamente il chilo nella gloria del sole.

 3.
Appena fu notte, Maria venne presa dall'impazienza, all'ospedale di Nostra Dama dei dolori, perchè aveva saputo dalla signora di Jonquière che il barone Suire le aveva ottenuto dal padre Fourcade la licenza di passar la notte davanti alla Grotta, ed ogni momento interrogava suor Giacinta.
- Suora mia, ve ne prego, non sono ancora le nove?
- Ma no, cara la mia fanciulla; sono appena le otto e mezzo... E pigliate uno scialle di lana per ravvolgervi, all'alba, perchè il Gave è vicino e le mattine sono fresche in questo paese di montagna.
- Oh! suora mia, le notti sono così belle! Eppoi, dormo così poco in questa sala! Non posso star peggio fuori... Dio mio! Come sono felice, che incanto passare la notte intera colla Beata Vergine!
Tutta la sala la invidiava. Era la gioia ineffabile, la beatitudine suprema, questa, passare così tutt'una notte in preghiere davanti alla Grotta. Si diceva che le elette vedessero la Vergine, nella gran pace delle tenebre. Ma ci volevano delle grandi protezioni per ottenere questo favore. I padri non amavano molto di concederlo, dopo che parecchie ammalate erano morte così, come sopite dall'estasi.
- Non è vero? cara ragazza ? riprese suor Giacinta ? domani mattina farete la comunione alla Grotta, prima che vi riconducano qui?
Suonarono le nove.
Pietro, così puntuale, l'avrebbe egli scordata? Le parlavano ora della fiaccolata che vedrebbe dal principio alla fine, se partiva subito.
Ogni sera, le cerimonie finivano con quella processione. Ma quella della domenica era sempre la più bella ed annunziavano che, quella sera, la fiaccolata sarebbe stata di una bellezza straordinaria, come se ne vedevano di rado. Quasi trentamila pellegrini sfilerebbero, con un cero in mano. Le meraviglie notturne del cielo si manifesterebbero, le stelle scenderebbero sulla terra. E le ammalate si lagnavano; che tristezza essere inchiodate in letto, non veder nulla di quei prodigi!
- Cara la mia fanciulla ? venne a dire la signora di Jonquiere; ? ecco vostro padre ed il signor abate.
Maria, raggiante, dimenticò l'aspettativa.
- Oh! Pietro, ve ne scongiuro, facciamo presto, facciamo presto!
La portarono giù, ed il prete si diede a tirare la carrozzetta che cominciò a scorrere pianamente, sotto il cielo tempestato di stelle, mentre Guersaint le camminava vicino. Era una notte senza luna, mirabilmente bella, un cielo di velluto azzurro fosco, punteggiato di diamanti, e la dolcezza dell'aria era deliziosa ? un bagno tepido di aria pura, profumata dall'aroma delle montagne. Molti pellegrini si affrettavano per la via, tutti diretti alla Grotta: ma era una folla tacita, una fiumana di gente raccolta che non aveva più nulla della festività da fiera del mattino. E come si giungeva al poggio della Merlasse, le tenebre si allargavano, si entrava sotto l'infinito del cielo, nel mare d'ombra della verzura e delle grandi macchie, dove non si vedeva che la guglia, nera e sottile, della Basilica, che sorgeva a sinistra.
Pietro si impensierì per altro nel vedere che la folla si faceva sempre più fitta, man mano che s'inoltravano. Sulla piazza del Rosario si stentava a camminare.
- Non si può pensare ad accostarsi alla Grotta ? disse, fermandosi. ? Il meglio sarebbe di recarsi in qualche viale, dietro il Ricovero dei pellegrini, ed aspettare colà.
Ma Maria desiderava ardentemente di vedere la partenza della processione.
- Amico mio, ve ne prego, procurate di andare sino al Gave. Vedrò da lontano: non pretendo di avvicinarmi.
E Guersaint, curioso quanto lei, insistette anche lui.
- Non vi date pensiero: son qua dietro e bado che nessuno la urti.
Pietro dovette rimettersi in cammino colla carrozzetta. Impiegò un quarto d'ora a passare sotto uno dei cavalcavia della scalinata a destra, tanto la folla vi si pigiava. Dopo, piegò un po' da una parte e finì col trovarsi sulla riva del Gave, dove non c'erano che degli spettatori sui marciapiedi, e potè inoltrarsi per una cinquantina di metri ancora, indi fermò la carrozzetta vicino al parapetto stesso, in un punto da cui si vedeva perfettamente la Grotta.
- Starete bene qui?
- Oh, sì, grazie! Soltanto, dovete mettermi a sedere: vedrò meglio.
Guersaint lo aiutò a rizzarsi e salì sul sedile di sasso che correva lungo tutto il terrazzo. Una folla di curiosi vi si accalcava, come nelle sere di fuoco di artifizio.
Tutti si rizzavano in punta di piedi, sporgendo la testa. E Pietro stesso si incuriosì, sebbene non si vedesse ancora gran che.
Vi erano trentamila persone alla Grotta e giungeva sempre dell'altra gente. Tutti avevano in mano un cero, ravvolto in una specie di imbuto di carta bianca, su cui era impressa, in turchino, un'imagine di Nostra Donna di Lourdes.
Ma quei ceri non erano ancora accesi. Non si scorgeva, al disopra dell'onda tempestosa della turba, che la Grotta incandescente, che gettava un ardente riflesso da fucina. Un gran ronzìo saliva nell'aria, passavano dei soffi, dando la sensazione, non avvertita in altro modo, di quelle migliaia di creature pigiate, soffocate, sepolte in fondo all'ombra, rifluenti come una fiumana viva, sempre più diffusa. Ve n'erano sotto gli alberi, al di là della Grotta, in certi avvallamenti di tenebre, che non si sospettavano. Finalmente, la cosa cominciò con alcuni ceri che rifulsero qua e là; sembravano scintille improvvise, che rompessero le tenebre, a caso.
Il numero se ne accrebbe rapidamente, si formarono delle isolette di stelle, mentre, in altri punti, vi erano delle scie luminose, delle vie lattee che scorrevano in mezzo a costellazioni.
I trentamila ceri si accendevano ad uno ad uno, da luogo a luogo, spegnendo la viva luce della Grotta e facendo correre, da un capo all'altro della passeggiata, le fiammelle gialle di un braciere immenso.
- Oh! Pietro, come è bello! ? mormorò Maria ? Sembra la risurrezione degli umili, delle piccole anime povere, che si svegliano e risplendono.
- Stupendo! stupendo! ? ripeteva Guersaint, in uno slancio di soddisfazione artistica. ? Guardate un po', laggiù, quelle due striscie che si tagliano, formando una croce.
Ma Pietro rimaneva commosso da quello che aveva detto Maria. Sì, era giusto, quelle fiammelle sottili, punti luminosi e nulla più, di una modestia da popolino umile, derivavano dal loro gran numero un vivo splendore, uno sfolgorìo di sole. Ne spuntavano continuamente delle altre, più lontane e come smarrite.
- Ah! ? mormorò ? quella che è apparsa sola, soletta, in lontananza, così tremula... La vedete, Maria, oscilla, oscilla e viene a perdersi, muta, nel gran lago di fuoco?
Adesso faceva chiaro come di pieno giorno. Gli alberi, rischiarati dal sotto in su, erano di un verde intenso, simili agli alberi dipinti degli scenari. Al disopra del mobile braciere, dei gonfaloni rimanevano immobili, spiccando in tinte crude, coi loro santi ricamati e i loro cordoni di seta.
Ed il gran riverbero saliva lungo la roccia, sino alla Basilica. di cui la goglia ora appariva bianca bianca, nel cielo buio: mentre i poggi, sull'altra sponda del Gave, si illuminavano anch'essi, rivelando le facciate bianche dei conventi, in mezzo ai fogliami foschi.
Vi fu ancora un momento di incertezza.
Il lago sfolgorante, di cui ogni fiammella ardente formava una piccola onda, si agitava ora nel suo sfolgorìo d'astro, prossimo a traboccare e fluire in larga fiumana.
Ed i gonfaloni oscillavano; si indovinò un'agitazione nelle tenebre.
- Ma come! ? esclamò Guersaint ? non passano di qui dunque?
Allora Pietro, bene informato, spiegò che la processione saliva anzitutto la via serpeggiante, tracciata con grande spesa sul poggio boscoso.
Poi girava dietro la Basilica, prima di ridiscendere dalla scalinata di destra e svilupparsi attraverso i giardini.
- Guardate, si vedono i primi ceri che salgono tra il verde.
Fu un incanto. Lievi fiammelle, tremule, si staccavano dall'immenso focolare, sorgendo pian piano, con volo lieve, senza che si potesse discernere nulla che le riunisse alla terra.
Quelle luci si muovevano come un polverìo di sole fra le tenebre.
In breve si formò una striscia obliqua; poi quella striscia si ripiegò, formando improvvisamente un angolo, e si formò una nuova striscia che si piegò anch'essa.
Finalmente, tutto il poggio fu solcato da ghirigori di fiamme, simili a quelle saette che si vedono a cadere dal cielo fosco, nelle imagini.
Ma la striscia luminosa non si cancellava e, sempre, le fiammelle camminavano, scivolando con la stessa movenza tarda e piana. Alle volte soltanto c'era una eclissi subitanea, la processione passando probabilmente dietro qualche macchia.
Più in là i ceri tornavano a sfavillare, innalzandosi verso il cielo per una via complicata, sempre interrotta e ripresa.
Giunse poi un momento in cui cessarono di salire, arrivati in cima al colle, e scomparendo all'ultima svolta del cammino.
Delle voci sorgevano nella folla.
- Ecco che girano dietro alla Basilica.
- Oh! ci vogliono ancora venti minuti prima che ridiscendano dall'altra parte.
- Sissignore: sono trentamila, e fra un'ora gli ultimi partiranno appena dalla Grotta.
Dopo la partenza, le note d'un cantico si erano sprigionate dal sordo ronzìo della folla. Era la nenia di Bernadette, le sei diecine di strofe, nel cui ritornello la Salutazione angelica ricompariva continua, in un ritmo persistente.
Finiti i sessanta versetti, si tornava daccapo.
E la nenia ricominciava senza fine: Ave, ave, ave, Maria, mettendo un torpore nello spirito, una stanchezza mortale nelle vene, travolgendo a poco a poco quelle migliaia di creature in una specie di sogno ad occhi aperti, in una visione di paradiso.
Alla notte, quando, dormivano, il letto ne era ancora cullato, e cantavano ancora.
- Restiamo qui? ? domandò Guersaint, che si stancava presto. ? E' sempre la stessa cosa ora.
Maria, ragguagliata dalle parole che udiva tra la gente, disse anch'essa:
- Avevate ragione, Pietro: sarebbe meglio tornare laggiù, sotto gli alberi... Ho tanta voglia di vedere ogni cosa!...
- Ma certo ? rispose il prete ? cercheremo un posto da cui si possa veder bene. Il difficile sarà di cavarcela da qui, ora.
Infatti, la calca dei curiosi li aveva immurati.
Pietro dovette aprirsi un varco, con lenta pertinacia, implorando un po' di posto per un'inferma. Maria si voltava, procurando di vedere ancora, davanti alla Grotta, la distesa di fiamme, il lago dalle onde splendenti, da cui la processione fluiva all'infinito senza che sembrasse diminuita: mentre Guersaint chiudeva la marcia, proteggendo la carrozzella dagli spintoni.
Finalmente si trovarono tutti e tre, in un luogo appartato, fuori della calca. Era vicino ad uno dei cavalcavia, in un luogo deserto, dove poterono respirare un momento. Non si udiva più che la nenia lontana, col suo ritornello ostinato: e non si vedeva che il riflesso dei ceri in una specie di nembo luminoso, diffuso dalla parte della Basilica.
- Il miglior posto ? affermò Guersaint ? sarebbe al Calvario: la serva dell'albergo me lo diceva ancora questa mattina. A quanto sembra, la vista è magica, lassù.
Ma non era il caso di pensarci. Pietro insiste sulle difficoltà.
- Come volete che ci spingiamo a quell'altezza, colla carrozzina? Eppoi, converrebbe ridiscendere, e sarebbe molto pericoloso nel fitto delle tenebre, fra gli spintoni.
Maria stessa preferiva rimanere nei giardini, sotto gli alberi dove l'aria era così mite. E ripartirono, sboccando sulla Esplanade, rimpetto alla gran Vergine Incoronata. Era illuminata, da bicchierini di colore, che la cingevano di uno splendore volgare da fiera, di un'aureola di lampioncini gialli ed azzurri. Guersaint, sebbene tanto devoto, trovò la cosa di pessimo gusto.
- Guardate ? disse Maria; ? staremo benissimo vicino a quel gruppo di alberelle.
Additava un mucchio di cespugli, accanto al Ricovero dei pellegrini: ed il posto era ottimo difatti, perchè permetterebbe di vedere la processione, scendere la scalinata di sinistra e di seguirla sino al ponte nuovo, lungo le praterie nel suo doppio movimento parallelo di andata e ritorno.
Eppoi, la vicinanza del Gave dava al fogliame una frescura deliziosa. Nessuno ancora era giunto: si godeva di una pace infinita, nell'ombra folta dei grandi platani, che fiancheggiavano il viale.
Guersaint si rizzava in punta di piedi, impaziente di vedere comparire i primi ceri, alla porta della Basilica.
- Non si vede nulla ancora ? mormorava. ? Ah! tanto peggio; siedo un momento sull'erba. Ho le gambe rotte.
E si impensierì per la figlia.
- Vuoi che ti copra? Fa molto fresco qui.
- Oh! no, babbo, non ho freddo. Sono così felice! E' tanto che non respiro un'aria così buona... Vi debbono essere delle rose, non senti che deliziosa fragranza?
Poi, volta a Pietro.
- Amico mio, dove sono mai quelle rose? Le vedete?
Quando Guersaint si fu seduto accanto alla carrozzetta, Pietro andò a vedere se non vi fosse qualche aiuola di rose da quelle parti. Ma rovistò invano le praterie; non vide che delle macchie di piante verdi. E mentre tornando, passava vicino al Ricovero dei pellegrini, la curiosità lo spinse ad entrarvi.
Era un'ampia sala, molto alta di soffitto, rischiarata da larghi finestroni ai lati. Selciata di pietra e colle mura nude, non aveva altri mobili che delle panchine, messe a casaccio per tutti i versi. Neppur una tavola, neppur un'asse, cosicchè i pellegrini, senza asilo, che si erano rifugiati là, avevano ammucchiato i loro canestri, i loro involti, le loro valigie nei vani delle finestre, trasmutandoli in magazzini di bagaglio. La sala era vuota, del resto, tutta la povera gente che vi si ricoverava essendo probabilmente andata alla processione.
E sebbene la porta fosse spalancata, vi si sentiva un lezzo intollerabile, le mura trasudavano la miseria, il suolo era sudicio, umido, nonostante la bella giornata di sole, imbevuto di sputi, di unto e di vino versato. Vi si faceva ogni cosa, vi si mangiava, vi si dormiva, in una accozzaglia di carni fradicie e di cenci.
Pietro pensò che il dolce odore di rose non veniva certamente di là. Finiva ad ogni modo di far il giro della sala, rischiarata da quattro lanterne fumose e che credeva assolutamente vuota, quando ebbe la sorpresa di scorgere, a sinistra, poggiata al muro, una forma indistinta, una donna, vestita di nero, che teneva in grembo un involto bianco. Era sola affatto in quella solitudine, e non si moveva, con gli occhi spalancati.
Egli si avvicinò e riconobbe la Vincent, che gli disse, con voce sommessa:
- Ah! Rosa ha sofferto tanto oggi! Dall'alba non ha cessato di dar un lamento... E siccome, due ore fa, ha preso sonno, non m'arrischio più a muovermi, pel timore che si desti e torni a soffrire.
Serbava la sua immobilità da madre martire che, per mesi, aveva tenuto la figlia così, con la speranza pertinace di farla guarire. L'aveva portata in braccio, a Lourdes, ve la faceva girare e l'addormentava su quelle braccia stesse, non avendo nè una camera, nè un letto all'ospedale.
- La povera, piccina non migliora dunque? ? domandò Pietro, di cui il cuore sanguinava.
- No, signor abate: non credo.
- Ma, riprese lui, voi state malissimo su quella panchina. Bisognerebbe far qualche pratica per non rimanere sul lastrico così. Avrebbero accettato la vostra piccina in qualche Casa, senza dubbio.
- A che pro', signor abate? Ella sta bene sulle mie ginocchia. Eppoi, non mi avrebbero concesso di star sempre con lei... No, no, preferisco averla così, fra le braccia: mi sembra che finirò col salvarla.
Due grosse lagrime le scorrevano sul volto irrigidito.
E continuò, con voce soffocata:
- Non sono priva di risorse: avevo trenta soldi, partendo da Parigi e me ne restano ancora dieci. Io mi accontento di pane e lei, povero tesoro, non può nemmeno più bere un sorso di latte... Ho quanto mi può occorrere, sino all'ora della partenza e se essa guarisce saremo ricche, oh! tanto, tanto ricche!
Si era chinata e guardava, al lume vacillante della lanterna vicina, il viso bianco di Rosa, di cui un lieve respiro schiudeva il labbro.
- Guardate come dorme!... Non è vero, signor abate, che la Santa Vergine avrà pietà di lei e la farà guarire? Non rimane che un giorno solo; ma io non dispero: e pregherò tutta la notte, senza muovermi da qui... Guarirà domani; bisogna vivere sino a domani...
Una pietà infinita invadeva Pietro, che se ne andò, temendo di piangere anche lui.
- Sì, sì, povera donna, sperate.
E la lasciò in fondo all'ampia sala, deserta e nauseabonda, fra il disordine delle panchine, immobilizzata nella sua dolorosa passione di madre, a segno da trattenere il respiro, per tema che il sussulto del suo petto destasse la piccola inferma. Crocefissa, essa pregava, a bocca chiusa, fervidamente.
Quando Pietro tornò vicino a Maria, essa gli domandò con impeto:
- E così! Queste rose? Ve ne sono qui accanto?
Egli non volle rattristarla, raccontandole quello che aveva veduto.
- No; ho cercato nella prateria e non vi sono rose.
- E' strano ? riprese lei, pensosa. ? Quel profumo è in pari tempo così dolce e penetrante... Voi lo sentite, non è vero? In questo momento, guardate! è di una forza straordinaria, come se tutte le rose del paradiso fiorissero qua attorno di notte.
Ma una lieve esclamazione del padre l'interruppe.
Guersaint si era alzato di nuovo, vedendo dei punti luminosi comparire in cima alla scalinata, a sinistra della Basilica.
- Eccoli, finalmente!
Infatti la testa della processione appariva.
Subito, i punti luminosi pullularono, allungandosi in una doppia fila tremula. Le tenebre sommergevano tutto e quella fantasmagoria sembrava si perdesse in alto, uscendo dalle buie profondità dell'infinito.
Ed in pari tempo la nenia pertinace ricominciava: ma rimaneva così lontana, così leggera, che somigliava finora al sommesso stormire di una raffica che si avvicina tra gli alberi.
- L'avevo detto io ? mormorava Guersaint. ? Bisognerebbe essere al Calvario per vedere tutto lo spettacolo.
Tornava alla prima idea, colla sua ostinazione da ragazzo, lamentandosi che si fosse scelto il peggiore dei posti.
- Ma, babbo ? disse alla fine Maria ? perchè non vi sali tu al Calvario? Sei ancora in tempo; Pietro resterà con me.
E soggiunse, con triste risatina:
- Va' là, nessuno mi porterà via.
Egli rifiutava; poi si arrese ad un tratto, incapace di resistere all'impulso di un desiderio. Dovette affrettarsi ed attraversare rapidamente la prateria.
- Non vi muovete, aspettatemi sotto questi alberi; vi racconterò poi quello che avrò veduto lassù.
Pietro e Maria rimasero soli, in quel lembo di solitudine oscura, dove spirava un profumo di rose, senza che vi fosse una sola rosa nei dintorni. E sostarono, guardando la processione che scendeva, scivolando con mossa piana e continua.
Era come una doppia siepe di stelle tremule, che, sorgendo dall'angolo sinistro della Basilica, seguiva ora la scalinata monumentale, di cui disegnava a poco a poco la curva. A quella distanza, non si potevano ancora distinguere i pellegrini che portavano i ceri e non si scorgevano che delle fiammelle in viaggio, bene disciplinate, che segnavano, nell'ombra, delle linee regolari. I monumenti stessi rimanevano indistinti nella notte azzurra, appena accennati da tenebre più fitte.
Ma, a poco a poco, man mano che il numero dei ceri cresceva, delle linee architettoniche si rischiaravano; i contorni snelli della Basilica, gli archi ciclopici delle scalinate, la forma goffa e schiacciata del Rosario. Un'aurora si diffondeva da quel fiume ininterrotto di vivide scintille, che fluiva, fluiva senza fretta, colla mossa pertinace di una piena straripante che nulla arresta, un nembo luminoso crescente ed invadente, che doveva alla fine inondare tutto l'orizzonte della sua gloria.
- Ma guardate un po', guardate, Pietro! ? ripeteva Maria, presa da gioia fanciullesca ? Non finisce più; ve ne sono sempre ancora!
Infatti, lassù, l'apparizione improvvisa delle piccole luci continuava con una regolarità meccanica, come se qualche fonte celestiale inesauribile avesse riversato così sulla terra quella polvere di sole.
La testa della processione era giunta ai giardini e si trovava all'altezza della Vergine Incoronata: cosicchè la doppia linea di fiamme non segnava ancora che la curva della tettoia del Rosario e quella della grande scalinata d'ingresso.
Ma l'avvicinarsi della moltitudine si faceva sentire in un'agitazione dell'aria, un soffio vivente, venuto da lontano e le voci specialmente suonavano più distinte, la nenia di Bernadette sorgeva con un crescendo, con un clamore di alta marea che ripeteva sempre il ritornello: Ave, ave, ave Maria! con accompagnamento ritmico, sempre più forte.
- Ah! quel ritornello ? mormorò Pietro ? vi penetra nelle carni. Mi sembra che tutta la mia persona finisca col cantarlo.
Maria fece udire di nuovo la sua risata da bambina.
- E' vero: mi segue dappertutto. L'altra notte, lo udivo dormendo. Ed ecco che mi afferra di bel nuovo e mi trasporta al disopra della terra.
S'interruppe per dire:
- Eccoli dall'altra parte del prato, rimpetto a noi.
La processione seguì allora il lungo viale dritto; poi, dopo aver girato la Croce dei Brettoni, attorno alla prateria, ridiscese dall'altro viale dritto. Impiegò più di un quarto d'ora per eseguire quel movimento. Ed ora la doppia fila segnava due lunghi tratti di fiamme parallele, sormontate da una figura sfolgorante e trionfale.
Ma la meraviglia continua era il cammino senza posa di quel serpente di fuoco, di cui le anella d'oro strisciavano così dolcemente sulla terra bruna, allungandosi, allungandosi all'infinito, senza che si vedesse mai la fine dell'immenso corpo fiammeggiante. Più volte, fra quella ressa le linee si erano piegate, quasi prossime a scomporsi: ma l'ordine si era ristabilito e di nuovo il fiume si era messo a fluire in lenta regolarità. In cielo pareva vi fossero meno stelle.
Una via lattea era caduta da lassù, col suo spolverìo di astri, continuando sulla terra la ridda delle stelle. Un chiarore azzurro fluiva dall'alto ? non c'era più che del cielo; i monumenti e gli alberi prendevano un'apparenza di sogno, nella luce misteriosa delle migliaia di ceri, di cui il numero cresceva sempre.
Maria diede un sospiro soffocato d'ammirazione ? e non trovando parole, ripeteva:
- Com'è bello, Dio mio, com'è bello!... Guardate dunque, Pietro, com'è bello!
Ma, dacchè la processione sfilava a pochi passi da loro, non era più soltanto una marcia ritmica di stelle, che nessuna mano reggeva. Essi cominciavano ora a discernere le persone in mezzo al nembo luminoso, ravvisando, al passaggio, qualcuno dei pellegrini che reggevano i ceri. Anzitutto fu la Grivotte che aveva voluto prendere parte alla cerimonia, nonostante l'ora tarda, esagerando il suo benessere, ripetendo che non si era mai sentita più sana e forte; ed, esaltata, camminava con passo leggero da ballo sotto la frescura notturna che le metteva i brividi. Poi apparvero i Vigneron, il padre alla testa, col suo cero che reggeva molto alto, seguìto dalla Vigneron e dalla Chaise che si trascinavano affrante: mentre il piccolo Gustavo, rifinito, pestava la sabbia colle gruccie, avendo la mano destra coperta di gocce di cera.
Tutti gli ammalati validi erano là, Elisa Roquet, fra gli altri, che passò come un'apparizione di dannata, con la faccia scoperta e sanguigna.
Altri ridevano, come la piccola miracolata dell'anno precedente, Sofia Couteau, che, dimentica della cerimonia, si trastullava col cero come con una mazza.
Passavano, passavano delle teste e delle teste ancora, delle donne specialmente, alcune d'una trivialità volgare, altre d'un'espressione stupenda, che, intravedute per un momento, si dileguavano poi sotto quell'illuminazione fantastica.
E la gente non finiva mai e ne veniva sempre dell'altra, ed osservarono anche una piccola ombra nera molto discreta, la Maze, che non avrebbero riconosciuta se non avesse alzato, per un momento, la faccia pallida, inondata di lagrime.
- Guardate ? spiegò Pietro a Maria ? ecco i primi lumi della processione che giungono sulla piazza del Rosario, e sono certissimo che la metà dei pellegrini è ancora davanti alla Grotta.
Maria aveva alzato gli occhi. Infatti, laggiù, all'angolo sinistro della Basilica, vide altri lumi sorgere, regolari e senza tregua, in quella specie di movimento meccanico che pareva non dovesse fermarsi più.
- Ah! quante anime in pena ? disse ella ? poichè ognuna di quelle fiammelle, non è vero? è un'anima che soffre e si redime.
Pietro doveva chinarsi per udirla, perchè il cantico, la nenia di Bernadette, lo stordiva, dacchè la piena passava così vicina.
Le voci scoppiavano in un delirio crescente, le strofe si erano confuse a poco a poco, ogni ramo della processione cantava la sua, con voce estatica da ossessi, che non si ascoltano più l'un l'altro. Era un immenso clamore indistinto, il clamore delirante di una folla che il fervore della propria fede inebbriava sempre più.
Ma, comunque, il ritornello, l'Ave, ave, ave, Maria! tornava sempre tonante e dominante, col suo ritmo di vaneggiamento frenetico.
Ad un tratto, Pietro e Maria furono stupiti di rivedere Guersaint.
- Ah! cari ragazzi, non ho voluto indugiare lassù; ho tagliato due volte la processione per passare. Ma che spettacolo! E' certamente la prima cosa veramente bellissima a cui assisto dacchè sono qui.
E si diede a descrivere la processione dalle alture del Calvario.
- Immaginate, ragazzi, un altro cielo, sulla terra che riverbera quello di lassù, ma un cielo occupato per intero da una costellazione unica, immensa. Quel brulichio di astri sembra lontan lontano, nella profondità buia; ed il rivo di fuoco rappresenta un ostensorio, sì, un ostensorio di cui le scalinate formano il piede, i due viali paralleli il corpo, mentre il prato circolare che lo circonda rappresenta l'ostia. E' un ostensorio d'oro ardente, che sfolgora in mezzo alle tenebre, con un perpetuo scintillìo di stelle in cammino.
Non c'è che lui, gigantesco e maestoso... In verità non ho mai veduto nulla di così straordinario!
Agitava le braccia, fuori di sè, in una emozione da artista.
- Babbo caro ? disse Maria, teneramente ? giacchè sei qui, dovresti andare a letto; sono quasi le undici sai, e domani devi partire alle due di notte, te ne ricordi?
Soggiunse per deciderlo:
- Mi fa tanto piacere che tu faccia quella gita! soltanto torna presto domani sera, perchè vedrai, vedrai...
E non osò affermare la sua certezza di guarire.
- Hai ragione, vado a letto ? disse Guersaint, celiando. ? Dal momento che Pietro è qui, non sono inquieto.
- Ma ? esclamò lei ? non voglio che Pietro vegli tutta notte. Quando mi avrà condotta alla Grotta non avrò più bisogno di nessuno: il primo lettighiere capitato mi ricondurrà all'ospedale, domani mattina.
Pietro taceva. Poi disse semplicemente:
- No, no, Maria, io resto... Passerò la notte alla Grotta come voi.
Essa apriva la bocca per insistere ed arrabbiarsi. Ma Pietro aveva parlato così dolcemente, ed ella aveva sentito, nelle sue parole, una sete così dolorosa di felicità, che serbò il silenzio, commossa sin nelle più intime latebre.
- Basta, cari ragazzi, disse il padre, mettetivi d'accordo, so che siete molto ragionevoli entrambi. Buona notte, non vi curate di me.
Abbracciò lungamente la figliuola, strinse la mano al giovine prete; poi se ne andò, perdendosi tra le fitte file della processione che dovette attraversare di nuovo.
Allora essi rimasero soli, nel loro cantuccio d'ombra e di solitudine, sotto i grandi alberi; lei, sempre seduta in fondo alla carrozzetta, lui, inginocchiato tra l'erba, poggiandosi col gomito ad una delle ruote. E passarono un'ora deliziosa, mentre la sfilata dei ceri continuava e si raggruppavano tutti sulla piazza del Rosario. Quello che incantava Pietro, si era che non ritrovava più sopra Lourdes nessuna traccia delle gozzoviglie del giorno. Pareva che un vento purificatore fosse sceso dai monti, spazzando l'odore dei cibi grassi, le gioie voraci della domenica, tutto quel nembo di polvere, infocata ed appestata di festa forese, galleggiante sulla città. Non si vedeva più che un cielo immenso, tempestato di stelle purissime e la frescura del Gave era deliziosa ed i soffi erranti portavano i profumi dei pini silvestri.
L'infinità del mistero pervadeva la pace suprema della notte e della materia volgare non restavano che le fiammelle, paragonate dalla sua compagna ad anime peccanti, che si stavano redimendo.
Una calma divina ed una speranza sconfinata spiravano nell'aria; dacchè egli era là, i ricordi disgustosi del pomeriggio, gli appetiti voraci, la simonia impudente, la vecchia città, corrotta e prostituita, sparivano a poco a poco, per cedere il posto a quel ristoro delizioso, a quella notte così bella, in cui tutto l'esser suo si tuffava come in un'acqua di resurrezione.
Anche Maria, penetrata di dolcezza infinita, mormorò:
- Ah! come Bianca sarebbe felice di vedere tutte queste meraviglie!
Pensava alla sorella lasciata a Parigi, nella fatica del suo duro mestiere di maestra che corre da mane a sera per le lezioni private. E quella sola parola, quella sorella di cui essa non aveva parlato, dacchè erano a Lourdes e che sorgeva là inattesa, bastò per evocare tutto il passato, senza bisogno di parole.
Maria e Pietro rivissero la loro infanzia, i giuochi di un tempo, nei due giardini attigui, divisi da una siepe. Poi fu la separazione, il giorno in cui egli entrò al seminario, ed essa lo baciò sulle guancie, con lagrime ardenti, giurando di non dimenticarlo mai.
Passarono degli anni, e si ritenevano divisi per sempre, lui prete, lei inchiodata sul seggiolone dalla malattia ed avendo perduta la speranza di diventar donna. Era tutta la loro storia questa: una tenerezza ardente, per lungo tempo inconsapevole, poi una completa rottura, quantunque vivessero vicini. Essi rivedevano ora la dimora povera, dove la sorella maggiore procurava di mettere un po' di benessere, colle sue lezioni, quella povera dimora da cui erano partiti per venire a Lourdes, dopo tante lotte, tante discussioni, tra i dubbi dell'uno e la fede fervida dell'altra, fede che aveva vinto.
Ed era veramente delizioso per loro il ritrovarsi così soli affatto, in quell'angolo di tenebre, in quella notte mirabile dove c'erano sulla terra altrettante stelle quante in cielo.
Maria aveva serbato fino allora un'anima da bambina, un'anima bianca, come diceva suo padre, la più pura e la migliore delle anime. Colpita dal male a tredici anni, non era invecchiata. Oggi, a ventitrè anni, ne aveva sempre quattordici, rimasta infantile di mente, concentrata in sè stessa, tutta assorta nella catastrofe che l'annichiliva. Lo si vedeva dai suoi occhi fissi, dalle sue astrazioni perenni, dalla sua aria sempre preoccupata, dalla incapacità in cui essa era di pensare ad altro o di veder altro.
E non c'era anima di donna più semplice della sua, fermata nello sviluppo, come l'anima di una buona bambina, in cui la passione al suo primo destarsi si appaga di qualche bacione sonoro sulle guancie.
Non aveva avuto altro romanzo in vita sua che l'addio lagrimoso dato all'amico, e quel romanzo bastava da dieci anni al suo cuore. Durante le giornate interminabili passate da lei sul suo giaciglio di spasimi, non aveva mai sognato cosa più audace di questo che, se ella fosse stata sana, Pietro probabilmente non si sarebbe fatto prete per vivere con lei.
Non leggeva mai romanzi. I libri pii che le permettevano la mantenevano nell'esaltamento di un amore sovrumano. Perfino i rumori della vita esterna spiravano sulla soglia della camera dov'essa viveva in clausura; e negli anni addietro, quando la facevano girare i luoghi di bagno da un capo all'altro della Francia, essa attraversava la folla da sonnambula che non vede e non ode nulla, sempre concentrata nell'idea fissa della sua decadenza, dell'infermità che la rendeva senza sesso. Da ciò quella purezza e quell'infantilità, quella adorabile creatura di miseria, cresciuta nella triste persona, pur non portando in cuore che il risveglio lontano, l'amore inconsapevole dei tredici anni.
La mano di Maria cercò, nelle tenebre, quella di Pietro, e quando l'ebbe incontrata, già stesa per venire ad incontrare la sua, la strinse a lungo. Ah, che gioia! Non avevano mai gustato una dolcezza così pura e così perfetta nel trovarsi insieme lontani dal mondo, nell'incanto supremo dell'ombra e del mistero. Attorno a loro non v'era più altro che la ridda delle stelle. E la nenia che li cullava pareva il delirio stesso, il delirio alato, che li rapiva negli spazi. Ed essa sapeva bene che sarebbe guarita l'indomani, quando avrebbe passata una notte di ebbrezza davanti alla Grotta; era una convinzione assoluta, si farebbe ascoltare dalla Beata Vergine, ne otterrebbe remissione, quando fosse sola, faccia a faccia con lei, ad implorarla.
E comprendeva bene quello che Pietro aveva voluto dire, poco prima, esprimendo il desiderio di passare, anche lui, tutta la notte davanti alla Grotta.
Non voleva dire forse che egli era deciso a tentare uno sforzo supremo di fede, che si inginocchierebbe come un bambino, pregando la Madre onnipotente di rendergli la fede perduta?
Anche adesso, senza che avessero bisogno di dir altro, le loro mani congiunte si ripetevano queste cose. Si promettevano di pregare l'uno per l'altra, e, dimentichi di se stessi, le loro anime si fondevano in un desiderio così ardente della loro mutua guarigione, della loro felicità, che toccarono per un momento l'apice dell'amore, che fa la dedizione ed il sacrificio di se stesso. Fu un gaudio divino.
- Ah! ? mormorò Pietro ? quella notte azzurra, quell'infinito d'ombra che vela tutta la bruttezza delle genti e delle cose, quella pace fresca ed immensa in cui vorrei sopire il mio dubbio...
La sua voce si spense. Maria disse alla sua volta, molto piano:
- E le rose, quel profumo di rose? Non lo sentite, amico mio? Dove sono mai, che voi non le avete vedute?
- Sì, sì lo sento. Ma non vi sono rose. Le avrei certamente vedute, perchè le ho cercate dappertutto.
- Come potete dire che non vi sono rose, mentre profumano l'aria attorno a noi e siamo immersi nel loro profumo? Guardate! Vi sono dei momenti in cui quella fragranza è così acuta, che mi sento venir meno dalla delizia nel respirarla! Debbono essere qui, e innumerevoli, sotto i nostri piedi.
- No, ve lo accerto, ho guardato dappertutto. Non vi sono rose. Oppure bisogna che siano invisibili, che siano quest'erba stessa che calpestiamo, questi alberi immensi che ci sorgono intorno, bisogna che il loro profumo esca dalla terra stessa, o dal torrente vicino, o dai boschi, o dai monti.
Tacquero per un momento. Poi essa riprese, a mezza voce:
- Che dolce fragranza, Pietro! Mi pare che le nostre due mani congiunte olezzino come un fascio di fiori.
- Infatti, spirano un olezzo squisito; ed è da voi, Maria che il profumo si diffonde ora, come se le rose vi fiorissero nei capelli.
Non dissero altro. La processione continuava a sfilare; delle vivide scintille apparivano sempre dalla parte della Basilica, erompendo dall'oscurità come da una sorgente inesauribile.
L'immensa fiumana delle fiammelle in cammino, nel suo doppio circuito, rigava l'ombra di un nastro di brage. Ma lo spettacolo più bello era la piazza del Rosario, dove la testa della processione, continuando la sua lenta evoluzione, si ripiegava sopra sè stessa, in un circolo sempre più stretto, una specie di ridda ostinata che portava al colmo lo sbalordimento dei pellegrini, rifiniti dalla fatica, e faceva salire ad un crescendo delirante i loro canti.
In breve la ridda non fu più altro che un nucleo infiammato, un nucleo da nebulosa, attorno a cui il nastro di brage veniva a ravvolgersi continuamente, senza posa e senza fine; ed il braciere s'allargava, diventando prima uno stagno, poi un lago. Tutta l'immensa piazza del Rosario si trasmutava in un mare di fuoco, di cui i marosi sfolgoranti oscillavano nella vertigine di un vortice che non si fermava mai. Un riverbero di aurora imbiancava la Basilica. Il resto dell'orizzonte invece era sommerso in un'oscurità profonda.
Non si vedevano in lontananza che alcuni ceri perduti, che erravano soli, come delle lucciole vaganti in cerca della loro via con la loro piccola lampada. Però una coda vagabonda della processione doveva essere salita sul monte del Calvario, perchè altre stelle viaggiavano lassù, in pieno cielo. Finalmente venne un'ora in cui gli ultimi ceri apparvero, fecero il giro delle praterie, fluirono e si sommersero nel mare di fiamme. Trentamila ceri vi ardevano, girando sempre, con scintillìo perennemente ravvivato, sotto l'immenso cielo placido in cui le stelle erano impallidite.
Un nembo luminoso saliva col cantico, di cui il ritornello inebbriante non si interrompeva mai. Ed il ronzìo delle voci, degli Ave, Ave, Ave Maria! era come il crepitìo di quei cuori di fuoco che si consumavano in preghiere, per liberare le anime.
Ad uno ad uno, i ceri si erano spenti, la notte tornava a diffondersi, molto fosca e molto mite, quando Pietro e Maria si avvidero di essere ancora là, celati sotto il mistero degli alberi, colla mano nella mano.
In lontananza, nelle vie buie di Lourdes, non vi erano più che dei pellegrini smarriti, i quali domandavano la strada per ritrovare il loro letto. Dei fruscii attraversavano l'ombra, tutto ciò che vaga attorno e si addormenta, nella chiusa dei giorni festivi.
Ed essi rimanevano là immobili, dimentichi di ogni cosa, vinti da una dolcezza suprema, nella fragranza delle rose invisibili.

 4.
Pietro fece scorrere il carro di Maria davanti alla Grotta, mettendolo il più vicino possibile al cancello. Era passata la mezzanotte, un centinaio di persone erano raccolte colà, alcune sedute sui sedili, la maggior parte genuflesse e come annientate nella preghiera.
La Grotta fiammeggiava, scintillante di ceri, simile ad una cappella ardente, senza che vi si potesse distinguere altro che quel polverìo di stelle, d'onde la statua della Vergine emergeva, bianca, nella sua nicchia, di una bianchezza di sogno.
Le rampicanti spioventi dall'alto assumevano uno splendore di smeraldo, le migliaia di grucce che tappezzavano la vôlta somigliavano ad un intreccio inestricabile di sterpi disseccati, prossimi a rifiorire.
E quel vivido bagliore faceva apparire più fosca l'ombra circostante; i dintorni si perdevano in tenebre fitte, dove non sussisteva più nulla, nè mura, nè alberi, mentre nel silenzio saliva, unica, la voce ruggente ed ininterrotta del Gave, di cui le acque scorrevano lì accanto, diffondendo una frescura deliziosa sotto il cielo placido, invaso ora di un'afa di fortissimo temporale.
- Vi trovate bene, Maria? ? chiese dolcemente Pietro ? Non sentite freddo?
Essa aveva avuto un brivido. Ma era il soffio dell'al di là che le sembrava spirasse dalla Grotta.
- No, no, mi trovo bene! Mettetemi soltanto lo scialle sulle ginocchia. Ed ora grazie, Pietro; non vi prendete pensiero di me; non ho più bisogno di alcuno, ora che sono con lei.
Le veniva meno la voce, cadeva già in estasi, con le mani giunte, gli occhi volti alla statua bianca, in una trasfigurazione devota del suo povero viso di ammalata. Pietro, però, le rimase ancora vicino per alcuni minuti. Avrebbe voluto ravvolgerla nello scialle, perchè vedeva le sue manine scarne agitate da un tremito. Ma temeva di farla stizzire e si limitò a rimboccarle attorno lo scialle come ad un bambino; mentre lei, rizzandosi un po', coi gomiti poggiati ai due lati della carrozzetta, non lo vedeva più.
Pietro scorse una panchina e si sedeva, per raccogliersi anche lui, quando i suoi sguardi caddero sopra una donna, genuflessa nell'ombra. Vestita di nero, era così sottile, così umile, così meschina che egli non l'aveva osservata sulle prime, tanto si confondeva colle tenebre. Poi, indovinò la signora Maze. Ricordò allora la lettera che essa doveva aver ricevuto durante il giorno. Ed ebbe pietà di lei, sentì l'abbandono di quella solitaria, che, non avendo piaghe fisiche da guarire, chiedeva solo alla Beata Vergine di dar conforto all'affanno del suo cuore, convertendo il marito infedele.
La lettera doveva essere qualche risposta dura, perchè la donna, colla faccia china, sembrava non esistesse più, caduta in un'umiltà da povera creatura bastonata.
Sola, di notte, indugiava volentieri in quel luogo, felice di perdersi nell'angoscia, di poter per lunghe ore piangere, soffrire il martirio, implorare il rifiorire delle dolcezze svanite, senza che alcuno sospettasse il suo doloroso segreto.
Le sue labbra non si muovevano neppure; era il suo cuore ferito che pregava, reclamando disperatamente la sua parte di amore e di felicità.
Ah! quella sete inestinguibile di felicità che conduceva alla Grotta tutta quella gente, quei feriti del corpo e dell'anima. Pietro la sentiva anche lui ardergli il sangue nel fervido bisogno di appagamento! Ed avrebbe voluto buttarsi ginocchioni e domandare l'aiuto divino, colla fede di quella donna.
Ma le sue membra erano come strette da vincoli, e non trovava le parole adatte.
Fu un sollievo per lui quando si sentì toccare il braccio.
- Signor abate, venite un po' con me, se non conoscete la Grotta. Vi troverò un posto; è così gradevole starvi a quest'ora.
Egli alzò la testa e riconobbe il barone Suire, direttore dell'Opera pia di Nôtre Dame du Salut.
Si vedeva che quell'uomo semplice e benevolo si era preso simpatia per lui.
Accettò la sua profferta e lo seguì nella Grotta che era affatto vuota. Quando furono passati, il barone richiuse il cancello, di cui aveva una chiave.
- Venite, signor abate, questa è l'ora in cui si sta veramente bene qui. Per conto mio, quando vengo a passare alcuni giorni a Lourdes, è raro che mi corichi prima dell'alba, perchè ho l'abitudine di finir qui la mia notte... Non c'è più nessuno; si è assolutamente soli... e che grato soggiorno, non è vero? Come si sente di essere in casa della Beata Vergine!
Sorrideva, bonariamente, facendo gli onori della Grotta, da vecchio amico intimo, un po' indebolito dagli anni, pieno di tenerezza per quell'angolo dilettoso.
Del resto, sebbene tanto divoto, non era impacciato, discorreva, dando spiegazioni con la famigliarità d'un uomo che si sa amico del cielo.
- Ah! voi guardate i ceri... Ne ardono quasi duecento alla volta, giorno e notte, e finiscono col riscaldare l'ambiente... L'inverno, si sta caldi qui.
Pietro, infatti, si sentiva un po' oppresso dall'odore tepido della cera. Abbagliato dalla luce viva, guardava il grande candelabro triangolare del centro, in forma di piramide, tutto irto di piccoli ceri, simile ad un tasso fiammeggiante, costellato di astri. In fondo, in un candelabro dritto, messo al livello del suolo, sorgevano i grossi ceri, in fila, di altezze ineguali come le canne di un organo, taluni grossi come una coscia. Ed altri candelabri ancora posavano qua e là, sulle sporgenze della roccia. La vôlta della Grotta declinava a sinistra e la pietra era come cotta ed annerita dalle fiamme perenni che la riscaldavano da anni continuamente; la cera pioveva, in un impercettibile fioccare di neve; sgocciava dal piede nei candelabri, bianchi di una polvere sempre più densa: tutta la roccia ne era imbevuta, nel toccarla la si sentiva unta; ed il terreno specialmente ne era ricoperto in tal modo che si erano verificate delle disgrazie ed avevano dovuto stendere delle stuoie per evitare le cadute.
- Vedete quei grossi ceri ? continuava, con cortesia, il barone ? sono i più cari: si pagano sessanta franchi e ardono per un mese... I più piccini che costano dieci soldi, non durano che tre ore... Oh! non ne facciamo economia; non ci mancano mai. Guardate! Ecco due altri canestri che non si è avuto il tempo di portare al magazzino.
Gli fece poi vedere tutto il mobilio, un organo-armonium, ricoperto da una fodera: una credenza a larghi cassetti, in cui si riponevano i paludamenti sacri; delle panche, delle seggiole, riservate al piccolo pubblico privilegiato, a cui si permetteva l'accesso durante le cerimonie: e, finalmente, un bellissimo altare mobile, ricoperto di lastre di argento cesellato, dono di una gran dama: altare che non si tirava fuori che durante i pellegrinaggi ricchi, per tema che l'umidità lo sciupasse.
Pietro era infastidito da quelle ciarle da uomo servizievole. La sua emozione religiosa perdeva del suo fascino. Entrando, aveva risentito, sebbene privo di fede, un certo turbamento, una specie di tremito dell'anima, come se stesse per ottenere la rivelazione del mistero.
Era una sensazione angosciosa ed in pari tempo dolcissima. E vedeva delle cose che lo toccavano molto, dei mazzi deposti in montagna ai piedi della Vergine, degli ex-voto infantili, delle scarpette sgualcite, un piccolo busto di ferro, una gruccia da bambola, simile ad un balocco. Ai piedi della gotica finestra naturale, dove si era mostrata l'apparizione, nel punto in cui i pellegrini sfregavano i rosari e le medaglie che volevano rendere sacre, la rocca era levigata e consumata. Milioni di labbra ardenti avevano impresso colà il loro bacio, con tale veemenza d'amore, che la pietra si era calcinata, ed appariva venata di nero, e lucida come marmo.
Ma si fermò, in fondo, davanti ad un incavo in cui si vedeva una gran quantità di lettere e di carte di ogni genere.
- Ah! dimenticavo! ? riprese il barone ? ecco il più interessante. Sono le lettere che i fedeli gettano, quotidianamente, dal cancello nella Grotta. Noi le raccogliamo e le mettiamo là. E, d'inverno, sono io che mi diverto ad esaminarle. Capirete, non si può bruciarle senza aprirle, perchè contengono spesso dei denari, delle monete da dieci, da venti soldi, ed in ispecie dei francobolli.
Rimestò le lettere, ne prese una a caso, mostrò la soprascritta, dissuggellandola per leggerla. Quasi tutte erano povere lettere di gente incolta, di cui l'indirizzo: "A Nôtre Dame di Lourdes" si allargava in grossi caratteri irregolari. Molte racchiudevano delle domande, o dei ringraziamenti, in frasi scorrette, scritte con ortografia straordinaria: e nulla era più commovente, alle volte, che la natura di quelle domande, un fratellino da salvare, un processo da vincere, un amante da conservare, un matrimonio da concludere.
In altre lettere, lo scrivente andava in collera, faceva dei rimproveri alla Beata Vergine, che non aveva avuto la creanza di rispondere ad una prima lettera, colmando i voti del firmatario. Poi, ve n'erano altre, di scrittura più fine, con frasi corrette, confessioni, preghiere ardenti, sfoghi di anime femminili, che scrivevano alla Regina del cielo quello che non osavano dire al prete, nell'ombra del confessionale. Finalmente, una busta, presa a caso, non conteneva che una fotografia ? una ragazzetta mandava la propria fotografia a Nôtre Dame di Lourdes con questa dedica: "Alla mia buona Madre."
Insomma, ogni giorno si trovava alla Grotta la posta di una Regina potentissima, che riceveva suppliche e confidenze, e doveva rispondere con grazie e benefizi di ogni genere.
Le monete da dieci o da venti soldi erano un'ingenua testimonianza di affetto per rendersela propizia: in quanto ai francobolli, non erano probabilmente che un mezzo comodo per inviar denaro, a meno che non fossero un mero atto di semplicità, come nella lettera di una contadina, la quale aveva messo un bollo, dicendo che aspettava la risposta.
- Vi assicuro ? concluse il barone ? che ve ne sono di graziosissime, molto meno sciocche di quello che si potrebbe credere. Ho trovato, per tre anni, delle lettere molto interessanti di una signora, che non faceva nulla senza riferirlo alla Beata Vergine. Era maritata e risentiva la più pericolosa passione per un amico del marito. Ebbene, signor abate, ha trionfato, la Beata Vergine le ha risposto, mandandole l'usbergo della sua castità, la forza divina di resistere al proprio cuore.
S'interruppe per dire:
- Ma venite dunque a sedere qui, signor abate. Vedrete come ci si sta bene!
Pietro gli si pose vicino, sul sedile, a sinistra, dove la roccia declinava. Quell'angolo era infatti un luogo di riposo delizioso.
E cessarono di parlare; un silenzio profondo regnava, quando Pietro udì alle spalle un mormorìo indistinto, una lieve voce cristallina, che pareva uscisse dall'invisibile. Fece un gesto che il barone Suire intese.
- E' la sorgente che voi udite. Essa è là, in terra, dietro quell'inferriata. Volete vederla?
E senza aspettare che Pietro accettasse, si chinò per aprire uno degli sportelli che la chiudevano, facendo notare al giovane che la si proteggeva così per tema che i liberi pensatori vi buttassero del veleno.
Quest'idea straordinaria fece strabiliare il prete: ma finì coll'attribuirla al barone, che era veramente fanciullesco.
Questi, per altro, lottava invano col lucchetto che non voleva cedere.
- E' strano ? mormorò ? la parola è Roma, e sono certo che non l'hanno cambiata. L'umidità fa imputridire ogni cosa. Siamo costretti ogni due anni a cambiare le grucce lassù, che cadono in polvere. Portatemi un cero, ve ne prego.
Quando Pietro gli ebbe fatto lume con un cero, preso da uno dei candelabri, riuscì finalmente ad aprire il lucchetto di ottone, consumato dal verderame. E lo sportello di ferro girò, rivelando la sorgente. Era, in un crepaccio della rupe, sopra un fondo di ghiaia fangosa, un'acqua lenta, che sgorgava limpida, senza gorgoglio, ma da una apertura piuttosto larga.
Il barone spiegò che, per condurla alla fontana, l'avevano incanalata in condotti, ricoperti di cemento. Confessava anche che avevano scavato un serbatoio dietro la piscina, per raccogliere l'acqua durante la notte, lo scarso prodotto della fonte non potendo bastare al consumo quotidiano.
- Volete assaggiarne? ? chiese ad un tratto. ? E' ancora migliore qui, alla sua uscita di terra.
Pietro non rispondeva, guardando quell'acqua placida, quell'acqua innocente che si rigava di riflessi d'oro, sotto la luce vacillante della fiaccola. Delle gocce di cera, cadendo, l'animavano d'un tremito. E pensava a tutto il mistero che essa recava con sè, dal fianco occulto dei monti.
- Suvvia, bevetene un bicchiere!
Il barone aveva riempito, immergendolo nella fonte, il bicchiere che si trovava sempre là, ed il prete dovette vuotarlo.
Era una buona acqua pura, di quell'acqua trasparente e fresca che scorre da tutti gli altipiani dei Pirenei.
Com'ebbero richiuso il lucchetto, ripresero tutti due il loro posto sul sedile. Pietro continuava ad udire, tratto tratto, dietro di sè, il lieve bisbiglio d'uccello della fonte. Adesso il barone gli parlava della Grotta, in ogni stagione ed in ogni tempo, con un chiacchierìo affettuoso, pieno di particolari puerili. L'estate non era che la stagione brutale, le folle rusticane dei grandi pellegrinaggi, il fervore rumoroso delle migliaia di pellegrini accorsi a pregare ed a schiamazzare tutti insieme.
Con l'autunno giungevano le pioggie, pioggie torrenziali che flagellavano per lunghi giorni il limitare della Grotta; ed allora venivano i pellegrini delle terre remote, degli Indiani, dei Malesi, perfino dei Chinesi, piccoli stormi silenziosi ed estatici, che si inginocchiavano sul fango ad un cenno dei missionari. In Francia, fra tutte le antiche provincie, era la Brettagna che mandava i pellegrini più devoti; delle parrocchie intere, in cui gli uomini erano numerosi quanto le donne e di cui il contegno pio, la fede semplice e decente erano tali da edificare il mondo.
Poi giungeva l'inverno, il dicembre, coi suoi freddi terribili, le grandi nevicate che chiudevano l'accesso della montagna.
Delle famiglie venivano allora a stabilirsi negli alberghi, dei fedeli si recavano ogni mattina alla Grotta; quelli che volevano cansare il chiasso e parlare alla Beata Vergine, nella tenera intimità della solitudine.
Vi erano parecchi di questi che nessuno conosceva e che si mostravano solo quando erano certi di essere soli ad inginocchiarsi e ad adorare, come amanti gelosi ripartendo, sbigottiti, alla prima minaccia di una invasione di gente.
E come la scena era soave, nei giorni d'intemperie invernale! Nella pioggia, nel vento, nella neve, la Grotta serbava il suo sfolgorìo.
Persino nelle notti di bufera infernale, quando non v'era un'anima intorno, essa incendiava le tenebre vuote, ardeva come un braciere d'amore che nulla poteva spegnere!
Il barone raccontava che, durante le nevicate dell'inverno precedente, era venuto a passare dei pomeriggi interi in quel posto medesimo, quella panchina su cui sedevano ora. Sebbene la Grotta guardasse il nord, ed il sole non vi penetrasse mai, vi regnava un dolce tepore. La roccia, perennemente riscaldata dai ceri, dava certo quel mite calore; ma non si poteva anche credere ad un gentile benefizio della Vergine, la quale facesse regnare, là entro, un eterno aprile?
Gli uccellini lo intendevano bene; ed i fringuelli del vicinato, quando si sentivano le zampine agghiacciate dalla neve, si rifugiavano colà, svolazzando fra l'edera, attorno alla statua santa.
Ed era, infine, il risveglio della primavera, il Gave che travolgeva, con rombo di folgore, le nevi squagliate, gli alberi che rinverdivano sotto il ribollire delle linfe, mentre le turbe tornavano, invadendo rumorosamente la Grotta sfolgorante, da cui cacciavano gli uccellini del cielo.
- Sì, sì ? ripeteva il barone, con voce lenta ? ho passato qui, solo soletto, delle divine giornate d'inverno. Non vedevo che una donna, la quale s'inginocchiava qui, sul cancello, per non mettere le ginocchia sulla neve. Era molto giovine, forse sui venticinque anni, e molto bella; una bruna con stupendi occhi azzurri. Non diceva nulla; non sembrava nemmeno che pregasse, rimaneva così per ore, con aspetto di tristezza infinita. Non so chi fosse e non l'ho mai riveduta.
Cessò di parlare, e, due minuti dopo, come Pietro lo guardava, sorpreso dal suo silenzio, si accorse che si era addormentato con le mani riunite sul ventre, il mento poggiato al petto, e dormiva con un lieve sorrisetto, di un buon sonno da bambino. Probabilmente, quando raccontava di passare la notte alla Grotta, voleva dire che veniva a farvi un primo sonnellino da vecchietto felice, visitato dagli angeli.
Ed allora Pietro gustò anche lui il fascino di quella solitudine gentile. Infatti, una dolcezza infinita pervadeva l'anima, in quell'angolo di rupe. Proveniva dall'odore, un po' opprimente, della cera, e dall'abbagliamento estatico, in cui lo splendore dei lumi accesi faceva piombare.
Egli non distingueva più bene nè le grucce delle vôlte, nè gli ex-voto appesi alla parete, nè l'altare d'argento cesellato, nè l'organo-armonium nella sua fodera. Si sentiva preso, a poco a poco, da un'ebbrezza serena, in cui tutto l'essere suo pareva si annichilisse.
Ed aveva, sopratutto, la sensazione divina di essere lontano dal mondo vivente, in fondo all'incredibile ed al sovrumano, come se l'umile inferriata fosse divenuta il confine stesso dell'infinito.
Un lieve rumore, a sinistra, lo impensierì. Era la fonte che scorreva, scorreva sempre, col suo bisbiglio da uccello. Ah! come avrebbe voluto cadere in ginocchio e credere al miracolo ed avere l'ostinata convinzione che quell'acqua divina non era sgorgata dalla rupe che per guarire l'umanità spasimante! Non era venuto per prostrarsi, per implorare la Vergine di rendergli la fede dei bambini? Perchè dunque non pregava, non la scongiurava di rendergli la grazia? Il respiro gli mancava sempre più, i ceri lo abbagliavano a segno da dargli il capogiro. E rammentò che da due giorni, colla gran libertà di cui i preti godevano a Lourdes, egli aveva trascurato di dir le sue messe. Era in istato di peccato, e forse era questo il peso che gli opprimeva tanto il cuore.
La sua sofferenza si fece tale che dovette alzarsi ed andarsene; si limitò a spingere, piano, l'inferriata, lasciando il barone Suire addormentato sulla sua panchina.
Nella carrozzetta, Maria non s'era mossa, sempre un po' sollevata sui gomiti, con la faccia estatica volta verso la Vergine.
- Maria, vi trovate bene? Non avete freddo?
Essa non rispose, egli le tastò le manine, e le trovò morbide e tiepide, ma agitate però da un lieve tremito.
- Non è il freddo che vi fa tremare, Maria, non è vero?
Essa disse allora, con voce leggera come un soffio:
- No, no! Lasciatemi, sono così felice! La vedrò, oh la vedrò, lo sento... Ah! che incanto!
Allora, egli le accomodò lo sciallo, tirandolo in su un pochino e si allontanò, tuffandosi in piene tenebre, indicibilmente turbato.
Uscendo dagli sfolgoranti riverberi della Grotta, si cadeva in un buio caliginoso, un abisso di tenebre, in cui egli si smarriva, camminando a caso. Poi i suoi occhi si abituarono all'oscurità, si ritrovò presso al Gave e ne seguì la riva, un viale ombreggiato da grandi alberi, in cui si diffondeva di nuovo l'ombra fresca. Quell'ombra, quella frescura, così calmanti, gli davano refrigerio.
E non sentiva che una sorpresa ora, quella di non essersi inginocchiato, di non aver pregato come Maria, con tutto l'abbandono. Qual era dunque l'ostacolo che sorgeva in lui? Qual era la ribellione irresistibile che gli impediva di abbandonarsi alla fede, persino quando l'essere suo affranto, tormentato, anelava quella dedizione? Egli sentiva che era la sua ragione che protestava, e si trovava in una di quelle ore in cui avrebbe voluto ucciderla, quella ragione ingorda che gli struggeva la vita, vietandogli di essere felice, della felicità dei semplici e degli ignoranti. Forse, se avesse veduto un miracolo, avrebbe avuto la forza di credere. Per esempio, se Maria si fosse alzata ad un tratto e si fosse messa a camminare davanti a lui, si sarebbe prostrato, vinto finalmente dalla fede. Questa imagine di Maria salvata, di Maria guarita, lo commosse a tal punto che si fermò, con le braccia tremanti alzate al cielo, tempestato di stelle. Ah! gran Dio! Che bella notte profonda e misteriosa, profumata e leggera, e che gioia si diffondeva in quella speranza dell'eterna salute rifiorente, dell'amore eterno, rinascente all'infinito, come la primavera!
Camminò ancora, seguendo il viale sino in fondo. Ma i suoi dubbi tornavano; quando si esige un miracolo per credere, vuol dire che si è incapaci di fede. Dio non è in obbligo di dare la prova della sua esistenza. Era anche ripreso dall'idea che, fino a tanto che egli non avesse fatto il suo dovere da sacerdote, dicendo messa, Dio non lo esaudirebbe. Perchè non andava subito alla Chiesa del Rosario, di cui gli altari restavano, da mezzogiorno a mezzanotte, a disposizione dei preti di passaggio? E, ridisceso per un altro viale, si ritrovò sotto gli alberi, nell'angolo verdeggiante dove aveva veduto passare la fiaccolata con Maria. Non si scorgeva più nessuna luce: era un mare d'ombra senza limite.
Colà, Pietro ebbe una nuova esitanza; ed entrò automaticamente nel Ricovero dei pellegrini, come se avesse voluto guadagnar tempo.
La porta era spalancata, senza dare aria sufficiente all'ampia sala, gremita di gente. Fin dai primi passi si sentì ventilare la faccia dal caldo afoso dei corpi ammucchiati, dal lezzo denso e corrotto dei fiati e delle traspirazioni. Le lampade fumose davano una luce così scarsa, che dovette stare attento per non calpestare delle membra sparse; poichè l'ingombro essendo straordinario, molti che non avevano trovato posto sui sedili, si erano allungati in terra, sulle pietre umide ed insudiciate di detriti, dalla mattina in poi. E si vedeva colà una promiscuità senza nome: uomini, donne, preti coricati alla rinfusa, buttati a casaccio, così com'erano caduti, fulminati dalla fatica, la bocca aperta, annichiliti.
Moltissimi russavano, seduti, colle spalle al muro, la testa dondolante sul petto. Altri erano caduti; delle gambe si intrecciavano; una giovinetta giaceva attraverso alla persona di un vecchio curato di campagna, che rideva nel suo placido sonno da bambino. Era la stalla, gli accattoni della strada entrati a far festa in un ricovero, ottenuto per caso; era la raccolta di tutti quelli che, non avendo letto proprio, in questo lieto giorno di baldoria, erano venuti a riposarsi colà, fraternamente, addormentandosi l'uno fra le braccia dell'altro. Taluni però non trovavano il riposo, voltandosi, nell'eccitamento della loro inquietudine, od alzandosi per finire le provvigioni del loro canestro. Se ne scorgevano certuni immobili, con gli occhi spalancati nell'ombra.
Tra il ronzìo di chi russava, sorgevano delle grida, gettate in sogno, dei gemiti di dolore. Ed una grande pietà, una grande impressione di angoscia spiravano da quel branco di pezzenti, raccolti in mucchio, nella nausea dei loro cenci, mentre, probabilmente, le loro piccole anime bianche viaggiavano altrove, nelle regioni del sogno mistico.
Pietro si ritirava, nauseato, quando il suono di un gemito fioco e continuo lo fermò. Riconobbe allora, nello stesso posto e nella stessa posizione, la Vincent, che cullava la piccola Rosa sulle sue ginocchia.
- Ah! signor abate ? mormorò ? l'udite, eh? Si è destata un'ora fa e da quel momento grida... Vi giuro però che non ho mosso un dito, tanto ero felice di vederla dormire.
Il prete si era chinato, esaminando la piccina, che non aveva neppure più la forza di sollevare le palpebre. Il gemito le usciva dalle labbra, come il suo soffio stesso: ed era così bianca, che egli rabbrividì, perchè sentì che la morte si avvicinava.
- Dio giusto! Che farò mai? ? continuò la madre martirizzata, rifinita di forze. ? Non può durare così; non posso più udirla gridare... Se sapeste tutto quello che le dico: Gioia mia, mio tesoro, mio angelo, te ne scongiuro, non gridar più, sii buonina, la Beata Vergine ti guarirà!... Ed essa continua a gridare...
Singhiozzava, e le sue lagrime piovevano in grandi gocce sul viso della bambina, di cui il rantolo non cessava.
- Se fosse giorno, sarei già uscita da questa sala, tanto più che essa disturba la gente. C'è una vecchia signora che è già andata in collera. Ma ho paura che faccia freddo fuori; eppoi, dove andare, di notte?... Ah! Santa Vergine, santa Vergine, abbiate pietà di noi!
Pietro, preso dal pianto, mise un bacio sui capelli biondi di Rosa e fuggì, per non scoppiare in singhiozzi con quella madre dolorosa, e si recò difilato al Rosario, deciso a vincere la morte.
Aveva già veduto il Rosario di giorno, e quella chiesa, che l'architetto, disturbato dalla posizione, troppo addossata alla roccia, aveva dovuto fare tonda, bassa e schiacciata, con la cupola sostenuta da pilastri quadri, gli era spiaciuta. Il peggio si era che, nonostante il suo stile bizantino arcaico, non aveva nessun carattere religioso, era priva di mistero e di raccoglimento, simile a un mercato di grani, troppo nuovo, che la cupola e le larghe porte vetrate rischiaravano di luce troppo cruda.
Non era finita, d'altronde: mancavano i fregi; le pareti spoglie, vicino a cui sorgevano gli altari, non avevano altra decorazione che delle rose di carta colorata e degli ex voto meschini; e quegli ornamenti le davano sempre più l'aspetto di un'ampia sala di passaggio, dal suolo di pietra, che nei giorni piovosi si bagnava come l'ammattonato di una sala d'aspetto. Il grande altare provvisorio era di legno dipinto. Delle file innumerevoli di panche riempivano la rotonda centrale, panche che servivano di rifugio al pubblico e dove si poteva sedere a qualunque ora, perchè il Rosario restava spalancato, giorno e notte, alla turba dei pellegrini; come il Ricovero, era la stalla in cui Dio riceveva i suoi fedeli.
E Pietro ritrovò, nell'entrata, quella impressione di sala comune che la folla attraversa. Ma la luce non inondava più le mura spoglie, e soltanto i ceri che ardevano su tutti gli altari stellavano le grandi ombre indistinte, dormienti sotto le vôlte.
A mezzanotte avevano celebrato, con pompa straordinaria, fra grande splendore di lumi, di canti, di paludamenti d'oro, di turiboli oscillanti e fumanti, una messa cantata, molto solenne; e di tutto quello sfolgorìo glorioso non erano rimasti, sopra ognuno dei quindici altari del circuito, che i quindici ceri regolamentari necessari alla celebrazione della messa.
Quelle messe cominciavano a mezzanotte e non finivano che a mezzogiorno.
Al Rosario soltanto se ne dicevano quasi quattrocento durante quelle dodici ore.
In Lourdes, dove c'era una cinquantina di altari, il numero complessivo delle messe saliva a più di duemila al giorno. E l'affluenza dei preti era tale, che molti stentavano a compiere quel dovere, costretti a far coda, per delle ore, prima di trovar un altare libero.
Quello che fece stupire Pietro, quella notte, fu di vedere, nell'ombra, tutti gli altari assediati con delle file di preti che aspettavano pazientemente il loro turno, ai piedi dei gradini, mentre l'ufficiante si affrettava a bisbigliare le frasi latine, facendo grandi segni di croce; ma la stanchezza generale era così eccessiva, che la maggior parte di quei preti sedeva in terra e certi si addormentavano sui gradini, in mucchio, vinti dal sonno, aspettando che il sagrestano li svegliasse. Per un momento girò su e giù, indeciso; doveva aspettare come gli altri?
Ma lo spettacolo che aveva davanti lo tratteneva.
Delle turbe di pellegrini si pigiavano a tutti gli altari, a tutte le messe, facendo la comunione in fretta, con una specie di fervore vorace.
I cibori si riempivano e si vuotavano senza posa, e le mani dei preti si stancavano nel distribuire il pane della vita; e Pietro si stupiva di nuovo, non avendo mai veduto nessun angolo di terra inaffiato a tal punto dal sangue divino e dove la fede si esaltasse in una tale ebbrezza delle anime.
Era come un ritorno ai tempi eroici della Chiesa, quando i popoli si inginocchiavano sotto lo stesso soffio di credulità, affidando, nello sgomento della loro ignoranza, la propria felicità alla grazia di un Dio onnipotente.
Poteva credersi trasportato indietro di nove o dieci secoli, ai tempi di grande devozione pubblica, quando si riteneva prossima la fine del mondo: tanto più che la turba dei fedeli, tutta la folla che aveva assistito alla messa cantata, era rimasta seduta sulle panche, facendo i propri comodi in casa di Dio come in casa propria.
Molti non avevano altro asilo. La chiesa non era dunque la loro casa, il rifugio ove la consolazione li attendeva giorno e notte? Quelli che non sapevano dove coricarsi e non avevano neppur trovato posto al Ricovero, entravano al Rosario, e riuscivano a volte ad allungarsi sopra una panca, oppure si stendevano sulla pietra.
Altri, che avevano il letto, indugiavano per la gioia di passare tutt'una notte in quella casa divina, dove aleggiavano tanti sogni celestiali.
Fino all'alba, la folla e la promiscuità erano straordinarie: tutte le file di panche occupate da dormienti sparsi in ogni angolo, poggiati ad ogni pilastro: uomini, donne, fanciulli, addossati gli uni agli altri, con la testa sulle spalle del vicino, confondendo in placida incoscienza aliti e respiri; lo sbaraglio d'una santa adunanza che il sonno ha fulminato, una chiesa tramutata in un'ospizio di circostanza, con la porta spalancata nella bella notte di agosto per dar il varco a tutti i viandanti delle tenebre, i buoni ed i malvagi, gli affranti e gli smarriti.
E dappertutto, ad ognuno dei quindici altari, i campanelli dell'elevazione tintinnivano senza posa, e dall'accozzaglia dei dormienti sorgevano ogni minuto degli stormi di fedeli che andavano a far la comunione, poi tornavano a confondersi nel branco senza nome e senza custodi, che si avvoltolava nella semi-oscurità come nella decenza di un velo.
Pietro continuava a vagare, con aria indecisa, attraverso ai crocchi indistinti, quando un vecchio prete, seduto sui gradini d'un altare, lo chiamò con un cenno.
Aspettava colà da due ore, e nel punto in cui veniva finalmente il suo turno, si sentiva preso da tal debolezza, che, per tema di non poter finire la messa, preferiva cedere il suo posto. Probabilmente la vista di Pietro vagante, smarrito ed addolorato nell'ombra, lo aveva commosso. Gli additò egli stesso la sagrestia, aspettò che il suo sostituto tornasse colla pianeta ed il calice, poi si addormentò di sonno profondo sopra una panca vicina.
Pietro disse la sua messa allora come la diceva a Parigi da galantuomo che adempie il suo dovere professionale. In apparenza sembrava molto pio. Ma nulla lo commoveva, nè gli inteneriva il cuore, e non otteneva risultato alcuno da due giorni di vita febbrile che aveva passati ora, in quell'ambiente straordinario e stupefacente. Al momento della comunione, quando si compie il mistero divino, sperava che un gran turbamento lo vincerebbe, che si sentirebbe invaso dalla grazia, di fronte al cielo aperto faccia a faccia con Dio; ma nulla avvenne; il suo cuore agghiacciato non ebbe nemmeno un battito, proferì sino all'ultimo le parole consuete, fece i gesti regolamentari con la correzione macchinale del mestiere. Nonostante il suo sforzo di fervore, un'idea sola tornava, ostinata, quella che in verità la sagrestia era troppo piccola per un tal numero di messe.
Come mai i sagrestani riuscivano a fornire i paludamenti sacri e la biancheria? Questo calcolo lo confondeva, occupandogli la mente con una persistenza stolta.
Poi, stupito, Pietro si ritrovò fuori; di nuovo, camminò nella notte, una notte che gli parve più nera, più muta, d'un vuoto infinito. La città era morta, non un lume vi ardeva. Non restava che il ronzìo del Gave che le sue orecchie, ormai abituate a quel suono, cessavano di percepire. E, ad un tratto, la Grotta gli fiammeggiò davanti, come un'apparizione miracolosa, incendiando le tenebre del suo braciere perpetuo, che ardeva come la fiamma di un'amore inestinguibile.
Egli vi era tornato inconsapevolmente, ricondottovi dal pensiero di Maria. Le tre stavano per suonare, i sedili erano quasi vuoti, non si scorgeva più che una ventina di persone circa, delle ombre fosche e indistinte, delle forme inginocchiate, delle estasi sonnacchiose, che si perdevano in un intorpidimento divino.
Pareva che la notte, inoltrandosi, avesse reso le ombre più fitte, respingendo la Grotta lontan lontano, come nella fantasticheria di un sogno.
Tutto si perdeva in una stanchezza voluttuosa, e dall'immensa campagna fosca non spirava più che una sonnolenza profonda, mentre la voce delle acque invisibili era come il ritmo stesso di quella sonnolenza, in mezzo a cui sorrideva la Beata Vergine, tutta bianca, con una aureola di ceri.
E, tra le poche donne svenute, la Maze stava sempre inginocchiata, con le mani giunte, la testa bassa, figurina così umile e meschina, che sembrava si fosse sciolta nella sua ardente invocazione.
Ma, subito, Pietro si avvicinò a Maria. Ella batteva i denti, e si figurò che la fanciulla dovesse essere agghiacciata all'avvicinarsi dell'alba.
- Ve ne scongiuro, Maria, copritevi! Volete dunque accrescere le vostre sofferenze?
E tirò in su lo scialle che era scivolato, sforzandosi di annodarglielo al mento.
- Avete freddo, Maria. Le vostre mani sono gelate.
Essa non rispondeva, sempre nella stessa attitudine che aveva due ore prima, quando egli l'aveva lasciata.
Coi gomiti poggiati ai lati della carrozzella, si sollevava a metà, in uno slancio verso la Beata Vergine, col volto trasfigurato, raggiante di gioia celestiale. Le sue labbra si agitavano senza che ne uscisse suono. Forse continuava un colloquio misterioso, cominciato nella regione fatata, nel sogno che faceva ad occhi aperti, dacchè era là. Ed egli le parlò ancora, ed ella non gli rispose mai. Poi, infine, mormorò da sè, con voce lontana:
- Oh! Pietro, come sono felice!... L'ho veduta, l'ho implorata per voi, ed essa mi ha sorriso e mi ha fatto un lieve cenno del capo, come per dirmi che mi udiva e mi esaudirebbe... Essa non mi ha parlato, Pietro, eppure ho inteso subito quello che mi diceva. Oggi, alle quattro del dopo pranzo, quando passerà il Santissimo Sacramento io guarirò.
Egli l'ascoltava, sconvolto. Aveva ella dormito senza chiudere gli occhi? Era in sogno che aveva veduto la Beata Vergine di marmo nicchiare col capo e sorriderle? Fu preso da un gran fremito all'idea che quella fanciulla purissima aveva pregato per lui.
E andò sino all'inferriata, cadde ginocchioni balbettando: "O Maria! O Maria!" senza sapere se quel grido del cuore si rivolgeva alla Vergine od all'amica adorata della sua infanzia. Poi restò lì, annichilito, aspettando la grazia.
Scorsero dei minuti interminabili. Questa volta era lo sforzo sovrumano, l'aspettativa del miracolo che era venuto a cercare per se stesso, la rivelazione subitanea, il baleno che doveva portar via il suo dubbio, rendendolo, ringiovanito e trionfante, alla fede dei semplici; egli si abbandonava, avrebbe voluto che una forza suprema si impadronisse dell'essere suo e lo trasformasse colla violenza. Ma, come poco fa, durante la messa, non percepiva in se che un silenzio sconfinato, un vuoto senza fondo. Nulla interveniva e pareva che il suo cuore disperato cessasse di battere.
Si sforzava invano di pregare, di fissare ostinatamente il pensiero su quella Vergine potentissima, così mite pei miseri: il suo pensiero gli sfuggiva, riconquistato dal mondo esterno, occupato di particolari puerili. Aveva veduto, dall'altra parte dell'inferriata, il barone Suire, ancora immerso nel suo sonno felice, con le mani riunite sul ventre.
Altre cose ancora richiamavano la sua attenzione, i mazzi di fiori ai piedi della Vergine, le lettere buttate là come nella buca della posta del cielo, il delicato merletto di cera che rimaneva ritto attorno alla fiamma dei grossi ceri e la circondava, come un ricco ornamento di argento traforato.
Poi, senza nesso apparente, sognò della sua infanzia, e la figura del fratello Guglielmo gli riapparve, distintissima. Non l'aveva più riveduto, dopo la morte della madre.
Sapeva soltanto che conduceva vita ritiratissima, occupandosi di scienza in fondo alla casina, dove si era claustrato, coll'amante e due grossi cani: non avrebbe più saputo nulla di lui se non avesse letto recentemente il suo nome in un giornale, a proposito di un attentato rivoluzionario; lo si diceva intento allo studio di materie esplosive, ed in rapporto coi capi dei partiti i più avanzati. Perchè dunque gli appariva ora, in quel luogo d'estasi, in mezzo alla luce mistica dei ceri, come lo aveva conosciuto altre volte, così buon fratello, così tenero per lui, con un impeto di carità sdegnosa davanti a tutti i dolori? Per un momento quella figura gli stette di fronte, facendogli sentire il rammarico di quella della fratellanza perduta.
Poi, senza transizione alcuna, tornò al pensiero di sè stesso, e capì che se anche si ostinava a rimanere per ore in quel luogo, la fede non gli tornerebbe. Però sentì una specie di tremito diffondersi nelle sue fibre: un'ultima speranza, l'idea che se la Beata Vergine avesse fatto il gran miracolo di guarire Maria, egli avrebbe ricuperato la fede.
Era come un'ultima proroga che assegnava a se stesso un appuntamento che dava alla fede, pel giorno stesso, alle quattro, quando passerebbe il Santissimo Sacramento, come Maria aveva detto. La sua ansia cessò subito allora, restò in ginocchio, rifinito dalla stanchezza, invaso da una sonnolenza invincibile.
Le ore passavano, la Grotta gettava sempre nella notte il suo sfolgorìo da cappella ardente, di cui il riflesso giungeva fino sui poggi vicini ad imbiancare le facciate dei conventi.
Ma Pietro la vide impallidire a poco a poco, e si stupì, si riscosse con un lieve brivido gelato: era l'alba che spuntava in un cielo torbido, velato di nubi. Egli si avvide che uno di quei temporali, così improvvisi nei paesi di montagna, sorgeva rapidamente a mezzogiorno. Già la folgore lontana ruggiva, mentre delle raffiche spazzavano le vie. Doveva aver dormito anche lui senza saperlo, perchè non ritrovava il barone Suire, che non aveva veduto allontanarsi. Non c'erano neppure quindici persone davanti alla Grotta, e fra queste ravvisò ancora la Maze, colla faccia tra le mani. Ma quando ella osservò che era giorno e che la vedevano, si alzò e sparve nella angusta stradicciuola che metteva al convento delle Suore azzurre.
Pietro si avvicinò a Maria per dirle che non doveva fermarsi di più, se non voleva correre il rischio di essere bagnata fino alle ossa.
- Vi riconduco all'ospedale.
Ma essa rifiutò, scongiurandolo.
- No, no! Aspetto la messa, ho promesso di fare la comunione qui... Non vi date pensiero di me, tornate all'albergo e coricatevi, ve ne scongiuro. Sapete bene che delle carrozze chiuse vengono a prendere gli ammalati, quando piove.
E si ostinò, mentre anche lui ripeteva che non voleva coricarsi.
Dicevano infatti, molto per tempo, una messa alla Grotta dove era una gioia divina pei pellegrini fare la comunione, nella gloria del sole nascente, dopo una lunga notte d'estasi.
E mentre dei grossi goccioloni cominciavano a piovere, apparve un prete in pianeta, accompagnato da due chierici, di cui l'uno reggeva aperto, sopra l'ufficiante, per proteggere il calice, un ombrello di seta bianca ricamato d'oro.
Pietro, che aveva spinto la carrozzetta vicino vicino all'inferriata, per riparare Maria sotto la sporgenza della roccia, dove si erano rifugiati i pochi astanti, stava guardando la fanciulla che riceveva l'ostia con ardente fervore, quando uno spettacolo straziante, che gli fece sanguinare il cuore, attrasse la sua attenzione.
Sotto la pioggia fitta e torrenziale, egli vide la Vincent, che con le braccia tese presentava alla Beata Vergine la sua piccola Rosa, di cui portava sempre ancora il caro e doloroso fardello. Non avendo potuto rimanere al Ricovero, dove sorgevano dei lamenti contro il guaito continuo della bambina, l'aveva portata via, nelle tenebre, e per più di due ore era rimasta in fuga per l'ombra disperata, vaneggiante, con quella triste carne della sua carne, che si stringeva al petto senza poterla sollevare.
Ignorava quale strada avesse seguìta, sotto quali alberi si fosse perduta, nella sua ribellione contro l'ingiusta tortura che colpiva tanto duramente quel povero corpicino così debole, così puro, incapace di commettere peccati. Non era un abominio, quella tenacia della malattia che straziava senza posa, da settimane, la sua creatura, di cui non sapeva come acquietare il grido? La portava via, la cullava così, senza concedersi mai un attimo di riposo, in una corsa sfrenata, sperando che finirebbe con l'addormentarla, col far cessare quel grido che le lacerava il cuore.
E, ad un tratto, rifinita, estenuata da quell'agonia, era giunta davanti alla Grotta, ai piedi della Vergine del Miracolo, che perdonava e guariva.
- O Vergine, Madre mirabile, falla guarire!... O Vergine, Madre della grazia divina, falla guarire!
Era caduta in ginocchio, presentando sempre la figlia spirante sulle braccia tremebonde, in un delirio di desiderio e di speranza che l'accendeva tutta.
E la pioggia, che non sentiva più sulle calcagna, scorreva dietro di lei, con uno scroscio da torrente straripato; mentre dei violentissimi tuoni scuotevano i monti.
Per un attimo, credette di essere esaudita: Rosa ebbe una leggiera scossa, come visitata dall'arcangelo, con gli occhi aperti, la bocca aperta, bianca bianca, mandò un ultimo soffio lieve, cessando di gridare.
- Oh! Vergine, Madre del Redentore, falla guarire! Oh! Vergine, Madre onnipotente, falla guarire!
Ma sentiva la sua piccina ancora più leggera, sulle braccia tese. Ed ora si sgomentava di non udirla più gridare, di vederla così bianca, con gli occhi sbarrati, la bocca aperta, senza respiro. Perchè non sorrideva, se era guarita? Ad un tratto si udì un lungo grido straziante, un grido di madre, che dominava la folgore, nella bufera che imperversava. Sua figlia era morta!
Si alzò di colpo, diede le spalle a quella Vergine sorda, che lasciava morire i bambini: e fuggì via come una pazza, sotto l'acquazzone torrenziale, andando avanti, senza saper dove, portando e cullando ancora il povero corpicino che teneva in braccio da tanti giorni e tante notti.
Il fulmine cadde e spaccò probabilmente uno degli alberi vicini, con un colpo di accetta gigantesca, tra alto schianto di rami divelti e spezzati.
Pietro s'era precipitato sui passi della Vincent, per guidarla e soccorrerla. Ma non potè seguirla: la smarrì subito, dietro il torbido velo della pioggia; e quando tornò alla Grotta la messa finiva, l'acqua era meno impetuosa, e l'ufficiante se ne andava sotto l'ombrello di seta bianca, ricamato d'oro, mentre una specie d'omnibus aspettava i pochi ammalati per ricondurli all'ospedale.
Maria strinse le mani di Pietro.
- Oh, come sono felice!... Non venite a prendermi prima delle tre del dopopranzo.
Rimasto solo, sotto la pioggia che continuava fina fina, ma ostinata, Pietro entrò nella Grotta, ed andò a sedere sulla panchina, vicino alla fonte. Non voleva coricarsi, sebbene affranto, perchè aveva paura del sonno, nella sovreccitazione nervosa in cui si trovava da due giorni.
La morte della piccola Rosa aveva portato al colmo la sua smania; non poteva scacciare il ricordo di quella madre crocefissa, vagante per la via fangosa, colla salma della sua creatura.
Quali erano dunque le ragioni che decidevano la Vergine? Stupiva che ella facesse una scelta; avrebbe voluto sapere come mai il cuore della Madre Divina potesse risolversi a non guarire che dieci ammalati su cento - quel dieci per cento di miracoli di cui il dottor Bonamy aveva stabilito la statistica. Egli si era già chiesto il giorno prima, chi avrebbe scelto, avendo la facoltà di salvarne dieci su cento. Potere terribile, scelta formidabile, di cui non si sarebbe sentito il coraggio! Perchè questi e non quello? Dov'era la giustizia? Dov'era la bontà? Essere la potenza infinita e non guarirli tutti; ? non era questa la domanda che sgorgava da tutti i cuori?
E la Vergine gli appariva crudele, mal informata, dura ed indifferente quanto la stessa natura che sempre impassibile, distribuisce la vita e la morte, come a caso, secondo leggi ignorate dall'uomo.
La pioggia cessava; Pietro era là da due ore, quando si sentì i piedi bagnati. Guardò e restò molto sorpreso: era la sorgente che traboccava, attraverso l'inferriata. Il suolo della Grotta era già inondato, un rivo scorreva fuori, sotto i sedili, fino al parapetto del Gave. Gli ultimi temporali avevano gonfiato le acque dei dintorni.
Ed egli pensò che la fonte, per quanto miracolosa, era soggetta alle leggi di tutte le altre fonti, perchè comunicava certamente con dei serbatoi naturali, dove le acque piovane penetravano e si raccoglievano.
E se ne andò, per non avere le caviglie bagnate.

 5.
Pietro si diede a camminare, provando un bisogno di aria pura, con la testa così pesante che si era tolto il cappello per rinfrescare la fronte infuocata. Nonostante la fatica di quella notte terribile, non pensava a dormire, tenuto in piedi dalla ribellione di tutto l'esser suo, che non si acquetava. Suonavano le otto ed egli vagava a caso, sotto lo sfolgorante sole del mattino, che spuntava in un cielo senza macchia, da cui il temporale pareva che avesse levato il nembo di polvere della domenica.
Ma, all'improvviso, rizzò la testa, chiedendosi, con preoccupazione, dove si trovasse; e stupì, perchè aveva fatta molta strada, era al disotto della stazione, accanto all'ospizio municipale. Esitava ad un bivio, non sapendo qual via scegliere, quando una mano amica gli si posò sulla spalla.
- Dove andate mai, a quest'ora?
Era il dottore Chassaigné con l'alta persona dritta, stretta nel solito abito nero.
- Siete smarrito, vi occorre qualche indicazione?
- No, no, grazie ? rispose Pietro ? turbato. Ho passata la notte alla Grotta, con quella giovine ammalata che mi è cara e mi sentivo il cuore tanto angosciato che passeggiavo per rimettermi, prima di tornare a prendere un po' di riposo all'albergo.
Il dottore continuava a guardarlo, leggendo chiaramente l'atroce conflitto che ferveva in lui, la sua disperazione di non poter riposare nella fede, la sofferenza dei suoi vani sforzi.
- Ah! povero ragazzo! ? mormorò.
Poi, paternamente:
- Ebbene! giacchè passeggiate, volete che io vi sia compagno? Scendevo per l'appunto da questa parte, sulla riva del Gave... Venite con me e vedrete, tornando, che mirabile orizzonte si scopre.
Lui camminava così per due ore, ogni mattina, sempre solo combattendo il suo lutto colla fatica. Anzitutto andava, appena alzato, al cimitero, dove s'inginocchiava sulle tombe della moglie e della figlia, che copriva di fiori in ogni stagione. Poi se ne andava per le vie, con le sue lagrime, non tornando a colazione che quand'era estenuato dalla fatica.
Pietro avendo accettato con un gesto, entrambi scesero il pendìo, l'uno a fianco dell'altro, senza pronunziare parola.
Quella mattina, il dottore sembrava più oppresso del solito, come se il colloquio colle sue care morte gli avesse fatto sanguinate maggiormente il cuore. Nel suo volto pallido, incorniciato di capelli bianchi, il suo naso d'aquila affondava, mentre delle lagrime gli bagnavano ancora gli occhi. E faceva così bello, l'aria era così mite sotto il sole sfolgorante, in quello splendido mattino!
La via seguiva la sponda del Gave, la sponda destra, dall'altra parte della città nuova. Si vedevano i gradini e la scalinata della Basilica. Poi fu la Grotta che apparve rimpetto, collo scintillìo perenne dei suoi ceri, che impallidiva nella luce del meriggio.
Il dottore Chassaigné, che aveva alzata la testa, fece un segno di croce. Pietro non comprese subito. Poi, quando ebbe veduta la Grotta, guardò con sorpresa il suo vecchio amico, ricadendo nella meraviglia del giorno precedente, di fronte a quello scienziato, ateo e materialista, che il dolore aveva fulminato e che si era fatto credente per l'unica gioia di rivedere in un'altra vita le morte tanto care. Il cuore aveva travolto la ragione, l'uomo vecchio e solitario non esisteva più che mercè l'illusione di rivivere in paradiso, là dove si ritrovano quelli che si sono amati.
Ed il turbamento del giovane prete si accrebbe. Dovrebbe egli dunque aspettare di diventar vecchio e di soffrire un dolore come quello, per trovare finalmente il rifugio della fede?
Continuavano a camminare, allontanandosi dalla città, lungo la sponda del Gave. Erano come cullati da quelle acque chiare, che scorrevano sulle ghiaie, fra le rive ricche di alberi. E continuavano a tacere, muovendo con passo uguale lungo la via deserta, ognuno di essi immerso nella propria tristezza.
- E Bernadette? ? domandò ad un tratto Pietro ? l'avete conosciuta?
Il dottore alzò la fronte.
- Bernadette... ah! sì, l'ho veduta una volta.
Ricadde, per un attimo, nel silenzio, poi si diede a discorrere.
- Capirete, nel 1858, al tempo delle apparizioni, io avevo trent'anni, ero a Parigi, giovane medico, avverso a tutto ciò che sapeva di soprannaturale e non pensavo certo a tornare ai miei monti per vedere un'allucinata. Ma, cinque o sei anni dopo, verso il 1864, sono passato di qui ed ho avuto la curiosità di far una visita a Bernadette, che era ancora all'ospizio delle Suore di Nevers.
Pietro ricordava che il proprio desiderio di completare la sua inchiesta su Bernadette era stata una delle ragioni del suo viaggio a Lourdes. Chi poteva dire se la grazia non gli verrebbe da quell'umile e adorata fanciulla, il giorno in cui egli fosse convinto della missione di perdono divino che essa aveva adempiuto sulla terra?
Gli basterebbe forse di conoscerla meglio per convincersi che essa era veramente la santa e l'eletta.
- Parlatemi di lei, ve ne prego. Ditemi tutto quello che ne sapete.
Un lieve sorriso salì alle labbra del dottore. Egli intendeva anche ed avrebbe voluto calmare quell'anima di prete torturata dal dubbio.
- Oh! molto volentieri, caro ragazzo. Sarei così felice se potessi aiutarvi a veder chiaro nel vostro cuore!... Avete ragione di amare Bernadette; quell'amore potrà forse salvarvi. Poichè ho ripensato dopo a quelle cose già antiche e vedo chiaramente oggi che non ho mai incontrato creatura così pura e adorabile.
Allora, nel ritmo lento del loro passo, lungo la bella via soleggiata, nella freschezza deliziosa del mattino, il dottore riferì la sua visita a Bernadette nel 1864.
Essa aveva compìto, allor allora, i vent'anni, ed erano sei anni già che le apparizioni si erano constatate; essa lo fece stupire pel suo contegno semplice e ragionevole e la sua modestia perfetta. Le suore di Nevers, che le avevano insegnato a leggere, la serbavano con loro all'ospizio per sottrarla alla curiosità del pubblico. Essa si occupava aiutandole, ma era tanto soggetta alle malattie, che passava delle settimane a letto. Quello che lo colpì specialmente in lei, furono gli occhi stupendi, di una limpidezza infantile, schietti ed ingenui. Il resto della faccia si era sciupato un pochino, il colorito era giallo, i lineamenti avevano perduto ogni finezza; ed a vederla, non era che una servetta come le altre, gracile, piccola ed umile e molto devota. Ma non gli era parsa l'estatica, l'esaltata che si sarebbe potuto supporre: anzi, si mostrava piuttosto positiva, senza slancio alcuno, avendo sempre fra le mani un lavoruccio qualsiasi, di calza o di ricamo. In una parola, essa faceva la vita solita delle donne, non somigliando per nulla alle fervide adoratrici del Cristo. Non aveva più avuto visioni, e non parlava mai, per conto proprio, delle diciotto apparizioni che avevano deciso del suo destino.
Bisognava, per saperne alcunchè, interrogarla, farle una domanda precisa.
Quando si voleva spingersi più in là, chiedendole la natura dei tre segreti di cui aveva ricevuto la confidenza divina, essa taceva e chinava gli occhi.
Ed era impossibile metterla in contraddizione con sè stessa, i particolari che essa dava rimanendo sempre conformi alla prima versione, pareva anzi che ormai essa fosse decisa a ripetere sempre le stesse parole colle stesse intonazioni.
- L'ho tenuta con me per tutto un dopopranzo ? continuò il dottore ? e non ha variato di una sillaba. Era sconcertante... Ed attesto che essa non mentiva e che non ha mentito mai, essendo incapace di menzogna.
Pietro si arrischiò a discutere.
- Ma, dottore, non credete ad una malattia della volontà? Non è accertato oggi che certe degenerate, certe sceme, colpite da un sogno, da un'allucinazione, da una immaginazione qualsiasi, non possono liberarsene, specialmente se tenute nell'ambiente medesimo in cui il fenomeno si è prodotto? Bernadette in clausura, Bernadette che non viveva che colla sua idea fissa, vi si ostinava naturalmente.
Il dottore ritrovò il suo pallido sorriso con un gesto di incertezza:
- Ah! ragazzo mio, mi chiedete troppo! Sapete che non sono che un povero vecchio, poco superbo della sua scienza e che non ha più la pretesa di dare delle spiegazioni. Sì, conosco il famoso esempio di clinica, la ragazza che si lasciava morir di fame in casa dei genitori, credendosi colpita da una grave malattia di stomaco, e che si diede a mangiare cambiando soggiorno. Soltanto, che volete? Non è che un fatto e vi sono tanti altri fatti contradditori!
Tacquero per un momento, e non si udì più sulla via che il rumore cadenzato dei loro passi.
Poi, il dottore riprese:
- Del resto, è vero che Bernadette sfuggiva il mondo e non era felice che nel suo cantuccio solitario. Non le si è mai conosciuta una amica intima, una tenerezza umana individuale. Era ugualmente dolce e buona verso tutti, non mostrando un affetto vivo che pei bambini... E siccome il medico, comunque, non è completamente morto in me, debbo confessarvi che mi sono preoccupato, alle volte, di sapere se ella fosse rimasta vergine di mente, come lo è stata certo di corpo. E' possibilissimo, poichè convien notare che era di temperamento tardo e gracile, quasi sempre ammalata; tacendo dell'ambiente innocentissimo in cui era cresciuta, prima a Bartrès, poi in convento. Però, mi è venuto un dubbio, udendo del vivo interesse che essa portava all'Orfanotrofio, edificato dalle suore di Nevers, su questa via medesima. Vi si ricevono le ragazzette povere, salvandole dai pericoli della strada. E se essa lo desiderava grandissimo, tale da racchiudere tutte le pecorelle in pericolo, questo non voleva dire che si ricordava di aver corso le strade, scalza, e tremava ancora all'idea di quello che avrebbe potuto esserne di lei, senza l'aiuto della Beata Vergine?
Continuò, raccontando delle turbe che accorrevano per vedere e venerare Bernadette. Era una grande fatica per lei. Non passava giorno senza che si presentasse uno stormo di visitatori. Ne capitavano da tutti i punti della Francia, e persino dall'estero; e bisognava per forza allontanare i membri del clero, le persone ragguardevoli, che non si potevano decentemente lasciar fuori della porta. Una monaca assisteva sempre alle visite, per proteggerla dalle indiscrezioni troppo spinte, perchè le domande piovevano, e la stancavano, col farle ripetere sempre la sua storia.
Delle dame illustri si gettavano in ginocchio davanti a lei, le baciavano il vestito, ed avrebbero voluto portarne via qualche brandello, come reliquia. Essa doveva difendere il suo rosario, che tutte quante, esaltate, la scongiuravano di vendere a caro prezzo. Una marchesa tentò di conquistarlo, dandogliene un altro, recato da lei, con croce d'oro e pallottole di perle fine. Molte speravano che ella acconsentirebbe a fare un miracolo al loro cospetto, e le si conducevano dei bambini da toccare, la si consultava sulle malattie, si procurava di comprare la sua, non dubbia, influenza sulla Vergine.
Le vennero offerte delle forti somme di denaro, le avrebbero recato dei doni principeschi, al menomo segno, se ella avesse manifestato il desiderio di essere una regina, ornata di gemme e coronata d'oro.
Gli umili restavano ginocchioni sulla soglia, i grandi della terra le si stringevano intorno e si sarebbero fatto un vanto di servirle di scorta. Si raccontava persino che uno di questi grandi, il più bello ed il più ricco dei principi, fosse venuto a chiederla in isposa, in una gaia giornata soleggiata di aprile.
- Ma ? interruppe Pietro ? quello che mi ha dolorosamente colpito è stata quella sua partenza da Lourdes, a ventidue anni, quella scomparsa improvvisa, quella prigionia nel convento di Saint-Gildard, a Nevers, d'onde non è mai più uscita... Quel fatto non dava presa alle voci di pazzia che sono corse, a torto? Non si correva rischio così di suscitare l'ipotesi che la si faceva sparire per timore che una sua indiscrezione, una parola ingenua rivelassero il segreto di un lungo raggiro?... E, per dire la parola brutale, ve lo confesso, io stesso credo ancora che l'hanno fatta sparire come per giuoco di prestigio.
Il dottor Chassaigné crollò lentamente la testa.
- No, no, in tutto quest'affare non v'è mai stato nulla di anticipatamente combinato, nessun gran melodramma, preparato nell'ombra e rappresentato poi da attori più o meno consapevoli. Le cose si sono prodotte da sè, mercè l'unica forza dei fatti, ed esse sono sempre state molto complesse e delicate da analizzare. Così, per esempio, è certo che Bernadette stessa ha desiderato, per la prima, di lasciare Lourdes. Le continue visite la stancavano e si sentiva a disagio fra quelle adorazioni rumorose che venivano a lei da tanta distanza. Essa non anelava che un cantuccio remoto, dove le fosse dato di vivere in pace e il suo disinteresse diventava così fiero alle volte, che buttava in terra tutti i denari datile nello scopo pio di una messa da dire, o solo di un cero da accendere. Non ha mai accettato nulla per sè, nè pei suoi, che sono rimasti poveri. Con un simile orgoglio, ed una semplicità ingenita che desiderava solo l'umiltà, si comprende benissimo che essa abbia voluto sparire, ritirarsi in disparte, per prepararsi ad una buona morte... La sua opera era compiuta, quel movimento straordinario che essa aveva iniziato, senza sapere come, nè perchè; ed essa non era più necessaria, altri dovevano ormai dirigere la cosa ed assicurare il trionfo della Grotta.
- Poniamo che ella sia partita da sè ? disse Pietro. ? Che sollievo, però, per quelli di cui parlate, essere rimasti da allora in poi, i soli padroni della Grotta, sotto la pioggia di milioni che vi si riversa dal mondo intero!
- Ah! certo, non voglio già dire che l'abbiano trattenuta! ? esclamò il dottore. ? Francamente, credo anzi che l'abbiano spinta un pochino. Essa finiva col dar impaccio; non che si temessero, da parte sua, delle indiscrezioni spiacevoli, ma bisogna notare che non era decorativa, timida all'eccesso e così spesso costretta a rimanere in letto. Eppoi, per quanto poco spazio ella occupasse a Lourdes, e per quanto si mostrasse docile, essa era una potenza, attirava le turbe, il che la metteva in concorrenza con la Grotta. Perchè la Grotta dominasse, sola, risplendente nella sua gloria, conveniva che Bernadette sparisse, che non fosse più che una leggenda. Questi furono probabilmente i motivi che determinarono il vescovo di Tarbes, monsignor Laurence, ad affrettare la di lei partenza. Si ebbe solo il torto di dire che si trattava di strapparla alle intraprese del mondo, come se si fosse temuto che ella commettesse dei peccati di orgoglio, abbandonandosi alla vanità della fama di santa che la cingeva di un incubo. Le facevano una grande ingiuria, perchè essa era incapace di orgoglio come di menzogna, e non ho mai veduto creaturina più semplice, più modesta e più gentile.
Si accendeva, si esaltava. Poi, all'improvviso, si calmò, con uno dei soliti sorrisi.
- E' vero, io l'amo, e, più ho pensato a lei, più l'ho amata. Ma, guardate, Pietro: non dovete credermi troppo abbrutito dalla divozione. Se oggi faccio la parte dell'al-di-là, se sento il bisogno di credere in un'altra vita migliore e più giusta, so che restano molti uomini in questo basso mondo e che, anche quando portano un saio da prete, od una sottana da frate, l'opera loro, talvolta, è nefanda.
Vi fu una nuova pausa, ciascuno di essi fantasticando per conto proprio. Indi il dottore proseguì:
- Voglio dirvi una fantasticheria che mi ha perseguitato spesso... Ammettete che Bernadette non fosse stata quella fanciulla semplice e selvaggia che sappiamo, supponetela dotata di uno spirito intrigante ed imperioso, fatene una conquistatrice, una donna che volesse capitanare il popolo, e procurate di evocare quello che sarebbe accaduto in tal caso... Evidentemente, la Grotta sarebbe sua, la Basilica sarebbe sua. Noi la vedremmo in trono durante tutte le cerimonie, sotto un baldacchino, con una mitra d'oro. Sarebbe lei a dispensare i miracoli, lei, di cui la manina guiderebbe la folla al cielo, con cenno di comando. Essa risplenderebbe, sarebbe la santa, l'eletta, quella che ha contemplato, faccia a faccia, la divinità.
E, dopo tutto, sarebbe giustizia: essa prenderebbe parte al successo dopo aver preso parte alla fatica e fruirebbe gloriosamente dell'opera sua... Mentre, come vedete, è spogliata del suo, svaligiata. Altri falciano e godono il raccolto della semenza meravigliosa, sparsa da lei. Durante i dodici anni che essa ha passati a San Gildard, inginocchiati nell'ombra, si sono veduti qui dei vittoriosi, dei preti in abiti d'oro, che cantavano delle azioni di grazia, benedivano le chiese ed i monumenti, fabbricati a furia di milioni. Essa sola ha mancato al trionfo della fede novella di cui è stata l'artefice... Voi dite che essa ha sognato. Ah! che bel sogno, che ha messo sossopra tutto un mondo e da cui lei, dolce creatura, non si è destata mai!
Si fermarono, sedendo per un momento sulla rupe, lungo l'orlo della via, prima di tornare in città.
Davanti a loro, le acque del Gave, profonde in quel punto, scorrevano azzurre, chiazzate di riflessi foschi, mentre più in là, il torrente, allargandosi sopra un letto di grossa ghiaia, non era più che una spuma bianchissima, d'una leggerezza di neve. Un'aria fresca scendeva dai monti, nella pioggia d'oro del sole.
Pietro non aveva trovato che un nuovo motivo di disgusto, nell'ascoltare quella storia di Bernadette, sfruttata e soppressa: e, con gli occhi chini, rifletteva all'ingiustizia della natura, a quella legge che vuole che il forte mangi il debole.
Poi, alzando la testa:
- E l'abate Peyramale l'avete conosciuto anche lui?
Gli occhi del dottore mandarono un baleno e rispose con fuoco:
- Certo! Un uomo retto e forte, un santo, un apostolo! E' stato, con Bernadette, il grand'edificatore di Nôtre Dame de Lourdes. Come lei, ha sofferto atrocemente per l'opera sua, ed essa gli è costata la vita... Non si sa nulla, non si può intendere nulla del dramma che si è compiuto qui, quando non si conosce quella storia.
Ed allora, egli si diede a narrarla diffusamente.
L'abate Peyramale era curato a Lourdes, nell'epoca delle apparizioni.
Era un uomo alto, dalle spalle larghe, dalla poderosa testa leonina, un figlio del paese, ricco d'intelligenza, onestissimo, ottimo di cuore, ma un po' collerico alle volte e dominatore.
Sembrava creato per l'azione, nemico di ogni delirio divoto, adempiendo, da spirito illuminato, al suo ministero.
Quindi, sulle prime, diffidò, rifiutando di prestar fede ai racconti di Bernadette, interrogandola ed esigendo delle prove.
Più tardi soltanto, quando il soffio della fede si fece irresistibile, sconvolgendo i più ribelli e accendendo di entusiasmo le turbe, finì col piegare la testa anche lui; ma anche allora quello che lo vinse fu, più che altro, il suo amore per gli umili e gli oppressi. Il giorno in cui reputò Bernadette in pericolo di veder tradotta in prigione, dall'ostilità delle autorità civili, il suo cuore da pastore si svegliò per quella sua pecorella minacciata e mise nella sua difesa la sua ardente passione di giustizia e di comando.
Poi, il fascino della bambina aveva agito su di lui: la sentiva così ingenua, così veridica, che ripose una fede cieca in lei, amandola come l'amavano tutti. Perchè respingere il miracolo, che si incontra pur sempre nelle sacre carte? Non toccava ad un ministro della religione, per quanto prudente, di fare lo spirito forte, quando delle popolazioni intere si inginocchiavano e la Chiesa sembrava vicina ad un nuovo e grande trionfo? Senza contare che il duce di turbe che c'era in lui, l'agitatore di popoli e l'edificatore, aveva finalmente trovata la sua via, il campo sconfinato dove potrebbe agire, la grande causa a cui darsi tutto col suo impeto ed il suo bisogno di vittoria.
Da quel momento in poi, l'abate Peyramale non ebbe che un solo pensiero: eseguire gli ordini che la Vergine gli aveva fatti trasmettere da Bernadette.
Sorvegliò l'arredamento della Grotta: fece porre un'inferriata, incanalare l'acqua della fonte, far dei lavori di sterro per liberare i dintorni. Ma la Vergine aveva chiesto specialmente l'erezione di una cappella: ed egli volle una chiesa, tutt'una Basilica trionfale. Vedeva la cosa in grande, importunando gli architetti, esigendo da loro dei palazzi, degni della Regina dei Cieli, affidandosi all'aiuto entusiastico di tutta la cristianità.
I denari affluivano continuamente, l'oro pioveva dalle diocesi più lontane, una pioggia d'oro, che doveva farsi sempre più abbondante e non cessare mai. Quelli furono i suoi anni felici: lo si incontrava ogni momento tra gli operai, che spronava all'opera con la giovialità di un brav'uomo a cui piace lo scherzo, sempre sul punto di afferrare, egli stesso, il piccone e la cazzuola, nella sua fretta di vedere il bel sogno avverarsi.
Ma i tempi della prova erano vicini; egli ammalò ed era in grave pericolo il 4 aprile 1864, quando la prima processione uscì dalla sua chiesa parrocchiale per recarsi alla Grotta, una processione di sessantamila pellegrini che si svolgeva in mezzo ad un enorme concorso di gente.
Il giorno in cui l'abate Peyramale, salvato per la prima volta dalla morte, lasciava il letto, era spodestato. Monsignor Laurence gli aveva dato in aiuto, per sostituirlo nel grave còmpito, uno dei suoi ex segretarii, il padre Sempé, a cui aveva affidata la direzione dei missionarii di Garaison, una casa fondata da lui. Il padre Sempé era un omicino magro ed astuto, fine, umilissimo, e molto disinteressato in apparenza, ma segretamente acceso invece dalla sete dell'ambizione. Sulle prime si era tenuto al suo posto, servendo da subordinato fedele il curato di Lourdes, occupandosi di tutto per sollevarlo, e mettendosi al corrente di ogni cosa per rendersi indispensabile.
Egli dovette intuire subito che ricco podere diventerebbe la Grotta, e che reddito colossale si potrebbe ricavarne con un po' di destrezza. Non lasciava più il vescovado, avendo preso la massima influenza sul vescovo, molto freddo, molto pratico e sempre molto bisognoso di elemosine. E fu così che, durante la malattia dell'abate Peyramale, Sempé riuscì a far separare definitivamente dalla parrocchia di Lourdes l'intero territorio della Grotta, che ebbe l'incarico di amministrare egli stesso, con alcuni padri dell'Immacolata Concezione, di cui il vescovo lo nominò superiore.
Da lì a poco, la lotta cominciò; una di quelle lotte sorde, accanite e mortali, come se ne combattono sotto la disciplina ecclesiastica. Vi era un motivo di rottura, un campo di battaglia, dove stavano per battersi a colpi di milioni; l'erezione di una nuova chiesa parrocchiale, più grande e più bella della vecchia chiesa esistente, di cui si era riconosciuta l'insufficienza dacchè i fedeli vi affluivano. Questa era, d'altronde, un'idea antica di Peyramale, che voleva essere l'esatto esecutore degli ordini della Vergine.
Essa aveva detto, parlando della Grotta: "La gente vi andrà in processione." Ed egli aveva sempre veduto i pellegrini uscire in processione dalla città, in cui dovevano tornare allo stesso modo, la sera, come del resto si era sempre fatto anche prima.
Ci voleva dunque un centro, un punto di riunione, ed egli sognava una chiesa stupenda, una cattedrale dalle proporzioni gigantesche, tale da contenere tutto un popolo.
Col suo temperamento da costruttore, da appassionato operaio del cielo, egli la vedeva già surgere dal suolo, quella chiesa, rizzando nella piena luce del meriggio, le sue torri, vibranti di campane. Era anche la propria casa che egli voleva edificare, il suo atto di fede e di adorazione, il tempio di cui egli sarebbe il pontefice, e dove regnerebbe trionfante nel dolce ricordo di Bernadette, in faccia all'opera di cui le avevano tolto il possesso.
Naturalmente, quella nuova chiesa parrocchiale era anche un po' la sua rivincita, nella grande amarezza che risentiva pel destino di Bernadette, era la sua parte di gloria ed un altro modo di mettere a frutto la sua attività militante, la febbre che lo consumava dacchè, col cuore piagato, aveva cessato di scendere alla Grotta.
Sulle prime, vi fu un nuovo eccesso di entusiasmo. La città vecchia, che era rimasta in disparte, fece causa comune col suo parroco, di fronte al pericolo di vedere tutto il denaro e tutta la vita andarsene verso la città nuova, che sorgeva dal suolo, attorno alla Basilica. Il Consiglio municipale votò una somma di centomila franchi, la quale, sventuratamente però, non si doveva versare che quando la chiesa fosse coperta. L'abate Peyramale aveva già accettato il piano dell'architetto, un piano grandioso ? trattato con un appaltatore di Chartres, il quale prometteva di finire la chiesa in tre o quattro anni, purchè i versamenti promessi venissero fatti con regolarità. Senza dubbio, i doni continuerebbero a giungere d'ogni dove; l'abate si impegnava quindi senz'inquietudine in quell'affare importante, animato da una baldanza spensierata, certo che il Cielo non lo abbandonerebbe per via.
Si credeva sicuro, anzi, dell'appoggio del nuovo vescovo, monsignor Jourdan, il quale, messa che ebbe la prima pietra, pronunziò un'allocuzione, in cui riconobbe la necessità ed il valore della nuova opera.
E pareva che il padre Sempé, colla sua solita umiltà, si fosse arreso, accettando quella concorrenza disastrosa che lo obbligherebbe a dividere, perchè fingeva di darsi tutto all'amministrazione della Grotta ed aveva perfino permesso di porre alla Basilica una buca per raccogliere le offerte destinate alla nuova chiesa parrocchiale in costruzione.
Poi, la lotta sorda, accanita, ricominciò.
L'abate Peyramale, che era un pessimo amministratore, esultava vedendo la sua chiesa sorgere rapidamente. I lavori procedevano con alacrità, ed egli non chiedeva altro, sempre convinto che la Beata Vergine pagherebbe. Restò quindi colpito di stupore accorgendosi finalmente che le elemosine cessavano, che l'obolo dei fedeli non gli giungeva più, come se qualcuno nell'ombra ne avesse sviata la sorgente. E venne un giorno in cui gli fu impossibile di fare i pagamenti promessi. C'era in quel fatto un lavorìo sapiente, di cui egli non si rendeva conto. Il padre Sempé aveva probabilmente riconquistato per la Grotta l'esclusivo favore del vescovo. Si parlò persino di circolari confidenziali mandate nella diocesi, perchè gli invii di denaro non venissero più spediti alla parrocchia. La Grotta ingorda, la Grotta insaziabile, voleva ogni cosa per sè; e le cose giunsero a questo punto, che dei biglietti di cinquecento franchi, messi nella buca, alla Basilica, vennero rubati: si spogliava quella buca, si derubava la parrocchia.
Ma il curato, nella sua passione per quella chiesa sorgente, che era sua figlia, resisteva con violenza, pronto a dare il proprio sangue.
Aveva trattato in nome della fabbriceria; poi, quando non seppe più come pagare, trattò in nome proprio. Tutta la sua vita era compendiata in quella chiesa: egli si esaurì in sforzi eroici. Non aveva potuto dare che duecentomila delle quattrocentomila lire promesse, ed il Consiglio municipale si ostinava a non versare le centomila lire promesse fino a tanto che la chiesa non avesse il tetto.
Era un agire contro l'interesse palese della città. Si diceva che il padre Sempé influisse segretamente sull'appaltatore. All'improvviso trionfò: i lavori vennero sospesi.
Allora venne l'agonia.
Il curato Peyramale, quel montanaro dalle spalle larghe, dalla faccia leonina, barcollò, colpito al cuore e stramazzò come una quercia fulminata.
Si pose a letto e non si rialzò più.
Circolavano delle dicerie; si asseriva che il padre Sempé avesse tentato di introdursi presso il parroco, sotto un pretesto di servizio, per vedere se il suo temuto antagonista era veramente ferito a morte; e si soggiungeva che s'era dovuto scacciarlo da quella camera di dolore, dove la sua presenza era uno scandalo.
Poi, quando il curato fu morto, abbeverato di amarezze, si potè vedere il padre Sempé trionfare alle esequie, da cui non si aveva avuto il coraggio di sbandirlo.
Si affermò che egli ostentasse una gioia turpe, raggiante in volto per la vittoria.
Egli era dunque liberato finalmente dal solo uomo che gli facesse ostacolo, dal solo di cui temesse la legittima autorità!
Non sarebbe più costretto a dividere con altri, ora che i due iniziatori di Nôtre-Dame di Lourdes erano soppressi; Bernadette chiusa nel chiostro, l'abate Peyramale sotto terra! La Grotta era tutta sua oramai, le limosine verrebbero tutte a lui; egli impiegherebbe a modo suo il reddito di ottocentomila lire all'anno di cui disponeva!
Compirebbe i lavori giganteschi che farebbero della Basilica un mondo a sè; coopererebbe allo splendore della città nuova per abbattere sempre più la città antica, isolandola dietro la sua rupe, come una parrocchia infima, sommersa nello splendore, nell'onnipotenza della sua vicina.
Era la sovranità assoluta, era tutto il potere e tutto l'oro.
Peraltro, la nuova chiesa parrocchiale, sebbene i lavori fossero abbandonati ed ella dormisse in mezzo al suo steccato, era a metà costruita, ed il fabbricato giungeva quasi sino alle vôlte dei fianchi.
Essa rimaneva quindi una minaccia, ove un giorno qualcuno si fosse fitto in capo di terminarla.
Bisognava dare il colpo di grazia anche a lei, farne una rovina irreparabile.
Ed il sordo lavorìo continuò: una meraviglia di crudeltà e di distruzione lenta.
Anzitutto, il nuovo parroco, un uomo semplice, fu conquistato a segno, che non dissuggellava neppure più i plichi di denaro mandati alla parrocchia, facendo portare immediatamente tutte le lettere assicurate ai padri.
Poi si criticò il luogo scelto per la nuova chiesa, ottenendo che l'architetto della diocesi compilasse un rapporto in cui si dichiarava l'antica chiesa molto solida ed assolutamente bastevole alle esigenze del culto.
Ma si fece specialmente pressione sul vescovo, mostrandogli il lato spiacevole delle difficoltà pecuniarie coll'imprenditore.
Peyramale appariva ora come un uomo violento, caparbio, una specie di pazzo che aveva corso rischio di compromettere la religione col suo zelo indisciplinato.
Ed il vescovo, scordando di aver benedetta la prima pietra, scrisse una lettera per interdire la chiesa, con divieto di celebrarvi qualsiasi servizio divino ? lettera che fu il colpo supremo.
Fervevano delle liti interminabili: l'imprenditore che non aveva ricevuto che duecentomila lire su cinquecentomila di lavoro già compiuto, faceva causa agli eredi del curato, alla fabbriceria, al municipio, quest'ultimo continuando a rifiutare le centomila lire votate.
Anzitutto, il Consiglio della prefettura dichiarò di essere incompetente: poi il Consiglio di Stato avendogli rinviata la causa, essa condannò la città a dare le centomila lire all'erede ed a compiere la chiesa, mettendo la fabbriceria fuori di causa.
Ma si fece un nuovo ricorso al Consiglio di Stato, il quale cassò la sentenza; e questa volta si occupò della causa, e condannò la fabbriceria od in suo difetto, l'erede, a pagare l'appaltatore.
Nè l'uno nè l'altra essendo solvibili, la cosa restò in sospeso. Queste liti avevano durato vent'anni; la città essendosi rassegnata a dare le centomila lire, non se ne dovevano più che duecentomila all'imprenditore. Senonchè le spese di ogni genere e gli interessi avevano accresciuta questa somma a segno che toccava ora le seicentomila lire circa: e siccome, d'altra parte, si stimava a quattrocentomila lire il denaro necessario al compimento della chiesa, era un milione che ci voleva per salvare la giovine rovina dalla distruzione.
Da quel giorno, i padri della Grotta poterono dormire i loro sonni tranquilli: l'avevano assassinata, la chiesa era morta anch'essa.
Le campane della Basilica suonavano a distesa, il padre Sempé restò vittorioso, in quella lotta gigantesca, in quella guerra di coltello, in cui avevano ucciso delle pietre, dopo avere ucciso un uomo, nell'ombra silenziosa della sagristia.
Ed il vecchio Lourdes, testardo ed inintelligente, portò duramente la pena di non avere appoggiato meglio il proprio curato, morto nella lotta impresa per amore della sua parrocchia, poichè, da allora in poi, la città nuova non cessò di accrescersi e di prosperare, a scapito della vecchia.
Tutti i denari affluivano alla prima; i padri della Grotta coniavano moneta, erano accomandatari degli alberghi e delle botteghe di ceri, e vendevano l'acqua della Grotta, sebbene in una clausola formale del loro contratto con la città, si impegnassero a non esercitare nessun traffico. Il paese intero si corrompeva, il trionfo della Grotta avendo suscitata una sete così ingorda di lucro, una smania così febbrile di possedere e di godere, che una perversità straordinaria si diffondeva di giorno in giorno, sotto il diluviare dei milioni, tramutando la Betlemme di Bernadette in Sodoma e Gomorra.
Il padre Sempé aveva compiuto il trionfo di Dio, nella turpitudine umana, nel disastro delle anime. Delle costruzioni gigantesche sorgevano dal suolo: si erano già spesi cinque o sei milioni, si erano fatti gravi sacrifizi a quella volontà assoluta di tener la parrocchia in disparte, per serbarsi tutta la preda.
Le scalinate colossali, così costose, non facevano che eludere il desiderio espresso dalla Vergine, che si venisse alla Grotta in processione.
Non era un andarvi in processione, scendere alla Basilica dalla scalinata sinistra per risalirvi dalla scalinata destra: era far un giro vizioso sul posto.
Ma i padri erano riusciti ad ottenere che si uscisse da casa loro, per tornare a casa loro, in modo di essere i soli proprietari, i fattori prudenti che mettevano in granaio tutta la messe.
Il curato Peyramale era sepolto nella cripta della sua chiesa, incompiuta e smantellata, e Bernadette, dopo aver agonizzato per lungo tempo, in fondo ad un convento lontano, dormiva anch'essa sotto le lastre di una cappella.
Un gran silenzio si diffuse quando il dottor Chassaigné ebbe finito quel lungo racconto.
Poi egli si alzò con fatica.
- Caro ragazzo, stanno per suonare le dieci ed io voglio che riposiate un pochino... Torniamo in città.
Pietro lo seguì in silenzio e tornarono con passo più rapido.
- Ah! sì ? riprese il dottore ? vi sono state in quel fatto delle grandi iniquità e dei grandi dolori. Che volete? L'uomo guasta le cose più belle... E non potete concepire tutta l'atroce tristezza dei casi che vi ho riferiti. Bisogna vedere, toccar con mano... Volete che vi faccia vedere, questa sera, la camera di Bernadette e la chiesa incompiuta del curato Peyramale?
- Certo, molto volontieri.
- Ebbene, dopo la processione della Grotta ci ritroveremo davanti alla Basilica e verrete con me.
E non dissero più nulla, ognuno di loro immerso nelle proprie fantasticherie.
Il Gave scorreva ora, alla loro destra, in un burrone profondo, una specie di spaccatura in cui si ingolfava, come sparito, fra i cespugli.
Ma, alle volte, se ne rivedeva un rivo chiaro, simile ad argento terso e più là, dopo un'improvvisa svolta, lo si ritrovava più largo, spingendo le sue acque attraverso una pianura, in rapide discese che dovevano mutar spesso di letto perchè il terreno di sabbia e di ghiaia era solcato ed avvallato da tutte le parti.
Il sole cominciava a diffondere un calore infuocato, già alto nell'ampio cielo di cui l'azzurro si faceva più carico, da una parte all'altra dell'immenso anfiteatro di montagne.
Fu a quella svolta della via che Lourdes, ancora lontano, riapparve agli occhi del dottor Chassaigné e di Pietro.
In quello splendore del mattino, la città biancheggiava all'orizzonte, sotto lo sfolgorìo oscillante di oro e di porpora, con le sue case ed i suoi monumenti, più distinti ad ogni passo. Ed il dottore, sempre muto, finì coll'additare al compagno, con gesto espressivo e doloroso, quella città sempre più prospera, come per prenderla a testimonio delle storie che aveva dette e di cui l'illustrazione sorgeva ora nella luce sfolgorante del sole.
Si scorgeva già lo scintillìo della Grotta, più pallido tra il verde, in quell'ora del meriggio.
Poi si svolgevano i lavori giganteschi, il terrazzo di sasso vivo, lungo il Gave, di cui s'era dovuto sviare il corso, il ponte nuovo, che univa i nuovi giardini al Boulevard, recentemente aperto, le scalinate colossali, la chiesa massiccia del Rosario, e la snella Basilica che sovrastava a tutto, con eleganza superba; a quella distanza non si vedeva, della città nuova, che un agglomerarsi di facciate bianche, un luccichìo di lavagne nuove, i grandi conventi, i grandi alberghi, la città ricca, sorta come per miracolo dal vecchio suolo povero; mentre, dietro la mole rocciosa su cui si profilavano le mura smantellate del castello, apparivano, indistinte e confuse, le umili tettoie dell'antica città, un'accozzaglia di piccoli tetti, logorati dagli anni, paurosamente stretti l'uno con l'altro.
E, come sfondo a quella evocazione della vita di ieri e della vita d'oggi, il piccolo Gers ed il grande Gers sorgevano sotto lo sfolgorìo del sole immortale, chiudendo l'orizzonte coi loro fianchi nudi che i raggi obliqui tagliavano di saette gialle e rosse.
Il dottor Chassaigné volle accompagnare Pietro sino all'albergo delle Apparizioni e non lo lasciò che ricordandogli l'appuntamento che gli aveva dato per la sera.
Non erano ancora le undici.
Pietro, che si era sentito improvvisamente venire meno dalla fatica, si sforzò per altro di mangiare un boccone prima di mettersi a letto, perchè sentiva che gran parte del suo malessere proveniva dall'inedia.
Trovò per buona ventura un posto libero alla tavola rotonda, mangiò dormendo ad occhi aperti, senza sapere chi lo servisse: poi salì e sì gettò sul letto, dopo avere avuto la forza di dire alla serva che lo svegliasse alle tre. Ma appena si fu disteso, la sua irrequietudine gli impedì sulle prime di chiuder palpebra. Un paio di guanti scordati nella camera vicina gli avevano rammentato Guersaint partito quel giorno per Gavarnie, d'onde doveva tornare la sera.
Che dono felice era mai la spensieratezza!
Lui ora, con le membra affrante dalla fatica, la mente vaneggiante, era d'una tristezza mortale.
Pareva che tutto cospirasse contro la sua buona volontà di riconquistare la fede della sua infanzia.
La storia tragica dell'abate Peyramale aveva accresciuto lo sdegno, già suscitato in lui da quella di Bernadette, l'eletta, la martire. La verità, che egli era venuto a cercare a Lourdes, doveva essa, ben lungi dal rendergli la fede, metter capo ad un odio anche maggiore dell'ignoranza e della credulità, ed a questa certezza amara che l'uomo è solo su questa terra colla sua ragione?
Finalmente si addormentò.
Ma delle visioni continuavano a sorgere nel suo sonno penoso. Era Lourdes corrotta dai denari, diventata un luogo di turpitudine e di perdizione, trasmutata in un immenso Bazar dove si faceva commercio di ogni cosa, messe ed anime.
Era il curato Peyramale morto, giacente ancora tra i ruderi della sua chiesa, in mezzo alle ortiche, seminate dall'ingratitudine.
E non si acquietò, non assaporò la dolcezza del nulla, che quando un'ultima visione, pallida e dolorosa, fu svanita dal suo sguardo. Bernadette a Nevers, genuflessa in un angolo oscuro a sognare della sua opera, laggiù, l'opera che era condannata a non vedere giammai.
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FINE Parte 2.